Noi, materia prima del capitalismo della sorveglianza
Dall’informazione ai social network, dati, algoritmi e piattaforme hanno trasformato l’esperienza umana nella materia prima del nuovo potere digitale.

Archivio Rinascita
Harari, in un bellissimo saggio che si intitola Sapiens, ci spiega come mai l’Homo sapiens, tra tutte le specie umanoidi, è quella che ha prevalso pur non essendo la più forte fisicamente. La ragione è semplice: ha sviluppato nel tempo, con la sua intelligenza, la capacità di comunicare attraverso il linguaggio.
La forza dell’Homo sapiens, oltre alla sua attitudine all’ibridazione e alla spietatezza con cui ha saputo eliminare progressivamente le altre specie umane, è stata quella di saper utilizzare il linguaggio non solo per descrivere la realtà, ma anche per poter costruire, immaginare, fantasticare. Inventare e raccontare storie, alimentare sogni, speranze, costruire legami.
Comunicare e informare, creare e raccontare.
Il potere delle società umane, dice sempre Harari in Nexus, è costruito sull’informazione. L’informazione e la comunicazione sono il fondamento essenziale delle civiltà, una forza capace di plasmare il destino dell’umanità nel corso dei millenni.
Le reti di informazione sono il motore che ha guidato le società umane, trasformandole in sistemi sempre più complessi e interconnessi. Fin dalle prime modalità di narrazione orale, infatti, l’informazione ha permesso di connettere e coordinare le azioni collettive, creare identità condivise e consolidare strutture di potere.
Nella storia, le civiltà che hanno saputo utilizzare meglio l’informazione e la comunicazione hanno prevalso e hanno avuto una durata più lunga. Con l’avvento della scrittura, fino all’informatica e alle tecnologie digitali, queste reti si sono amplificate e ingigantite, permettendo la raccolta e la gestione di dati su scale inimmaginabili, ma portando con sé nuove vulnerabilità e asimmetrie di controllo.
Per questo, la gestione dell’informazione è oggi un terreno cruciale di competizione geopolitica e una fonte di rischi: dalla manipolazione delle idee e delle scelte individuali e collettive alla frammentazione sociale che crea nuove povertà. Riflettere sulla relazione tra informazione, tecnologia e potere significa comprendere il legame profondo tra l’evoluzione dei sistemi informativi e le scelte che definiscono il futuro dell’umanità.
Nell’ultimo secolo, l’informazione e la comunicazione hanno vissuto, grazie all’impetuoso progresso scientifico e tecnologico, diverse rivoluzioni e una crescita inarrestabile.
La necessità di calcolare e archiviare è sempre stata fondamentale per gli Stati, per le imprese, per le singole persone in ogni ramo della loro attività. Con l’avvento dell’elettronica, scienziati come Babbage e Ada Lovelace, agli inizi del Novecento, hanno intuito la possibilità di costruire sistemi di calcolo più rapidi, attraverso macchine attrezzate allo scopo e algoritmi capaci di governarle.
Solo con la seconda guerra mondiale, sulla scorta delle straordinarie teorie della relatività ristretta e poi generale, vi è stato un lavoro parallelo per costruire ordigni bellici distruttivi, atomici, e ordigni di calcolo potenti e capaci di calcolare e contenere una massa sempre maggiore di dati.
Tutti conoscono Alan Turing e l’impulso formidabile che diede alla scienza informatica. Altrettanto e forse addirittura maggiore fu il contributo del matematico di origine ungherese, ma naturalizzato americano, John von Neumann, capace di rivoluzionare in quegli anni discipline diverse e collegarle tra loro.
A lui si deve la progettazione dei primi calcolatori universali, l’architettura dei computer moderni, con una memoria centrale capace di contenere i dati e di istruirne l’uso. A lui si devono l’ENIAC e l’EDVAC.
Tutto questo mentre costruiva la teoria degli atomi, gettava le basi dei sistemi digitali in grado di autoreplicarsi, dava una formulazione rigorosa della fisica quantistica, inventava la Teoria dei giochi insieme a Oskar Morgenstern e lavorava ai calcoli per la bomba atomica con il Progetto Manhattan e il gruppo di Los Alamos guidato da Oppenheimer. Insomma, un genio, non sempre dedito al bene.
Dai primi grandi calcolatori all’avvento dei transistor e dei circuiti integrati, e poi dei microprocessori, passarono una ventina di anni. Da allora in poi l**’informatica è entrata nella nostra vita, nel nostro lavoro, nelle nostre case** e in larga parte delle nostre attività.
Lo sforzo scientifico e tecnologico è andato nella direzione di immagazzinare sempre più dati in uno spazio sempre più ridotto e di moltiplicare e velocizzare ogni tipo di funzione che può essere svolta attraverso i computer. Questa base tecnologica ha permesso il salto ulteriore dall’analogico verso la rivoluzione digitale, che ha reso ogni tipo di informazione — testi, suoni, immagini — facilmente replicabile, trasmissibile e manipolabile.
Così l’information technology ha permeato ogni aspetto della società e dell’economia: l’e-commerce, la globalizzazione dei mercati, le informazioni su ogni aspetto o scelta della vita quotidiana, il lavoro aziendale pubblico e privato con la diffusione di internet che ha abbattuto ogni barriera spaziotemporale.
L’ultimo tassello di questo processo è rappresentato dall’avvento dei social network. Se la rivoluzione digitale aveva trasformato e soprattutto velocizzato il modo in cui accediamo alle informazioni, i social hanno radicalizzato il ruolo dell’utente.
Ognuno di noi, da semplice fruitore di contenuti, progressivamente è diventato protagonista, produttore e diffusore attivo di contenuti e informazioni su se stesso e su tutto ciò che fa, consuma, dice, pensa, desidera.
Le piattaforme social più diffuse, come LinkedIn, Facebook, Instagram e TikTok, hanno creato ecosistemi digitali basati sulla connessione costante, hanno trasformato le dinamiche sociali, la comunicazione politica e la comunicazione tout court, l’intrattenimento.
Oggi siamo immersi in un’infrastruttura globale che non solo supporta ogni nostra attività, ma definisce la stessa nostra identità sociale e il modo in cui interagiamo con il mondo, segnando il passaggio a un’era dominata dalle reti.
Strumenti e reti potenti come Google e l’intelligenza artificiale ormai sono il nostro orizzonte e modificheranno ogni nostro approccio alle cose. Con la tecnologia quantistica, tutto sarà ancora molto più rapido e potente e travolgerà l’organizzazione della politica, della società e dell’economia così come le conosciamo, immettendo grandi possibilità, ma anche grandi problemi da affrontare.
Innanzitutto ha prodotto un nuovo modello di sistema capitalistico e un nuovo modello di accumulazione del tutto inimmaginabile. Se, come affermano Piketty e Stiglitz, sulle orme di Marx e Keynes, il capitalismo genera in modo endogeno concentrazione della ricchezza e, dunque, profonde disuguaglianze, con l’era delle reti ci troviamo catapultati in quella che Shoshana Zuboff definisce «il capitalismo della sorveglianza».
In un’opera di straordinario impatto, questa brillante sociologa ed economista statunitense scrive nelle prime pagine una frase di enorme significato: «Il capitalismo della sorveglianza si appropria dell’esperienza umana usandola come materia prima da trasformare in dati sui comportamenti».
Le grandi piattaforme digitali non si limitano a offrire servizi. Esse ci immergono in modelli comportamentali, stili di vita, rendendoci di fatto allo stesso tempo fruitori e protagonisti. Scriviamo le nostre opinioni, commentiamo fatti politici, o di costume, o sportivi. Postiamo le immagini della nostra vita quotidiana, con i figli, coniugi, fidanzati, amici.
Mettiamo in mostra la nostra attività o i successi del nostro lavoro. Forniamo dati, informazioni e immagini su di noi, sulle nostre idee, obiettivi, sogni, aspirazioni, problemi.
Tutti questi dati vengono immagazzinati, elaborati da algoritmi sofisticati, utilizzati e messi a disposizione delle aziende, che sono i veri clienti delle piattaforme social. Le aziende, sempre attraverso i social, ci propongono, ci guidano, ci indirizzano, ci fanno desiderare, sognare.
Ora queste aziende possono essere di cosmetici o di abiti, di cultura del corpo o partiti e leader politici. Ogni cosa.
Si tratta di un modello economico del tutto nuovo, potente, pervasivo, fondato sulla sorveglianza di ogni nostro gesto o pensiero e sul possesso dei dati che noi stessi forniamo attraverso i nostri smartphone.
Questo capitalismo, il capitalismo che stiamo vivendo, unisce la disuguaglianza dovuta alla concentrazione della ricchezza a quella creata utilizzandoci come strumenti attivi: la nostra partecipazione sociale fornisce a chi detiene e manipola i dati della nostra vita un potere enorme, illimitato, infinito.
Noi siamo diventati materia prima. Siamo il surplus finale, definitivo, lo sfruttamento senza limiti e del quale nemmeno ci accorgiamo. E se ce ne accorgiamo, non possiamo farne a meno.
L’infrastruttura digitale crea un «potere instrumentarian», cioè la capacità di controllare, misurare e condizionare i comportamenti umani attraverso l’infrastruttura digitale. Secondo Zuboff, questo modello economico concentra ricchezza, potere e conoscenza in pochissime mani come mai prima, creando squilibri strutturali forse irreversibili tra piattaforme digitali e le aziende che le detengono e il resto della società.
La ricaduta non è solo economica, ma anche politica. È ovvio che l’idea di democrazia, così come si è andata evolvendo da Tocqueville in poi, viene disarticolata dalla possibilità di manipolare idee, comportamenti, scelte, intenzioni di voto.
Il caso Google è sicuramente il più interessante ed emblematico. Secondo Zuboff, «Google sta al capitalismo della sorveglianza come la Ford Motor Company e la General Motors stanno al capitalismo manageriale fondato sulla produzione di massa».
Google fu fondata nel 1988 da Larry Page e Sergey Brin, due giovani laureati di Stanford. La filosofia di fondo iniziale era quella di incarnare l’idea di una società dell’informazione come forza liberatrice e democratica, in grado di offrire in tempo reale notizie e informazioni a tutti.
Sul motore di ricerca bastava scrivere una parola per ottenere rapidamente le informazioni desiderate. Non solo. Google, con i suoi algoritmi iniziali, ti apriva ulteriori possibili ricerche connesse alla tua parola iniziale. Davanti a ognuno di noi si spalancava un mondo nuovo.
Non servivano più montagne di libri da comprare o le famose enciclopedie. Google era un’enciclopedia potentissima, velocissima, immediata e soprattutto gratuita. Bastava possedere un computer e un collegamento alla rete — il World Wide Web era stato aperto dal browser Mosaic solo due anni prima, nel 1986.
È chiaro che ogni ricerca forniva a Google una massa di dati su chi e perché effettuava quella ricerca. Ecco la definizione di «surplus comportamentale», il cui concetto e utilizzo vengono attribuiti a un altro giovane ricercatore di Stanford, Amin Patel, che lavorava per Google.
La capacità di estrarre questi dati dai comportamenti degli utenti di Google, cioè progressivamente tutti noi, forniva indicazioni precise e di enorme rilevanza sul comportamento umano e di fatto trasformava Google, e progressivamente altri motori di ricerca, in una sorta di intelligenza artificiale onnicomprensiva.
Ora il tema era come fare soldi con quello strumento potentissimo. Google, infatti, era e rimane gratuito. Probabilmente, senza la crisi che nel Duemila colpì la Silicon Valley e le aziende hi-tech, la spinta a un profitto stabile e duraturo sarebbe stata più lenta.
In fondo, i fondatori di Google erano sinceramente convinti del potere democratico e liberatorio di uno strumento che potesse fornire informazioni e notizie a tutti, ovunque, senza costi. Tuttavia, il surplus comportamentale offriva una possibilità enorme: vendere alle aziende non i dati singoli, ma le tendenze. E offrire alle aziende la possibilità di comparire in alto nelle ricerche e, dunque, nella gerarchia di preferenza dell’utente consumatore.
Le stesse grandi aziende produttrici di strumenti informatici, Apple e Microsoft, avevano bisogno come l’aria di strumenti potenti e pervasivi come Google e della loro capacità di estrarre dati dai comportamenti umani.
L’enorme e rapidissima trasformazione della tecnologia informatica si incaricava, infatti, di sfornare computer sempre più piccoli, sempre più portatili, sempre più veloci, sempre più in grado di contenere ogni tipo di funzione. Fino agli smartphone: telefoni, televisori, stereo, macchine fotografiche, computer. Tutto. In un piccolo spazio che è diventato il nostro tesoro, per dirla con Gollum.
Ma anche il tesoro del capitalismo della sorveglianza.
L’alleanza di fatto e molto spesso anche societaria tra le aziende guida nella tecnologia informatica, le aziende all’avanguardia nella raccolta dei dati e nel loro utilizzo, le grandi reti di diffusione di contenuti e i social network ha costruito un modello economico dominante, nel quale la crescita vertiginosa dei profitti è stata fondata sui nostri comportamenti umani e sociali.
A queste si aggiungono le grandi reti di vendita e distribuzione online.
L’online si è trasformato in un onlife, nel quale noi siamo diventati la materia prima più preziosa, una fonte di arricchimento costante per chi ci monitora, ci osserva, ci spia e ci manipola.
Questo dato si legge nelle statistiche. Amazon, Apple e il gruppo Alphabet sono saldamente nelle prime posizioni mondiali per fatturato e profitti. Meta — Facebook e Instagram — è al trentesimo posto. Il gruppo di Musk, composto da più società, ne fa l’uomo più ricco al mondo. Gli unici competitor che mostrano una buona resistenza sono le grandi compagnie americane di automobili, quelle sanitarie e i grandi colossi di Stato cinesi.
È da qui che riprenderà la nostra indagine: dal capitalismo di Stato della Cina.
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