Nobel per l’economia: stabilizzare senza trasformare
Hall e Woodford premiati per i fondamenti microeconomici della stabilizzazione, a lungo cuore della macroeconomia dominante. Un paradigma pensato per gestire il ciclo ma lontano dalla trasformazione di cui l’Europa ha bisogno.

ANSA
Il premio per l’economia andrebbe chiamato con il suo nome: Premio della Banca di Svezia in memoria di Alfred Nobel. Venne istituito nel 1968 dalla banca centrale svedese, più di settant’anni dopo il testamento di Nobel, e da allora accompagna i premi veri con una legittimazione che la disciplina — divisa e attraversata da paradigmi in conflitto — difficilmente potrebbe darsi da sola. Basta scorrere l’albo d’oro per capire il suo rapporto con l’ortodossia: Hayek nel 1974, Friedman nel 1976, poi Lucas, Kydland e Prescott. Il premio ha spesso seguito, e talvolta anticipato, l’egemonia delle idee dominanti, fornendo un sigillo di scientificità a scelte profondamente politiche. Del resto, come ci ricorda Marx, le idee dominanti sono le idee della classe dominante. Le eccezioni (Myrdal, Sen, Stiglitz, Ostrom) confermano in buona parte la regola.
Quest’anno il premio va a due economisti americani, Robert Hall di Stanford e Michael Woodford della Columbia, «per i fondamenti microeconomici della stabilizzazione macroeconomica».
La motivazione è già un manifesto. Fondare la macroeconomia sulla microeconomia significa assumere che i fenomeni aggregati si spieghino a partire dalle scelte ottimizzanti dei singoli, secondo l’individualismo metodologico che la teoria neoclassica eredita dal marginalismo. Keynes aveva costruito la macroeconomia sull’idea opposta, che il tutto sia diverso dalla somma delle parti: il paradosso del risparmio, per cui ciò che è razionale per la singola famiglia può essere rovinoso per l’economia nel suo insieme, è l’esempio più efficace e conosciuto che lo dimostra.
Hall, formatosi al MIT e per decenni alla conservatrice Hoover Institution, deve la sua reputazione scientifica soprattutto all’ipotesi del random walk del consumo (se le famiglie usano tutte le informazioni disponibili per prevedere il proprio reddito, il consumo cambia solo per notizie inattese e le sue variazioni sono quindi imprevedibili), alle ricerche sul mercato del lavoro e a quelle con Charles Jones sulle differenze di produttività tra Paesi. Al grande pubblico è noto però soprattutto per la proposta di flat tax elaborata nei primi anni Ottanta, in piena stagione reaganiana, con Alvin Rabushka: un’aliquota unica al 19 per cento su salari e redditi d’impresa e nessuna tassazione personale di interessi, dividendi e plusvalenze. Un capolavoro di ingegneria regressiva, che spostava il carico fiscale dal capitale al lavoro e svuotava la progressività nella fascia più alta dei redditi. Woodford è invece uno degli architetti della cosiddetta nuova sintesi neoclassica. Il suo Interest and Prices (2003) ha fornito una delle più potenti (e utilizzate) basi teoriche per i modelli neokeynesiani impiegati nell’analisi della politica monetaria, per l’inflation targeting e per la gestione dei tassi di interesse.
Insieme, i due premiati rappresentano il paradigma che, dagli anni Novanta alla crisi del 2008, è stato il linguaggio comune della macroeconomia dominante e delle banche centrali, e che in queste ultime resta tuttora il riferimento. Sono tre i suoi presupposti.
Il primo, che discende direttamente dal fondamento micro, è l’agente rappresentativo: una famiglia tipo che lavora, consuma e risparmia scegliendo in modo ottimale su un orizzonte infinito, e alla quale vengono ricondotte le decisioni di milioni di persone diverse per reddito, patrimonio e posizione sociale. In questo schema le classi sociali scompaiono, la distribuzione del reddito diventa irrilevante e il conflitto tra salari e profitti, centrale da Ricardo a Kalecki, è fuori dai radar dell’analisi.
Il secondo è il ricorso a grandezze di riferimento come il tasso naturale di disoccupazione (il nome è un programma) e il tasso d’interesse reale naturale, attorno ai quali si costruisce l’analisi delle fluttuazioni. Anche nei lavori di Hall la disoccupazione è spiegata neoclassicamente con le difficoltà di incontro tra domanda e offerta di lavoro e con la rigidità dei salari. È una lettura che cancella l’insufficienza della domanda aggregata e che nel dibattito di politica economica ha molto spesso alimentato l’idea della flessibilità salariale come via per riassorbire la disoccupazione.
In ogni caso, si tratta di una prospettiva per la quale il problema della stabilizzazione prevale su quello della piena occupazione. Restano fuori dall’orizzonte del modello, perché difficilmente conciliabili con l’idea di un equilibrio naturale indipendente dalla storia dell’economia, l’isteresi, cioè il fatto che le recessioni lasciano cicatrici permanenti su capitale e lavoro, e l’incertezza radicale di Keynes, che le aspettative razionali sostituiscono con un calcolo probabilistico.
Il terzo presupposto riguarda la moneta ed è quello che serve più direttamente all’azione delle banche centrali. Woodford ha sviluppato modelli in cui la moneta conserva la funzione di unità di conto, ma i saldi monetari sono trattati come non essenziali per descrivere la trasmissione della politica monetaria: lo strumento decisivo è il tasso d’interesse a breve fissato dalla banca centrale. La finanza, il credito, l’indebitamento privato e l’instabilità che Minsky aveva descritto come endogena al capitalismo restano ai margini del modello neokeynesiano standard, che Woodford ha contribuito in modo decisivo a codificare e che dai primi anni Duemila è entrato nei modelli di analisi e previsione delle principali banche centrali. Nella sua versione di base le interazioni tra sistema finanziario ed economia reale sono fortemente semplificate. Guarda caso, le frizioni finanziarie vi sono state integrate in maniera sistematica solo dopo il 2008.
Il prezzo di questa semplificazione si è visto proprio con la crisi: i modelli in uso nelle banche centrali non l’avevano prevista e faticavano persino a rappresentarla. Va riconosciuto che Woodford stesso, dopo il 2008, ha studiato le conseguenze della razionalità limitata sul coordinamento tra politica monetaria e fiscale quando i tassi raggiungono il limite inferiore (Journal of Monetary Economics, 2022), arrivando alla conclusione che in quelle condizioni i trasferimenti fiscali possono diventare efficaci strumenti di stabilizzazione. E che Hall, nel discorso da presidente dell’American Economic Association del 2011 dedicato alla «lunga depressione» seguita alla crisi, ha indicato l’impossibilità di ridurre ulteriormente i tassi e le tensioni finanziarie come cause del prolungarsi della caduta di produzione e occupazione.
Ma il quadro teorico non cambia e rimane fondato su di una divisione del lavoro istituzionale gravida di conseguenze: la stabilizzazione è affidata a una banca centrale indipendente che governa le aspettative, la politica fiscale è un residuo da contenere entro soglie di deficit e debito fissate in anticipo. Notate qualche somiglianza con l’architettura di Maastricht e del Patto di stabilità, che quella teoria ha poi legittimato e blindato? La stagione dell’austerità europea ne è stata una delle applicazioni più coerenti e più costose: il frutto dell’incontro tra la macroeconomia americana delle aspettative razionali e la tradizione ordoliberale tedesca.
C’è infine un’assenza che pesa in quell’impianto teorico e su cui varrebbe la pena richiamare l’attenzione anche delle classi imprenditoriali europee, per molto tempo affascinate dalle sue sirene: la struttura produttiva. In questi modelli non compaiono settori, tecnologie, filiere, divari territoriali, scelte di specializzazione. L’economia è un aggregato da riportare in equilibrio, mai un sistema da trasformare. Eppure le grandi questioni del nostro tempo, dalla transizione ecologica alla competizione tecnologica con Stati Uniti e Cina, fino alla perdita di capacità industriale europea denunciata dal rapporto Draghi e su cui in molti stiamo provando a mettere la testa, anche in funzione del programma di governo del nuovo centro-sinistra, sono questioni innanzitutto di struttura e di investimento pubblico.
Il Nobel di quest’anno premia allora la gestione del ciclo nel momento in cui servirebbe una teoria della trasformazione e mentre la stessa politica economica, dal Next Generation EU al ritorno della politica industriale, ha cominciato a guardare altrove. Se ne accorgeranno anche a Stoccolma?
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