Non è un gioco: il viaggio umano dentro l’Italia dell’azzardo

Con Stefano Vaccari, un racconto tra mafie, dipendenze, lavoro, democrazia e memoria, unito da una domanda: quale società vogliamo costruire?

Marco CiarafoniBattaglia delle Idee
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ANSA

Ci sono interviste che finiscono quando si spegne il registratore. Ce ne sono altre che continuano a lavorarti dentro per settimane. Quella con Stefano Vaccari appartiene decisamente alla seconda categoria. Quando abbiamo deciso di scrivere questo libro, Non è un gioco, è azzardo, immaginavo un confronto sul gioco d'azzardo. Pensavo a una riflessione su un fenomeno sociale enorme, spesso sottovalutato, capace di divorare vite, famiglie e territori. Mi sono trovato invece davanti a qualcosa di molto diverso. Ne è nato un lungo viaggio dentro l'Italia. Un viaggio che attraversa le periferie sociali, le istituzioni, le mafie, il lavoro sfruttato, le nuove dipendenze digitali, la povertà, la crisi della partecipazione democratica, fino ad arrivare alle guerre dimenticate e alla memoria storica. Un viaggio che ha un solo filo conduttore: Le persone.

L'azzardo è il punto di partenza ma non è il punto di arrivo. Nel corso delle nostre conversazioni mi sono reso conto che per Vaccari il gioco d'azzardo non rappresenta soltanto una dipendenza patologica. È una cartina di tornasole. Misura il rapporto tra Stato e cittadini, tra economia ed etica, tra legalità e criminalità, tra libertà e sfruttamento. Quando racconta gli anni da sindaco di Nonantola non parla di statistiche. Ricorda i volti. Le famiglie che chiedevano aiuto. Le bollette non pagate. I mutui saltati. Un filo invisibile che, scavando sotto la superficie, conduceva sempre all’azzardo. È probabilmente lì che nasce il suo impegno. Molto prima del Parlamento e molto prima della Commissione Antimafia.

Una delle cose che più mi ha colpito è il modo con cui Vaccari concepisce la politica. Non come mestiere e tantomeno come carriera ma come responsabilità. Ogni volta che la conversazione rischiava di diventare tecnica lui riportava tutto sulle persone. Lo faceva parlando dell'azzardo. Lo faceva parlando del caporalato. Lo faceva discutendo di ecomafie. Lo faceva affrontando il tema della povertà. Ed emergeva sempre la stessa domanda, chi paga il prezzo delle nostre scelte? Chi resta indietro? È forse questo il vero cuore del libro.

Uno dei passaggi più intensi riguarda il lavoro svolto nella Commissione parlamentare Antimafia. Vaccari racconta con precisione quasi chirurgica come le organizzazioni criminali abbiano imparato a utilizzare il gioco legale come straordinario strumento di riciclaggio. Non ci sono più soltanto sale clandestine. Ci sono concessioni, flussi finanziari, piattaforme online, tecnologie, paradisi normativi. È il volto moderno delle mafie. Silenzioso, manageriale, perfettamente inserito nell'economia. Ed è impressionante constatare come il confine tra legale e illegale diventi sempre più sottile. Il libro, però, guarda anche avanti, molto avanti.

Parlando con Vaccari ci siamo soffermati a lungo sull'intelligenza artificiale, sui social network, sugli algoritmi. Temi apparentemente lontani dall'azzardo ma in realtà intimamente connessi. Oggi le dipendenze non abitano più soltanto una sala giochi. Abitano lo smartphone, vivono nelle notifiche nelle infinite scroll, nella profilazione, nella ricerca continua della gratificazione immediata. L'azzardo digitale diventa così soltanto uno degli esempi di una trasformazione molto più ampia. Una società costruita per trattenere l'attenzione. Per monetizzare la fragilità e per trasformare il tempo umano in profitto.

Ci siamo poi spostati apparentemente lontano. Dal caporalato alle ecomafie. Dalle filiere produttive all’agricoltura fino alla transizione ecologica. Ma anche qui il denominatore comune riemerge con forza. Ogni volta che il profitto prevale sulla dignità della persona nasce uno spazio in cui la criminalità prospera. Un ragionamento che Vaccari sviluppa con coerenza. Perché le mafie non sono più soltanto violenza, sono distorsione del mercato, concorrenza sleale, sfruttamento del lavoro, devastazione ambientale, economia.

Uno dei capitoli più sorprendenti dell'intervista è quello dedicato all'astensionismo. Parliamo di voto e di partecipazione. E quindi parliamo di fiducia, di giovani, di partiti e di rappresentanza. C’è un dato che emerge. La democrazia non si misura soltanto dal rispetto delle regole ma si misura dal numero di cittadini che credono ancora che partecipare serva a qualcosa. Perché quando la questa fiducia si rompe, cresce l'indifferenza. E l'indifferenza è sempre il terreno migliore per ogni forma di abuso. La conversazione cambia ancora tono quando arrivano Villa Emma, il popolo Saharawi, Gaza. Sono temi diversi, molto diversi eppure il filo che li unisce resta identico. La responsabilità verso chi è più fragile e chi non ha voce e verso chi rischia di diventare invisibile.

Villa Emma racconta il coraggio della solidarietà. Il Sahara racconta cinquant'anni di attesa. Gaza interroga la coscienza dell'Europa. Tutto torna, sempre, alla dignità umana. I momenti che mi hanno segnato di più non sono stati quelli politici. Sono stati gli incontri con Paolo, Sara e Maurizio. Persone che hanno accettato di raccontare l’inferno che hanno vissuto, senza retorica e senza vittimismo. Con una sincerità quasi disarmante. Durante quei racconti il registratore diventava quasi un dettaglio. Restavano il silenzio, le pause, gli i occhi che si abbassavano e le mani che cercavano parole difficili da pronunciare.

In quei momenti ho capito che il libro non avrebbe dovuto limitarsi a denunciare un fenomeno. Doveva restituire dignità alle persone. Perché nessuno è la propria dipendenza. Il volume si arricchisce della prefazione del Cardinale Matteo Maria Zuppi, che richiama il dovere di custodire la libertà e la dignità della persona, ricordando che dietro ogni fragilità esiste sempre una comunità chiamata a non voltarsi dall'altra parte. La postfazione di Luciano Gualzetti, presidente della Consulta Nazionale Antiusura "Giovanni Paolo II", aggiunge il punto di vista di chi ogni giorno incontra famiglie schiacciate dall'indebitamento, dall'usura e dall'azzardo, restituendo concretezza a ciò che troppo spesso rimane confinato nelle statistiche.

A completare il quadro è il rigoroso lavoro di Filippo Torrigiani, che attraverso dati e analisi economiche mostra le dimensioni reali di un settore enorme, dove interessi finanziari, legalità e criminalità si intrecciano in modo sempre più complesso. Tre prospettive diverse, unite dalla stessa convinzione che senza conoscere il fenomeno, non è possibile contrastarlo. Io penso che il libro vada oltre l’azzardo. È un libro sulla responsabilità, su cosa significa fare politica e amministrare e su cosa significa scegliere da che parte stare.

Perché ogni tema affrontato – dall'azzardo al lavoro, dall'intelligenza artificiale alle mafie, dall'ambiente alla democrazia – riconduce sempre alla stessa domanda. Quale idea di società vogliamo costruire? Una società che considera la fragilità un costo inevitabile? Oppure una comunità che misura il proprio sviluppo dalla capacità di proteggere chi rischia di restare indietro? Alla fine dell'ultima intervista ho spento il registratore. Fuori il rumore della politica continuava come sempre. Dentro, invece, restava un pensiero semplice. Forse il vero contrario dell'azzardo non è la prudenza. È la responsabilità.

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