La selva delle destre e la strada smarrita della sinistra
Dante come lente per leggere potere digitale, rabbia e insicurezza: perché le destre crescono e quali risposte materiali deve offrire la sinistra.

ANSA
«Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura, / ché la diritta via era smarrita».
I celebri versi con cui si apre la Divina Commedia raccontano qualcosa che conosciamo bene. La selva dantesca non è il risultato di un terremoto improvviso: è il luogo in cui ci si ritrova quando si continua a camminare lungo strade note, scoprendo all’improvviso che non portano più da nessuna parte. È la condizione che descrive con precisione lo stato d’animo dell’Occidente di oggi: società che si sentono disorientate, incerte e prive di una rotta verso il futuro. Da oltre un decennio l’avanzata elettorale delle destre radicali e nazionaliste viene spiegata con una formula “rassicurante”: il “ritorno del fascismo”. Ogni volta che una forza conservatrice o estremista vince le elezioni, scatta l’allarme per la democrazia; ogni volta che perde, si tira un sospiro di sollievo pensando che il pericolo sia passato. È una spiegazione comoda, ma rischia di farci guardare nella direzione sbagliata. La storia non si ripete mai nello stesso modo.
I fascismi del Novecento sono nati dentro la società industriale di massa. Avevano bisogno di fabbriche piene di operai, di grandi parate di piazza, dello Stato che controllava ogni aspetto della vita e di una violenza fisica visibile per le strade. Le destre di oggi nascono in un mondo completamente diverso: una società di individui soli, iperconnessi, precari e immersi nel flusso continuo dei social network. Non chiedono alle persone di sfilare in divisa o di giurare fedeltà a un partito unico; parlano invece a individui isolati, intercettando e organizzando la loro rabbia quotidiana attraverso gli algoritmi. La vera domanda da farsi non è se stiamo tornando agli anni Trenta. La domanda è: che cosa sta nascendo sotto i nostri occhi? Perché le destre continuano a crescere anche quando i loro programmi economici si rivelano difficili da attuare? Perché ottengono voti tra i giovani, che dovrebbero essere la generazione più aperta e cosmopolita? E soprattutto: che cosa non ha capito la politica democratica e progressista?
Per capirlo possiamo usare il viaggio di Dante nell’Inferno non come una lezione accademica, ma come una lente per osservare il nostro tempo. All’Inferno i dannati non sono mostri astratti: sono persone che hanno perso la misura delle cose, che hanno scambiato un pezzo di realtà per il tutto e non hanno saputo riconoscere un limite. La radice della crisi attuale nasce proprio da una promessa spezzata. Nel secondo dopoguerra la democrazia europea si è retta su un patto semplice: con lo studio, il lavoro e le tutele sociali, i figli avrebbero vissuto meglio dei loro genitori. Quando questo meccanismo si è rotto, a causa di una globalizzazione mal governata, della precarietà del lavoro e della crisi economica del 2008, il futuro ha smesso di essere una promessa ed è diventato una minaccia. Di fronte a questo disorientamento, la sinistra ha spesso risposto con il linguaggio freddo dei conti pubblici e dell’adattamento inevitabile al mercato; la destra, invece, ha offerto una risposta emotiva ed elementare: se il futuro spaventa, rifugiamoci nel passato.
La ricchezza senza limiti e la tentazione dell’apocalisse
Nel cerchio degli avari e dei prodighi Dante punisce chi ha perso il senso del limite nell’uso del denaro. Nel nostro presente questa dinamica ha raggiunto livelli senza precedenti storici. Non si tratta solo di registrare che i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. C’è una trasformazione più profonda: una parte dell’élite economica e tecnologica globale sembra essersi convinta di non aver più bisogno del resto della società.
Nel Novecento, i grandi industriali potevano essere duri e spietati, ma dipendevano comunque dal proprio Paese: avevano bisogno di operai che lavorassero nelle fabbriche, di cittadini che comprassero le loro merci, di strade pubbliche per trasportarle e di leggi stabili per proteggere i loro investimenti. Il loro destino era legato a quello della comunità. Oggi i padroni delle grandi piattaforme digitali e della finanza globale vivono e operano al di sopra degli Stati. Non possiedono soltanto patrimoni giganteschi, ma controllano le infrastrutture invisibili attraverso cui miliardi di persone cercano informazioni, comunicano, lavorano e fanno acquisti. Hanno privatizzato lo spazio pubblico.
Da questa concentrazione enorme di potere nasce un’idea pericolosa: la convinzione che la ricchezza e la tecnologia permettano di salvarsi da soli da qualsiasi crisi. Lo vediamo chiaramente nei progetti per colonizzare altri pianeti, nella costruzione di bunker di lusso in Nuova Zelanda, negli investimenti per l’allungamento artificiale della vita o nella convinzione che l’intelligenza artificiale possa sostituire gran parte dell’umanità. Si diffonde così una vera e propria mentalità apocalittica: l’idea che il collasso ambientale o la crisi sociale non siano problemi da risolvere insieme, ma catastrofi inevitabili dalle quali solo chi ha abbastanza denaro e tecnologia riuscirà a salvarsi. È una visione che spezza l’idea stessa di umanità come destino comune. Le nuove destre non combattono questo strapotere economico: ne diventano spesso l’alleato politico ideale. Mentre i miliardari della tecnologia accumulano potere e risorse, i leader politici della destra convincono i cittadini impoveriti che i veri responsabili dei loro problemi siano i migranti, gli ambientalisti o i vicini di casa più vulnerabili.
La palude dei social e la fabbrica della rabbia
Più si scende nell’Inferno, più l’ambiente diventa ostile. Nello Stige Dante incontra gli iracondi che si azzuffano nel fango: un’immagine che somiglia in modo impressionante alla discussione pubblica sui social network. La rabbia che attraversa le nostre società non è nata per caso. È diventata il motore economico delle piattaforme digitali. Gli algoritmi sono programmati per fare soldi catturando la nostra attenzione, e niente incolla le persone allo schermo più velocemente della paura, dell’indignazione e dell’odio verso un nemico comune.
Un tempo c’erano i corpi intermedi, i partiti di territorio, i sindacati, le parrocchie, le associazioni di quartiere, i giornali, che svolgevano un ruolo prezioso di filtro: raccoglievano i problemi reali delle persone e li trasformavano in proposte concrete, contratti di lavoro, riforme legislative. Con l’avvento dei social questa mediazione è saltata. Il leader politico parla direttamente al telefono del cittadino. La rabbia individuale non diventa più un progetto collettivo per migliorare le cose, ma resta un risentimento personale che cerca immediatamente un colpevole da punire: i burocrati di Bruxelles, le minoranze, i professori, gli scienziati, chiunque possa essere indicato come il simbolo del cambiamento che fa paura. La destra radicale ha dominato questo spazio perché il suo linguaggio coincide perfettamente con la logica del web: frasi brevi, toni aggressivi, nemici chiari, risposte semplici a problemi difficili. Chi pensa di contrastare questa ondata limitandosi a mostrare tabelle statistiche ed elenchi di dati finisce regolarmente per perdere. L’argomentazione tecnica viene percepita come fredda e lontana dalla vita reale, mentre l’urlo del demagogo viene scambiato per vicinanza e autenticità.
Nel cerchio degli eretici Dante incontra chi ha negato la vita eterna, rinchiuso in tombe di pietra infuocata. Nel nostro mondo secolarizzato l’eresia ha un altro volto: è la perdita di una realtà condivisa, la chiusura dentro bolle informative dove ogni fatto può essere negato e ogni falsità trasformata in verità indiscutibile. Una democrazia può sopportare visioni politiche diverse e persino opposte. Ma fa molta fatica a reggere se i cittadini non concordano nemmeno sui fatti fondamentali: se il cambiamento climatico viene considerato una truffa, se le elezioni vengono descritte come truccate a prescindere dai risultati, se la medicina o la scienza vengono ridotte a complotti delle élite.
La sfiducia verso gli esperti non è nata dal nulla: le classi dirigenti hanno commesso errori gravi e spesso hanno usato la loro autorevolezza per imporre scelte impopolari. Ma quando la fiducia nelle istituzioni crolla del tutto, il vuoto viene riempito da nuovi imbonitori digitali, influencer e leader populisti. La politica cessa così di essere un confronto democratico e diventa una guerra tra tribù: non si discute più su quale sia la legge migliore per la sanità o la scuola, ma su chi fa parte del gruppo “buono” e chi di quello “cattivo”. E quando l’avversario viene considerato un nemico morale da distruggere, il compromesso democratico diventa impossibile.
Il consenso della destra: tra paradosso identitario e domande reali di protezione
C’è un paradosso evidente nel successo delle destre contemporanee: molte delle loro promesse sono palesemente irrealizzabili. Promettono di fermare completamente l’immigrazione in Paesi che hanno un disperato bisogno di lavoratori per l’agricoltura, l’assistenza agli anziani e l’industria. Promettono di mettere dazi sulle merci straniere sostenendo che questo arricchirà i cittadini, quando in realtà rischia di aumentare i prezzi al consumo. Promettono di tagliare le tasse a tutti e contemporaneamente di aumentare le pensioni e la spesa pubblica. Promettono di fermare la transizione ecologica senza spiegare come si affronteranno i disastri climatici che colpiscono territori e imprese. Eppure, quando queste forze vanno al governo e si scontrano con la realtà dei fatti, facendo retromarcia o fallendo nei loro obiettivi, il loro consenso spesso non crolla. Come mai?
La spiegazione non sta semplicemente nel credere che gli elettori siano “manipolati” o “abbagliati”. Sarebbe un grave errore di supponenza intellettuale. C’è una parte di elettorato che sceglie la destra per precisa convinzione ideologica e legittima tutela dei propri interessi economici (ceti produttivi, partite IVA, proprietari di immobili). E c’è un’altra parte, amplissima, per cui il voto non è la firma su un contratto finanziario, ma l’adesione a un racconto identitario e a un bisogno autentico di riscatto e sicurezza.
Quando un leader grida che bisogna «riprendersi il controllo», l’elettore precario o impoverito non fa il calcolo economico delle singole misure: sente finalmente qualcuno che riconosce la sua sofferenza e gli dice: «La colpa delle tue difficoltà non è tua, è di chi ha governato finora tradendoti». L’irrealizzabilità della promessa non è un punto debole della destra, ma la sua forza: segnala la volontà di rompere con un ordine percepito come distante e ingiusto. E se poi la promessa non viene mantenuta, la colpa non sarà mai del leader, ma dei “giudici politicizzati”, dell’“Unione Europea”, delle “banche” o del “complesso mediatico”. Il fallimento pratico viene trasformato in martirio politico, e il consenso si rinsalda.
Ma c’è di più: la destra intercetta questioni concrete che il mondo progressista ha a lungo rimosso. La domanda di confini certi, di decoro urbano, di tutela delle tradizioni locali e di protezione fisica non è una bizzarria reazionaria: è la richiesta elementare di chi vive in quartieri dove il cambiamento sociale non si è tradotto in maggiori opportunità cosmopolite, ma in abbandono istituzionale, degrado dei servizi e solitudine.
Il ghiaccio di Lucifero: un autoritarismo senza dittatori
Al fondo dell’Inferno Dante non trova il fuoco, ma il ghiaccio del lago di Cocito. Lucifero muove le ali creando un vento gelido che congela tutto: è l’immagine della paralisi totale, dove nulla può muoversi o cambiare. È qui che dobbiamo rispondere con chiarezza alla domanda iniziale: stiamo tornando al fascismo? Se cerchiamo le camicie nere, i colpi di Stato militari e le leggi speciali che mettono fuorilegge i partiti, la risposta è no. Ma se pensiamo che per questo motivo non ci siano rischi, commettiamo un errore di miopia politica.
L’autoritarismo del XXI secolo non ha bisogno di abolire le elezioni o di chiudere i parlamenti. Gli basta svuotarli di significato dall’interno. Non ha bisogno di censurare i giornali: gli è sufficiente inondare il web di notizie contraddittorie fino a stordire l’opinione pubblica. Non ha bisogno di arrestare gli oppositori: gli basta polarizzare la società fino a rendere impossibile qualsiasi alleanza sociale solidale. È un autoritarismo liquido, digitale e frammentato, che lascia i cittadini liberi di votare e di sfogarsi sui social network, mentre le decisioni fondamentali sull’economia, sulla tecnologia e sul futuro del pianeta vengono prese altrove, lontano da qualsiasi controllo democratico. In questa cornice, le nuove destre non sono i restauratori del passato, ma gli amministratori di questa rabbia: mantengono la società divisa e impotente affinché i veri rapporti di potere non vengano mai toccati.
Dove ha sbagliato la sinistra: l’abbandono della realtà materiale e la questione migratoria
Arrivati a questo punto, è doveroso porsi la domanda più scomoda: dove hanno sbagliato le forze democratiche, progressiste e riformiste? Dare tutta la colpa alla propaganda della destra o alla credulità degli elettori è una scorciatoia infantile. Le destre hanno vinto terreno perché hanno occupato uno spazio vuoto lasciato proprio dalla sinistra negli ultimi trent’anni. A partire dagli anni Novanta, gran parte del centrosinistra occidentale ha accettato l’idea che il mercato globale non potesse essere governato, ma solo assecondato. Il riformismo storico, che era la capacità di trasformare la società difendendo i lavoratori e allargando i diritti sociali, si è trasformato nell’amministrazione prudente dei vincoli di bilancio. In questo percorso, il lavoro ha perso centralità. La precarietà diffusa, la perdita del potere d’acquisto dei salari e l’ansia per il futuro sono state trattate come effetti collaterali inevitabili della modernizzazione. La sinistra è apparsa sempre più come il partito delle classi istruite e benestanti dei centri urbani, lontana dai bisogni delle periferie industriali e delle province marginalizzate.
Questa frattura si è manifestata con violenza sul terreno dell’immigrazione. Per troppo tempo la sinistra ha affrontato il fenomeno con un approccio prevalentemente etico ed estetico, parlando di accoglienza universale e società aperta, ma disinteressandosi degli attriti materiali che i flussi non governati provocano nella vita quotidiana. L’immigrazione non impatta sui quartieri residenziali del centro: si concentra nelle periferie, dove i cittadini più fragili vedono saturarsi gli asili nido, allungarsi le graduatorie per le case popolari e degradarsi i presidi sanitari di quartiere. Negare l’esistenza di un problema di sicurezza e di convivenza, bollando ogni timore popolare come pregiudizio razzista, è stato un suicidio politico e morale. La sicurezza dei quartieri e delle stazioni non è un lusso reazionario, ma la principale garanzia di libertà per chi non può permettersi vigilanza privata o scuole esclusive. La mancanza di una proposta di governo rigorosa, capace di combinare flussi legali programmati legati al lavoro, doveri di integrazione linguistica e civica, contrasto inflessibile allo sfruttamento e massicci investimenti nei territori di approdo, ha regalato il monopolio del tema alle destre, che hanno trasformato una complessa dinamica storica in una perenne trincea elettorale.
Quando la sinistra ha smesso di offrire protezione materiale e certezze quotidiane, le persone hanno cercato la protezione identitaria offerta dalla destra. Quando la solidarietà tra lavoratori è stata cancellata dalla concorrenza di tutti contro tutti, è riemersa l’appartenenza tribale della nazione e della razza. Per usare la celebre intuizione di Antonio Gramsci, la crisi si manifesta quando il vecchio ordine sta morendo e il nuovo non riesce ancora a nascere: in questo interregno si creano le condizioni per i fenomeni politici più distruttivi.
L’idea di limite e il coraggio delle proposte
Dante conclude il suo viaggio infernale con un’immagine celeberrima: «E quindi uscimmo a riveder le stelle». Il poeta attraversa il buio non per rassegnarsi al male, ma per trovare la via d’uscita. Fermare l’avanzata delle destre non sarà possibile limitandosi a denunciare il pericolo per la democrazia o invocando patti elettorali di pura resistenza istituzionale. La democrazia non si difende conservando l’esistente che ha prodotto la crisi; si salva rimettendone in discussione le fondamenta.
La prima grande questione da affrontare riguarda il senso del limite. Il modello economico degli ultimi decenni ha promesso una crescita infinita su un pianeta dalle risorse finite, trasformando tutto in merce: la natura, il lavoro, il tempo delle persone e persino la loro attenzione digitale. L’apocalittismo delle nuove élite tecnologiche è l’espressione estrema di questa presunzione: quando la realtà dimostra che i limiti esistono, i miliardari preferiscono sognare di fuggire nello spazio piuttosto che accettare regole comuni.
La politica democratica deve riscoprire l’idea che il limite non è una prigione, ma la condizione stessa della convivenza, della dignità e della libertà. Questa visione non può restare una formula filosofica: deve incarnarsi in scelte programmatiche coraggiose e comprensibili:
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Il limite allo sfruttamento del lavoro e del tempo: Introdurre un salario minimo legale che cancelli l’infamia del “lavoro povero”, contrastare i contratti pirata e la precarietà a vita, e sperimentare la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Ridare dignità al lavoro significa restituire alle persone il diritto di pianificare una famiglia e una vita senza l’angoscia della sopravvivenza.
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Il limite alla concentrazione della ricchezza e la sovranità fiscale: Imporre una tassazione effettiva e non eludibile sui profitti colossali delle piattaforme Big Tech e sulle grandi rendite finanziarie. Utilizzare questo gettito non per bonus elettorali effimeri, ma per finanziare la sanità pubblica territoriale, la scuola a tempo pieno e la messa in sicurezza idrogeologica dei territori.
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Una politica migratoria fondata su legalità, doveri e investimenti: Uscire dalla finta alternativa tra “porti aperti” e “blocchi navali”. Serve aprire canali di ingresso regolari per motivi di studio e lavoro nei paesi di origine, stroncando le mafie dei trafficanti e il caporalato nelle nostre campagne. Al tempo stesso, l’accoglienza va gestita con modelli diffusi che non sovraccarichino le periferie, vincolando i permessi a percorsi seri di apprendimento della lingua, formazione professionale e rispetto delle leggi dello Stato. L’integrazione è un patto reciproco di diritti e doveri, non un atto di carità cieca.
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La sicurezza urbana come primo bene comune: Riportare lo Stato dove si è ritirato. Significa carabinieri e polizia di quartiere a piedi, riqualificazione dell’illuminazione e degli spazi pubblici abbandonati, presidi sanitari aperti h24 e una rete capillare di trasporti pubblici che colleghi le periferie e le province ai centri decisionali. Chi vive in periferia deve sentire che la legge e la protezione dello Stato arrivano prima della paura.
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Il governo pubblico dell’innovazione e della transizione: L’intelligenza artificiale e la transizione verde non possono trasformarsi in un’altra macelleria sociale per i lavoratori dell’industria o dell’agricoltura. Lo Stato deve tornare a essere innovatore e pianificatore: guidare gli investimenti energetici, proteggere la sovranità sui dati dei cittadini e garantire che i guadagni di produttività generati dalle macchine finanzino il tempo libero e la protezione sociale dell’umanità.
«E quindi uscimmo a riveder le stelle»
Se la destra risponde all’insicurezza chiudendo le frontiere e inventando nemici, la risposta progressista non può essere la difesa indifferente dello status quo, ma la ricostruzione dei legami di solidarietà e di comunità. Ma soprattutto, bisogna restituire alle persone la capacità di immaginare un futuro che non sia fatto solo di sacrifici, disastri climatici o subordinazione alla tecnologia. Finché il futuro farà paura, la destra continuerà a vincere offrendo il rifugio nel passato o l’illusione del confine invalicabile. Rendere il futuro di nuovo desiderabile è l’unica vera sfida della politica democratica. Le stelle di Dante non sono una decorazione poetica: rappresentano la speranza che si trasforma in direzione. E ritrovare quella direzione significa ricominciare a credere, con i piedi ben piantati nella realtà, che il destino della società appartenga ancora a tutti noi.
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