Nucleare “sostenibile”: la vecchia promessa che non risolve i problemi dell’Italia

Enza PlotinoIl Punto
RIVRINASCITA_20260825154323230_4ff9903679aedaa9732394c1823f181e.jpg

ANSA

Ogni qualvolta pensiamo, speriamo, che questa destra al Governo abbia prodotto il massimo possibile del ridicolo, del grottesco, una nuova trovata propagandistica sconsiderata appare d’incanto a smorzare le nostre speranze. Le perle più rare arrivano dal Ministero dell’Ambiente, che oggi arranca senza idee, senza progetti, senza spinte politiche innovative e che si muove, quando si muove, in maniera scomposta tra dossier delicatissimi e argomenti spinosi che avevamo dimenticato, affossati dal voto popolare. Il nucleare, per esempio. L’idea brillante gli è venuta forse mentre dormiva! Qual è l’argomento che può distrarre o spaventare per un po’ la popolazione e irritare la sinistra, a costo zero e su cui si può dire tutto e il suo contrario senza essere smascherati più di tanto? Il nucleare “sostenibile” di Pichetto Fratin, una perla che rappresenta lo specchietto per le allodole di una lobby nucleare che finalmente ha visto la strada spianata in Italia per ritornare alla carica, grazie alle posizioni “nucleariste” del governo di destra.

Sostenibile dove, come, quando? Piccoli moduli, grandi impianti, un armamentario di cazzate in un Paese in cui non si riesce a localizzare un sito per i rifiuti radioattivi da ben 14 anni; un Paese ormai industrialmente obsoleto, con un territorio pianeggiante e costiero densamente abitato, con vaste aree a elevato rischio sismico e altre molto estese esposte a rischi di alluvioni e di frane e in cui non c’è nessuno sano di mente che pensi che la soluzione alla crisi energetica attuale sia localizzare, progettare, finanziare e costruire 28 reattori nucleari! Perché, per produrre il 20% di elettricità da nucleare al 2035, servirebbero 28 centrali nucleari da 300 MW. Il nuclearista “sostenibile” Pichetto Fratin non ci dice, però, come facciamo, fino al 2035, frenando lo sviluppo delle rinnovabili, a pagare il gas e le bollette elettriche arrivate alle stelle. Una follia adatta solo a far contente quelle imprese dormienti che non si sono mai rassegnate alla speranza di potersi rimettere in pista al momento opportuno e, in barba alle decisioni che un Paese intero ha preso con un referendum, poter avviare la costruzione di centrali nucleari a fissione, costosissime, che generano rifiuti altamente radioattivi e pericolosi per migliaia di anni e che abbisognano dell’acqua (dolce) di un oceano per funzionare.

È inaccettabile che anni di progresso verso la sostenibilità di un sistema, di progetti di benessere e sicurezza dei cittadini, di studi sulle migliori possibilità di risparmio di un fabbisogno in forte crescita come quello dell’energia elettrica, di sviluppo internazionale verso l’uscita dalle fonti fossili che hanno distrutto parti consistenti del nostro pianeta, creando condizioni di disequilibrio insostenibili, possano essere rimessi in dubbio da un manipolo di governanti inadeguati, politicanti sprovveduti e incapaci, mossi da filonuclearisti mai rassegnati. Alla base di questa rivoluzione antistorica e ideologica c’è una grandissima bugia che si vuole far circolare ad arte per irretire una popolazione abbastanza provata da condizioni di vita faticose, pesantissime, sul piano sociale ed economico. Si vuole far credere che, con la fissione dell’uranio, si possano abbassare le bollette elettriche, cresciute per le note vicende del gas. Nel diffondere questa bugia si fa riferimento alla Francia. Anche lì, dando numeri inesistenti e falsi.

A beneficio delle teorie nucleariste si porta “il successo” economico del nucleare francese. Niente di più falso. In Francia, come spiegava un articolo di Le Monde del 2020, il nucleare è “diventato un peso”: la crescita dell’indebitamento, la difficoltà a reperire capitali, gli anni di bassi utili e perfino una perdita record nel 2022 dell’EDF. E si guarda all’esperienza italiana della transizione energetica, all’ENEL “super major del rinnovabile”, come a un successo dei cugini italiani. La verità, che non cambia nel tempo, è che il nucleare non genera successi economici anche perché produce elettricità troppo cara. Finché non si troverà il modo di azzerare la quantità di rifiuti che l’energia nucleare produce in maggiori quantità rispetto alle altre fonti energetiche e di risolvere il problema dello stoccaggio geologico delle scorie radioattive, di certo non si potrà parlare di nucleare sostenibile, come sta facendo in maniera approssimata il Ministro dell’Ambiente.

Risale al lontano 1987, dopo un referendum abrogativo, l’abbandono dell’utilizzo dell’energia nucleare, a un anno dal disastro di Chernobyl del 1986. A quel tempo funzionavano in Italia otto siti nucleari: le quattro centrali nucleari di Trino, Caorso, Latina e Garigliano; inoltre, Bosco Marengo e tre impianti di ricerca sul ciclo del combustibile, a Saluggia, Casaccia e Rotondella. Ma ancora oggi ogni governo si trova tra le mani la patata bollente dello smaltimento di quelle scorie radioattive, alla ricerca di depositi per chiudere il ciclo di vita di quelle centrali.

Si chiama decommissioning ed è l’insieme delle operazioni di mantenimento in sicurezza degli impianti, dell’allontanamento del combustibile nucleare esaurito, della decontaminazione e dello smantellamento delle installazioni nucleari e della gestione e messa in sicurezza dei rifiuti, in attesa del loro trasferimento nel famigerato deposito unico nazionale. Il decommissioning viene assicurato da Sogin, la società a cui è stata affidata la gestione dei 15.500 metri cubi di rifiuti radioattivi giacenti in Italia. Mentre i governi, da quel lontano 1987, stanno ancora cercando un luogo fisico in Italia dove costruire il Deposito nazionale che li contenga tutti. Un compitino niente male, affidato sempre a Sogin, che in questi ultimi anni ha presentato una lista “nera” di possibili siti adeguati alla bisogna.

Fino a oggi, i rifiuti radioattivi sono stoccati all’interno di decine di depositi temporanei presenti nel nostro Paese, in attesa del loro accumulo definitivo nel deposito unico nazionale. Lo stoccaggio in condizioni di sicurezza è assolutamente necessario visto che, se lo avessimo dimenticato, i rifiuti nucleari sono pericolosi per la salute delle persone e per l’ambiente. Lo stoccaggio consente di attenuare il contenuto radioattivo, che impiegherà migliaia di anni per raggiungere un livello tollerabile, tale da non rappresentare più rischi. Quindi rappresenta un’ovvietà propagandistica, di cui questo Governo di destra è campione, parlare di un possibile ritorno al nucleare “sostenibile” finché le scorie delle centrali chiuse negli anni ’80 non saranno messe in sicurezza.

Per sostituire l’elettricità, molto costosa, generata dalle centrali a gas, non serve un’altra fonte costosissima come il nucleare, ma le rinnovabili, molto più economiche e soprattutto pulite. Con queste decisioni antistoriche, il Governo da un lato paga pegno ai filonuclearisti e dall’altro si illude che, mettendo in pista il ritorno a una tecnologia nucleare, procrastinerà il grande problema di dove sistemare i rifiuti radioattivi già presenti nel nostro Paese, accollandoli, insieme a quelli che se ne creeranno ancora, in eredità alle future generazioni. In fondo, il Dio profitto non guarda al futuro, ma “macina” solo presente.

Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa

Abbonati