Nuove indagini su De Grazia e le navi dei veleni: «Nei nostri mari c'è una bomba a orologeria»

Tra relitti mai recuperati, rifiuti radioattivi e la morte di Natale De Grazia, la Commissione rifiuti prova a riaprire uno dei grandi misteri della storia d’Italia

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ANSA

«Se le indagini della Procura di Reggio Calabria e di Natale de Grazia sono corrette, significa che abbiamo una bomba a orologeria nei nostri mari. Rischiamo uno dei più gravi disastri ambientali mai avvenuti nel Mediterraneo». Secondo Andrea Carnì, ricercatore dell’Università di Milano e autore del libro "Cose Storte – documenti fatti e memorie attorno alle navi a perdere”, il rischio legato ai presunti affondamenti di imbarcazioni cariche di rifiuti tossici e radioattivi non appartiene al passato, ma continua a incombere sul Mediterraneo. Al di là dei rischi ambientali, però, si tratta di una vicenda ancora avvolta da troppe ombre. Uno dei grandi misteri della storia di questo paese, su cui ancora oggi si fatica a trovare delle risposte. Così, a distanza di trent’anni dalla morte del capitano Natale De Grazia, avvenuta in circostanze mai del tutto chiarite il 13 dicembre 1995, la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti ha deciso di riaprire un filone di approfondimento sulle cosiddette “navi a perdere”. L’obiettivo è verificare documenti, testimonianze e possibili piste ancora inesplorate per trovare risposte su uno dei più grandi misteri della storia repubblicana.

Ma facciamo un passo indietro. Siamo a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90 e nel nostro paese si irrigidiscono le norme sullo smaltimento di rifiuti pericolosi mentre ci si avvia verso la dismissione delle centrali nucleari, bocciate con il referendum del 1987. Le imprese italiane si ritrovano così a dover affrontare costi sempre maggiori e procedure infinite per smaltire rifiuti radioattivi e scarti tossici da lavori industriali. E come da prassi consolidata, quando seguire le norme diventa sconveniente, ci pensa la criminalità organizzata a fornire una via illecita alternativa, rapida ed economica. I clan si offrono inizialmente come soggetti in grado di smaltire quei rifiuti a basso costo. Li caricano sulle cosiddette "navi di veleni” che, stipate di scorie, di ogni tipo fanno rotta verso i paesi del sud del mondo, dal Libano al Venezuela, dove lo smaltimento costa poco e di domande non se ne fanno.

Ma a un certo punto, per massimizzare i profitti, si cambia strategia. Le "navi dei veleni” diventano "navi a perdere”: perché smaltire quei rifiuti, anche se a basso costo e senza rischi, quando si possono tranquillamente depositare sul fondo del Mediterraneo? Il meccanismo era semplice: tonnellate di «rifiuti brutti», come il pentito di ‘ndrangheta Francesco Fonti definì gli scarti tossici e radioattivi, venivano stipati su navi vecchie, con oltre venti o trent’anni di navigazione, e prossime ad essere smaltite. Una volta al largo, le imbarcazioni venivano affondate volontariamente e il carico veniva così "smaltito” sul fondo del Mediterraneo. Un vero e proprio salto di qualità nelle strategie criminali: «Il guadagno in questo senso era persino doppio – ci spiega Carnì - perchè da un lato il grosso dell’affare era l’abbattimento dei costi di smaltimento dei rifiuti e delle scorie nucleari, ma dall’altro arrivavano anche profitti ingenti dal premio assicurativo concesso alla compagnia di navigazione proprietaria della nave».

Al largo delle coste calabresi, tra Capo Bruzzano e Capo Spartivento, il 21 settembre 1987 affonda senza lanciare alcun SOS alle autorità il mercantile "Rigel”, battente bandiera maltese e di proprietà della Mayfair Shipping Company. Tre gradi di giudizio hanno accertato che quella nave venne fatta affondare di proposito, e con lei il suo carico. Nella stiva, rivestita con blocchi di cemento e granulato di marmo per schermare le radiazioni, ci sarebbero tonnellate di rifiuti tossici e radioattivi. E il presente non è usato a caso. Negli ultimi trentanove anni, infatti, nessuno ha mai provato a recuperare il relitto che, ad oggi, è ancora inabissato a poche miglia dalle nostre coste con il suo carico. E nessuno ha mai verificato cosa ci sia realmente nella sua stiva.

Ma quello della Rigel non è un caso isolato. Secondo alcune fonti sarebbero addirittura oltre 50 le imbarcazioni cariche di rifiuti pericolosi inabissate in tutto il Mediterraneo. «È difficile dare un numero preciso. – spiega Carnì – La procura di Reggio Calabria nel 1996 stimava ci fossero circa una ventina di navi inabissate, negli anni seguenti però si è arrivati a stimare che tra il 1979 e il 2000 ci siano stati circa 80 affondamenti sospetti». Ottanta affondamenti che, tradotto, significa che sui fondali del Mediterraneo, da oltre trent’anni, ci sono ottanta imbarcazioni potenzialmente cariche di rifiuti radioattivi. Una bomba a orologeria di cui non conosciamo il timer. Poco o nulla sappiamo, infatti, né di cosa trasportassero quelle navi, né di dove siano di preciso i relitti, né delle condizioni in cui versano i fusti carichi di rifiuti, sicuramente deteriorati da oltre trent’anni in mare e quindi a rischio rilascio.

Sappiamo poco anche perché le indagini, portate avanti in modo scrupoloso dal pool guidato dal procuratore Francesco Neri a Reggio Calabria, si interruppero in modo brusco con la morte di Natale de Grazia. Ufficiale della capitaneria di porto, de Grazia aveva messo le sue competenze tecniche in materia di mare e navigazione al servizio del gruppo di lavoro che in Procura stava lavorando a questo tema. Investigatore metodico e stimato, venne scelto direttamente da Neri e permise di affrontare con maggior consapevolezza e chiarezza un argomento che rischiava di diventare troppo complesso per magistrati non così avvezzi a questi temi. De Grazia aveva individuato anomalie ricorrenti in numerosi naufragi avvenuti nel Mediterraneo: navi obsolete, spesso prive di manutenzione, assicurate per cifre elevate e affondate in circostanze sospette. Si stava, insomma, delineando uno schema in cui si intrecciavano società offshore, broker internazionali, armatori e intermediari legati alla criminalità organizzata calabrese. Un quadro allarmante, al punto da spingere il procuratore capo Neri a trasmettere una nota al Quirinale per informare l’allora Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, che le indagini in corso «potevano coinvolgere la sicurezza nazionale», come dirà lui stesso ai pubblici ministeri.

Ma nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 1995, Natale De Grazia muore improvvisamente mentre si trova in auto con due colleghi in direzione La Spezia dove avrebbe dovuto visionare dei documenti sulla motonave Rigel. Nei giorni seguenti l’autopsia liquida il decesso come «morte di tipo naturale, conseguente ad una insufficienza cardiaca acuta». Ma qualcosa non torna: «Sul corpo di De Grazia - spiega Carnì - non venne effettuato nessun esame tossicologico per escludere cause diverse da quella naturale». Una situazione che spinge la famiglia a chiedere un secondo esame autoptico che si conclude senza esito. Ma di nuovo, c’è qualcosa fuori posto. «Viene chiesta dalla procura un’analisi tossicologica - spiega Carnì - ma si cercarono stupefacenti, come oppiacei e cocaina, e non altre sostanze tossiche».

Storture che nel 2013 vengono messe nero su bianco dal prof. Giovanni Arcudi incaricato dalla commissione rifiuti di analizzare nuovamente documenti e reperti. «Non posso non osservare - si legge nella sua relazione finale - come gli accertamenti, allora disposti, risultino condotti in maniera piuttosto superficiale con incomprensibili carenze e contraddizioni». E ancora: «Manca qualsivoglia elemento che giustifichi la morte improvvisa per cause naturali. La progressiva depressione delle funzioni del sistema nervoso centrale è compatibile solo con una causa tossica». Ma il caso non venne riaperto.

Trent’anni dopo, insomma, i misteri attorno alle navi e alla morte di Natale de Grazia restano insoluti. «Mi sembra insopportabile – dice a Rinascita Enrico Fontana, responsabile dell'Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente – che ci sia una vicenda in cui si ipotizza che sui fondali ci sono relitti carichi di rifiuti radioattivi e pericolosi e non si fa tutto il necessario per vedere se sia realmente così e quali sono i rischi. Ma come si fa a restare con questo dubbio, con questa angoscia?». Qualche risposta in più proverà a darla ora la Commissione rifiuti che nei prossimi mesi lavorerà ad una relazione sulle navi e sulla vicenda di de Grazia. «L’obiettivo – ci spiega Stefano Vaccari, capogruppo PD in commissione rifiuti – deve essere necessariamente quello di far emergere nuovi elementi che possano riaprire una vicenda che forse è stata chiusa un po’ frettolosamente». Una chiusura frettolosa a cui sono seguiti anni di incertezze, di mezze verità e ambiguità. E più ci si allontana temporalmente da quei giorni, più si rischia che questa storia finisca dimenticata insieme ai tanti misteri irrisolti di questo paese. «Nonostante siano passati oltre trent’anni – sostiene Fontana – c’è ancora la speranza e la possibilità di arrivare a una verità storica. Anzi, forse può essere più semplice. Sono stati fatti passi in avanti in questi anni, ci sono relazioni e documenti, e ci sono anche tecnologie che prima non esistevano e che possono essere determinanti».

Proprio le nuove tecnologie, in materia di rilievi sui fondali marini, possono portare elementi concreti di novità. «Oggi abbiamo gli strumenti per ispezionare i fondali anche a 5mila metri di profondità – prosegue Fontana – vengono già usati, ad esempio, in Francia con risultati assolutamente attendibili». Proprio l’ispezione dei fondali, in prossimità dei punti in cui si sarebbero verificati gli affondamenti sospetti, permetterebbe infatti di avere risposte importanti sull’effettiva presenza delle imbarcazioni, sulla natura del loro carico e sulle condizioni in cui versano individuando eventuali rischi per l’ambiente e le persone.

E proprio a questi nuovi strumenti potrebbe ora affidarsi la commissione nel tentativo di far emergere elementi di novità. «Noi chiederemo sicuramente di desecretare alcuni documenti per i quali non c’è più una reale necessità di segretezza – spiega Vaccari – e parallelamente proveremo a compiere questi rilievi, consapevoli che ci sono varie incognite sui tempi, i costi e le condizioni anche atmosferiche necessarie per compierli». E con la fine della legislatura ormai alle porte, proprio la questione del tempo diventa più che mai cruciale e costringe la commissione a uno sforzo ulteriore per fare in modo che nei mesi che rimangono si possano portare risultati concreti. «Non possiamo e non dobbiamo perdere tempo – riflette Vaccari – in questioni già note. La Commissione in passato ha già lavorato in varie occasioni sul tema e dovremo necessariamente ripartire da li per dare un nuovo impulso e arrivare a delle conclusioni».

«È importante – spiega Enrico Fontana – che si faccia un lavoro di approfondimento serio, che è poi quello che scriveva la stessa commissione nella sua ultima relazione sul tema». Un approfondimento che, secondo Legambiente può costituire anche «un parziale riconoscimento alla memoria di de Grazia, portando avanti le indagini che lui non ha potuto fare». Bisognerà, insomma, ricostruire le attività che stava svolgendo il pool di inchiesta costituitosi a Reggio Calabria e che a seguito della morte di de Grazia si sfaldò gradualmente fino a cessare le indagini. Attorno a quell’attività investigativa e a quanto accaduto nei mesi e negli anni successivi restano, a distanza di trent’anni, diversi aspetti mai chiariti del tutto. Domande messe nero su bianco da Anna Maria Vespia, moglie del capitano de Grazia, in una lettera inviata il 7 marzo 1997 alla procura di Nocera Inferiore, che indagava sulla morte del marito: «Perchè non vengono sentiti i Magistrati inquirenti sulle minacce subite? Perché non vengono escussi come testimoni i militari dell’Arma che erano con lui? Perché non viene sentito Scimone per accertare le persone che tentarono di contattare il capitano De Grazia tra cui anche un teste particolare, vicino ai servizi segreti? Perché non si accerta con quali ufficiali del Sios della marina militare ebbe contatti prima a Messina e successivamente a Roma? A chi interessa coprire tutto?».

Una risposta a queste domande, ancora, non c’è e difficilmente ci sarà al termine dei lavori di questa commissione. «L’obiettivo – spiega Carnì - non può essere arrivare a scoprire la verità sulle navi e su de Grazia, non è realistico. Ma i lavori di questa commissione possono essere fondamentali per dare un nuovo slancio alla ricerca della verità. Non si deve cercare di chiudere, provando ad arrivare ad una conclusione organica, si deve piuttosto provare ad aprire: dare risposte mirate a questioni ancora aperte che possano portare a confermare o smentire vecchi scenari ed eventualmente aprirne di nuovi».

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