Noi, gli Achei di ritorno: Gaza e il mostruoso doppio dell’Occidente
Da Troia a Gaza, il film di Nolan interroga l’Occidente: quando la forza spezza il limite, la civiltà finisce per somigliare al proprio mostruoso doppio.

ANSA
Sono uscito dal cinema con un’inquietudine difficile da definire. Il film di Nolan mi è piaciuto, pur con qualche concessione alla spettacolarizzazione. È rimasto un tarlo: non la grandezza delle immagini o il sapiente utilizzo della macchina da presa, ma la sensazione di aver assistito alla fine di un mondo, non certo al racconto di una vittoria epica.
E una domanda che continua a farsi strada: E se fossimo noi occidentali gli Achei di ritorno?
Noi animati da una spregiudicata furbizia, da tecnologie inarrivabili e dalla totale imposizione del doppio standard, quello che vale per noi e non vale per gli altri. Noi ultimi epigoni della mossa del cavallo che non salta il pedone, ma semplicemente lo travolge.
La forza del film sta nell’aver sottratto Troia all’epica della vittoria per restituirla alla tragedia della storia. La caduta della città non è soltanto la sconfitta di Priamo. È il tramonto di una civiltà, il crepuscolo dell’età del bronzo. Ed è, soprattutto, la metamorfosi dei vincitori.
Ulisse non è solo un raffinato stratega, ma un uomo consumato dal dubbio. E tra i leader contemporanei il dubbio e la complessità hanno ceduto il passo alla meccanica di un nuovo sacro fondato su mercato e tecnologie. La smisurata ambizione di costruire il mondo postumano delle élite, a esclusiva misura della razza padrona.
Gli Achei espugnano Troia, ma nel momento stesso in cui vincono cessano di essere ciò che erano. La violazione dei templi, il massacro dei supplici, le donne ridotte a bottino, i bambini condannati perché figli del nemico infrangono qualcosa di più delle mura della città. Spezzano il limite.
Per i Greci quel limite aveva il nome di Zeus. Non il dio della forza, ma il custode della xenia: l’ospitalità, la protezione dello straniero, del viaggiatore, del più debole. Era la legge non scritta che rendeva possibile la convivenza fra popoli diversi. Il fondamento stesso della civiltà.
Quando quella legge viene violata, soprattutto dallo stratagemma, la vittoria diventa una maledizione.
L’intuizione più potente del film è suggerire che i Popoli del mare siano gli stessi Achei trasfigurati dalla guerra. Più che una ricostruzione storica, una verità simbolica. Il barbaro non arriva da fuori. Nasce dentro la civiltà quando questa smarrisce il senso del limite. Da qui il saccheggio, lo stupro di guerra, il bottino, la convinzione che comandino lo scudo e la spada.
Le donne assumono il valore di un altro paradigma, di una diversa narrazione: Elena, Penelope, Circe, Calipso rappresentano le diverse forme di sottrazione, tracce, resistenze di chi rifiuta di farsi capro espiatorio o vittima o strega, cercando e trovando spesso contesti di esistenza in vita non omologati né vinti. Nonostante la potenza patriarcale di Menelao, dei Proci e dei Greci alla deriva per aver smarrito la rotta morale.
Simone Weil scriveva che l’Iliade è il «poema della forza». La forza riduce a cosa chi la subisce, ma finisce per trasformare in cosa anche chi la esercita. Nessuno esce davvero vincitore dalla guerra.
Per questo Omero non conclude l’Iliade con il trionfo di Achille, ma con Priamo che entra nella tenda del suo nemico e gli bacia le mani. Per un istante la guerra si arresta, perché il volto dell’altro torna a essere l’immagine di un essere umano. La pietas, non la vittoria, rappresenta il punto più alto della civiltà. E della speranza.
Virgilio raccoglie quella lezione e la porta ancora più lontano. Roma non nasce dai vincitori di Troia, ma dai vinti. Enea fugge portando sulle spalle Anchise e tenendo per mano Ascanio. I padri e i figli. La memoria e il futuro. La nuova civiltà nasce dalla cura, dalla consapevolezza del legame, non solo dalla conquista.
Anche il Novecento aveva provato a trasformare quella sapienza antica in diritto. Dopo Auschwitz, Hiroshima e i massacri delle guerre mondiali, le costituzioni democratiche, il diritto internazionale, le convenzioni umanitarie, l’universalità dei diritti umani volevano essere la nostra nuova legge di Zeus: il limite invalicabile posto alla forza, il riconoscimento che esistono vite che nessuna ragione di Stato può rendere sacrificabili.
Forse quella è stata la nostra età del bronzo.
E forse oggi ne stiamo contemplando la caduta. Incapaci di reagire con una qualche forma di diserzione.
Le immagini che arrivano da Gaza interrogano la coscienza dell’Occidente. In particolare quella di un’Europa prigioniera della sua inettitudine: il suo specchio è nell’immobilità di chi crede immutabile il proprio grado di civiltà.
Immagini devastanti non perché il dolore appartenga a una sola parte, né perché la storia possa essere ridotta alla semplicità di una contrapposizione tra innocenti e colpevoli. Ma perché mostrano il rischio più antico di ogni strategia suprematista: la disumanizzazione del nemico, il suo essere bersaglio, obiettivo, ostacolo da rimuovere senza alcuna pietà.
Un bambino, una bambina, una donna, un uomo non sono più esseri umani, ma potenziali terroristi. Dunque qualsivoglia intervento preventivo diviene legittimo al di là della colpa. Il palestinese diventa una categoria. Una statistica. Un effetto collaterale. Peggio ancora, viene assorbito nella figura del nemico, non più l’umano in cui riconoscersi, ma scarto sacrificabile alla ragione di Stato, alla sicurezza nazionale, all’integrità religiosa che sta trasformando la Cisgiordania in terra di mattanza e caccia all’arabo, perché per i coloni i palestinesi non hanno diritto neanche a nominarsi come tali.
È questo il passaggio decisivo. Quando un bambino perde il suo volto, non viene uccisa soltanto una vita. Viene ferita l’idea stessa di umanità. I poemi antichi lo sapevano. Chi combatte credendo di servire un dio finisce spesso per tradirlo. E chi uccide in nome di un dio superiore lo uccide due volte: la prima nel corpo dell’innocente, la seconda nell’immagine stessa di Dio, ridotto a giustificazione della forza.
René Girard ci ha ricordato che la violenza reazionaria pretende sempre di restaurare un ordine. In realtà genera soltanto altra violenza. Divora le sue vittime, ma finisce per divorare anche chi la esercita. Persino le rotture rivoluzionarie hanno dovuto fare i conti con questa dinamica.
Quando si rompe il limite della sacralità delle norme morali e dell’inviolabilità della vita umana non nasce un ordine nuovo.
Si riafferma l’inferno dei vivi.
Uno spazio di brutale esercizio della violenza, la prevaricazione elevata a principio. La forza che pretende di sostituirsi al diritto. Un mondo in cui il limite non è più considerato la condizione della civiltà, ma un ostacolo da rimuovere.
È questa, forse, la vera domanda che ci lascia il film di Nolan. Quale ordine nascerà dopo la fine della nostra età del bronzo? Quale mondo sorgerà se consumeremo, una dopo l’altra, le regole che abbiamo costruito sulle macerie del Novecento?
Ogni civiltà può morire ripetutamente. Quando cadono le sue città. E quando smette di credere nei limiti che aveva imposto alla propria forza.
Forse il ritorno degli Achei è questo.
Chi calpesta la sacralità del limite uccide una parte di sé, oltre a sfregiare l’identità dell’altro.
Gli Achei non sono il passato, ma la possibilità che una civiltà, nel momento stesso in cui si convince di difendere se stessa con il solo rumore del piombo e con la ferocia, finisca per assomigliare inevitabilmente al proprio mostruoso doppio.
I Popoli del mare sono sbarcati e non hanno nulla di epico, non somigliano al mito, prendono piuttosto le sembianze delle bande neofasciste che a Sofia, in Bulgaria, hanno intimorito e assediato i ragazzi della Comunità ebraica romana al grido di «Sieg Heil». O quelle dei cosiddetti coloni escursionisti in West Bank.
Perché alla fine, se alimenti il mostro della superiorità razziale, non puoi sapere quali sembianze prenderà e quali e quanti nemici deciderà di distruggere. Non è una variante della storia, ma la natura specifica del fascismo vecchio e nuovo. Gli alchimisti e gli apprendisti stregoni lo hanno evocato e scatenato di nuovo.
A noi il compito di trovare il sentiero di Enea. Per portare in salvo la storia e la possibilità di futuro.
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