No kings: un'opportunità

ANSA
Sabato 28 marzo più di 3000 eventi e manifestazioni in tutti gli Stati Uniti hanno portato, secondo gli organizzatori, circa 9.000.000 di persone a protestare contro l’amministrazione Trump. L’epicentro delle proteste è Minneapolis, ben nota per aver subito l’esperienza di una vera e propria occupazione da parte dell’agenzia ICE, responsabile in quelle circostanze dell’assassinio a sangue freddo di Renee Good e Alex Pretti. Le mobilitazioni dimostrano l’esistenza di un’ampia fascia dell’opinione pubblica insofferente nei confronti della tentata svolta autoritaria di Trump, rabbiosa per gli effetti economici delle sue scelte politiche, strategiche e militari, preoccupata per il modello culturale e sociale incarnato dal mondo MAGA, intriso di fanatismo. L’ipotesi poi che il Presidente degli Stati Uniti sia coinvolto in modo pesante dall’affaire Epstein, i cui compromettenti files sono pubblicati solo in parte, suscita angoscia e disgusto non solo tra i manifestanti: del resto, le elezioni suppletive o amministrative degli ultimi anni dimostrano come, anche in zone tipicamente repubblicane come il Texas o la Florida, le alternative al fronte di Trump ottengano più consenso che mai, lasciando gli esponenti del Partito Repubblicano a tremare e meditare.
Un dato significativo di questa mobilitazione è il suo carattere globale. Solo a Roma, ieri, in Piazza San Giovanni, si sono aggregate 30.000 persone secondo la questura (quindi verosimilmente saranno state molto di più) sotto le bandiere del No Kings. Questa è una notizia importante: uno degli aspetti più inquietanti della politica è il carattere fortemente coordinato a livello internazionale del sovranismo, in presenza invece di una scarsa organizzazione del fronte internazionale delle sinistre. Fa eccezione parziale a questo quadro stravagante la grande mobilitazione internazionale per la Palestina. Ma l’inquietudine, a sinistra, resta: il sovranismo globale si coordina intorno a una visione chiara, ancorché folle, di società. Una sorta di clericofascismo fondato sull’arbitrio del più forte e sull’uso strumentale delle identità per accarezzare le frustrazioni e le paure degli individui lasciati soli dal sistema economico neoliberale. Il grande fermento della sinistra internazionale deve ancora trovare uno sbocco “in positivo”. La domanda cui tutti i partiti democratici e socialisti del mondo devono farsi è quale alternativa di governo (del mondo, e quindi del proprio continente e paese) vogliamo mettere in campo. Rifarsi alle conquiste già guadagnate e oggi sotto scacco, come il diritto internazionale, non basterà: si tratta invece di dire quale visione serve per un governo sociale dell’economia nel ventunesimo secolo e in nome di quale ipotesi di società questo governo è necessario, per realizzare quali valori.