Non è il tempo di tacere, aspettare o restare a guardare

ANSA
Pubblichiamo un intervento di María Eugenia R. Palop, professoressa presso l’Università Carlos III di Madrid, specialista in diritti umani e diritti delle donne. È stata eurodeputata dal 2019 al 2024.
Il contesto politico attuale alimenta una visione politica fondata sulla contrapposizione amico-nemico, e l’unica cosa che conta è chiarire da che parte si intende stare. Tutto richiama la prima metà del XX secolo e il mito della caverna: ombre deformate dietro un muro e prigionieri incatenati incapaci di percepire la realtà.
Nella prima metà del XXI secolo, il genocidio viene perpetrato da Israele e dai suoi alleati neofascisti, con una declinazione specificamente trumpiana in primo piano, e il nemico non è più il popolo ebraico, bensì quello musulmano. L’islamofobia è il perno che aziona i meccanismi dell’odio e della sete di vendetta, sia negli Stati Uniti sia nell’Europa giudaico-cristiana di Viktor Orbán o Giorgia Meloni. Antisemitismo e islamofobia sono fenomeni del tutto distinti, ma la dinamica che producono è identica.
Si è riusciti a rendere popolare una grottesca combinazione di xenofobia primitiva, razzismo culturale e “razzismo del benessere”, che passa attraverso il rafforzamento del peggior nazionalismo, di un “noi” escludente, sempre più riduttivo, impoverito e svuotato. Il risultato è che la politica viene segnata da una logica bellicista, la stessa che si applica tanto ai nemici interni quanto a quelli esterni.
L’idea è che il suprematismo finisca per definire strutturalmente la nostra comunità di origine e di destino: tanto ciò che siamo quanto ciò che vogliamo essere. Il nazionalismo etnico, e persino l’eugenetica, pulsano con tutta la loro ferocia in questo nuovo-vecchio ciclo storico. La democrazia e i diritti umani vengono ormai percepiti come un peso che rallenta il “progresso”; un “progresso” che richiede di “calpestare fiori innocenti lungo il cammino”.
Trump ha cercato di trasformare il “Giorno della Liberazione” nel “Giorno della Grande Rivincita”. Prometteva vendetta dopo anni di risentimento covato. Gli Stati Uniti sarebbero una nazione eletta e benedetta da Dio, e meriterebbero di recuperare la propria grandezza. Il risentimento è una caratteristica di chi si percepisce espropriato, ed è molto facile compensarlo con l’orgoglio nazionale. Come spiega bene Eva Illouz, per quanto possa sembrare paradossale, è un sentimento che può essere guidato anche da chi gode di grandi privilegi.
Non smette di essere curioso che sia un grande magnate come Trump ad appropriarsi del linguaggio dell’ingiustizia secolare per proteggere un popolo che è probabilmente il più potente del mondo. Con la sua retorica vittimista è riuscito a persuadere la “maggioranza silenziosa” — l’esercito dei poveri e dei perdenti della globalizzazione neoliberale — a non combattere contro i ricchi o le grandi multinazionali, contro Trump e i suoi, ma contro un fantasma informe di dimensioni globali che solo un führer è in grado di identificare e combattere.
Come osserva Wendy Brown, i legami identitari segnati da una ferita organizzano l’identità di un gruppo attorno alla propria vulnerabilità e al bisogno di protezione. I leader populisti li utilizzano come forza politica per individuare capri espiatori. Fanno della condizione di vittima una fonte di identificazione che sostituisce l’ideologia e la politica e che serve, tra l’altro, a creare forti legami tra questi leader e i loro elettori, anche quando si tratta di leadership deliranti.
Quando si alimentano fantasie di vendetta, polarizzazione e conflitto, decisioni erratiche e irresponsabili vengono assimilate molto più facilmente. Quando le ferite vengono riaperte o amplificate, teorie del complotto, paranoie e logiche belliciste finiscono per colonizzare e giustificare ogni cosa.
Fin dal suo arrivo alla Casa Bianca, Trump ha mostrato la ferma intenzione di esibire un potere assoluto e incontrollato. Ha esercitato una forma di sadismo politico in nome dell’America e ha messo alla prova la tolleranza del sistema attraverso una molteplicità di iniziative deliberatamente illegali. In politica estera, il suo obiettivo è stato lo stesso: sostituire l’ordine fondato su procedure e regole con il disordine di accordi alternativi, negoziati bilaterali e prove di forza unilaterali, selettive e improvvisate. In Europa, la sua parola d’ordine è “divide et impera”.
Naturalmente, nel suo orizzonte si colloca anche la necessità di superare la crisi economica e il declino industriale che colpiscono gli Stati Uniti e i loro alleati. Come si è visto a Gaza, in Venezuela o in Iran, i conflitti armati sono anche spazi di speculazione e opportunità di accumulazione di capitale. Il meccanismo è sempre lo stesso: eliminare chi è considerato in eccesso, sottometterlo o dominarlo, per accaparrarsi risorse e garantire ai più ricchi un elevato standard di vita. Il problema è che queste risorse sono sempre più scarse e, di conseguenza, “gli esuberi” sono sempre più numerosi.
Per questo Theodor Adorno sostiene che il fascismo non sia mai un accidente storico, ma una componente strutturale del sistema capitalistico: una sua escrescenza, derivante dalla tendenza alla concentrazione della ricchezza. Il fascismo nasce dalla paura della “mobilità discendente”, combinata con una visione miope che distorce sia la catena causale sia l’attribuzione delle responsabilità. Invece di individuare nel sistema le cause delle perdite, si perseguitano coloro che lo criticano o lo mettono in discussione. Il “sciovinismo del benessere” costituisce un terreno fertile per un’ideologia reazionaria e autocratica che oggi divora i nostri sistemi democratici.
La realtà è che ci troviamo di fronte a un piano costruito sulla base di calcoli, segnato da ambizione smisurata, voracità e rapidità, senza limiti né linee rosse. In questo quadro, la corsa agli armamenti e le guerre ne sono parte integrante.
Il naufragio dei diritti umani si sta consumando davanti a ciascuno di noi, in tempo reale. Gaza, Venezuela o Iran rappresentano la liquidazione del sistema umanitario e del diritto internazionale nato alla fine della Seconda guerra mondiale. Oggi si sta aprendo un’epoca che non potremo più nominare con le stesse parole.
Si profila un orizzonte distopico, darwinista e crudele: un mondo abitabile solo per le élite. E mentre l’ordine mondiale si smantella sotto i nostri occhi, non è il tempo di tacere, aspettare o restare a guardare.