Nordio: se cade il braccio destro, non può restare il Ministro

Giorgio La MalfaIl Punto
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ANSA

Come un pugile finito al tappeto, nell’ansia di rimettersi in piedi prima dei fatidici dieci secondi, l’On. Meloni ha scelto tre capri espiatori dell’insuccesso nel referendum e ne ha ottenuto la testa. Ma nel farlo ha mostrato il deficit di cultura istituzionale della destra ed ha commesso un serio errore. Mi spiego.

Risaliva all'On. Meloni la proposta di nomina e la nomina a sottosegretario rispettivamente della On. Santanché e dell’On. Delmastro: venuta meno la sua fiducia in loro, la loro posizione nel governo diveniva insostenibile. Ma il caso della dottoressa Bartolozzi è diverso. Essa fa o faceva parte dell’amministrazione giudiziaria e quindi faceva capo al ministro della Giustizia, di cui era addirittura la principale collaboratrice. Un giudizio di inadeguatezza tale da richiederne le dimissioni non poteva e non può non investire il titolare del ministero.

Esiste il tema della responsabilità del ministro per gli atti della sua amministrazione. Quando fuggì Kappler, vennero chieste e ottenute le dimissioni dell’allora ministro della Giustizia Lattanzio, non perché avesse la responsabilità di custodire personalmente il criminale, ma perché il sistema penitenziario faceva capo a lui in quanto ministro. E’ esattamente questo il problema di Nordio. Se sono necessarie le dimissioni di Bartolozzi, sono altrettanto necessarie le dimissioni del ministro Nordio, che del resto sembrava esserne consapevole lunedì quando le ha prospettate salvo poi non darle.

Ieri il ministro è andato alla Camera e ha detto che l’esito del referendum non comporta automaticamente le sue dimissioni. Nessuno di noi sostiene che vi sia questo automatismo. E’ una scelta politica sua e soprattutto della presidente del Consiglio stabilire quali conclusioni trarre dalla sonora batosta ricevuta domenica e lunedi. Ma la permanenza di Nordio al ministero non è messa in questione dall’esito del referendum, bensì dalla decisione di pretendere le dimissioni di Bartolozzi. Se quest'ultima deve lasciare, a maggior ragione deve lasciare il ministro e non basta la fiducia che avrebbe espresso l’on. Meloni al ministro Nordio. Qui non si tratta di fiducia ma di responsabilità oggettiva.

A meno di non sostenere che Bartolozzi abbia aggirato il ministro e che questi si sia fatto aggirare. Ma anche in questo caso, si porrebbe la domanda se si possa mantenere al vertice di un dicastero come la Giustizia qualcuno che non si accorge di ciò che fa il suo collaboratore principale.

A Venezia si dice “peggio il taccon del buso.” Non c’è una questione Bartolozzi: c’è una questione Nordio. Ed è di essa che ora deve rispondere l’onorevole Meloni.