New York sfida Amazon sul lavoro

Il Delivery Protection Act impone l’assunzione diretta dei fattorini e rafforza il sindacato. La città può diventare un laboratorio nazionale del lavoro

Giuseppe LeottaApprofondimenti
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ANSA

Un autista indossa la divisa Amazon, guida un furgone Amazon, consegna pacchi Amazon e lavora secondo ritmi e percorsi determinati dall’organizzazione logistica del colosso di Seattle. Eppure, non è considerato un dipendente di Amazon, bensì di un’altra azienda alla quale viene subappaltato il cosiddetto ultimo miglio. Per superare questa evidente contraddizione, il sindaco di New York, Zohran Mamdani, si è schierato a sostegno del Delivery Protection Act, un progetto di riforma del codice amministrativo municipale promosso dalla consigliera Tiffany Cabán con l’appoggio di oltre trenta colleghi.

Il testo normativo, all’esame della Committee on Consumer and Worker Protection, intende introdurre un nuovo sottocapitolo, rubricato Last-Mile Facilities, con l’obiettivo di adottare una sorta di statuto speciale del lavoro e della responsabilità d’impresa nella logistica dell’ultimo miglio.

La scelta normativa fondamentale è connessa alla definizione di facility operator, ossia il soggetto non pubblico che possiede, prende in locazione o gestisce la struttura dell’ultimo miglio e ha il controllo dei core services. Questi includono le attività di smistamento e movimentazione all’interno della struttura, oltre al trasporto e alla consegna finale delle merci ai consumatori newyorkesi.

Non si tenta, dunque, di stabilire se, secondo la disciplina giuridica vigente, la piattaforma debba essere considerata joint employer — co-datrice di lavoro — dei lavoratori formalmente dipendenti dai Delivery Service Partners (DSP), ossia le aziende che provvedono materialmente alla consegna dei prodotti ai consumatori. A prescindere dal numero di occupati del facility operator e del DSP, l’obiettivo perseguito consiste nell’imporre l’internalizzazione del rapporto di lavoro in capo al primo, attraverso il divieto di appaltare al secondo le attività dell’ultimo miglio.

Questo effetto viene prodotto dalla combinazione di tre disposizioni.

Primo. Per gestire una last-mile facility — ossia qualsiasi magazzino, struttura di deposito o altro luogo che riceve merci nell’ambito di una catena di approvvigionamento e dal quale esse vengono inviate direttamente ai consumatori della città oppure affidate per la consegna finale — deve essere richiesta e ottenuta una licenza municipale. Questa potrà essere concessa soltanto a soggetti capaci di dimostrare il rispetto delle regole in materia di diritto del lavoro, ambiente e sicurezza e, in caso contrario, potrà essere negata, sospesa o addirittura revocata.

Secondo. Si impone al facility operator di assumere direttamente i lavoratori dei core warehouse services — il magazzinaggio — e dei core delivery services — le consegne —, vietando espressamente il ricorso ad agenzie interinali o a subcontraenti.

Terzo. Viene introdotta una sorta di clausola sociale di garanzia, destinata a operare qualora i dipendenti del DSP dovessero essere licenziati a causa della cessazione dell’appalto provocata dalla nuova disciplina normativa. In tale evenienza, il facility operator è chiamato ad assumerli, preservandone tutti i diritti derivanti dai contratti collettivi o da altri accordi esistenti, e non può offrire loro condizioni inferiori a quelle vigenti al momento della cessazione dell’appalto.

Da una prospettiva più ampia, il Delivery Protection Act appare come uno degli anelli di una catena tenuta insieme dal medesimo filo conduttore: l’idea che New York possa e debba usare i propri poteri regolativi e gli investimenti pubblici per modificare gli equilibri sociali. Proprio in quest’ottica, appena insediatosi, Mamdani ha nominato Julie Su vicesindaca con delega alla giustizia economica, creando così un centro di governo politico che intende coordinare lo sviluppo economico con i diritti sociali.

I primi risultati di questa operazione politica sono già visibili, soprattutto nella gig economy. A gennaio di quest’anno New York ha annunciato accordi con Uber Eats, Fantuan e HungryPanda. Da aprile, il minimum pay rate — ossia la retribuzione minima legale dovuta per ogni ora di lavoro svolta — dei lavoratori delle consegne tramite app è salito a circa 22 dollari l’ora. A luglio è stato calcolato in 104 milioni di dollari l’aumento delle mance ricevute dai rider dopo l’introduzione delle nuove regole.

Novità sono previste anche per il salario minimo orario, che l’amministrazione punta a portare entro il 2030 a 30 dollari l’ora per le imprese con più di cinquecento dipendenti e a 29 dollari entro il 2031 per quelle più piccole. Su questo profilo strategico la municipalità ha già dato l’esempio: il Construction Justice Act ha previsto uno standard complessivo di 40 dollari l’ora, tra salario e benefit, per i lavoratori impiegati nell’edilizia pubblica.

Determinante, nella visione complessiva del binomio Mamdani-Su, risulta il ruolo del sindacato, la cui capacità di incidere sul piano delle relazioni industriali influisce in maniera decisiva sulla creazione di good jobs e sull’attuazione di adeguati livelli di protezione sociale. L’intento, rivendicato e mai celato, è favorire la costruzione di un’autentica worker power, intesa come capacità collettiva dei lavoratori di influenzare le decisioni aziendali, migliorare le proprie condizioni lavorative e ottenere salari giusti attraverso l’organizzazione sindacale e la democrazia sul posto di lavoro. Perché il sindacato non è un ostacolo allo sviluppo, ma uno degli strumenti attraverso i quali la working class può parteciparvi e rivendicare la quota che le spetta.

Il Delivery Protection Act assume dunque una portata emblematica e decisiva perché, qualora fosse approvato, consentirebbe al sindacato di relazionarsi e, se necessario, confliggere con il soggetto che esercita realmente il potere economico. Per questo Amazon lo considera una minaccia al proprio modello organizzativo, che soltanto a New York si serve di circa 40 DSP, i quali occupano complessivamente più di 5.000 lavoratori.

La minaccia è tanto seria da indurre la società di Bezos, secondo la rivista Jacobin, a finanziare la Five Borough Jobs Campaign con oltre 5 milioni di dollari, allo scopo di contrastare l’attuazione della riforma. La posta in gioco è quindi ritenuta estremamente rilevante e non si limita al potenziale impatto sulla condizione di alcune migliaia di fattorini — fatto peraltro tutt’altro che trascurabile —, dal momento che potrebbe generarsi un effetto domino capace di coinvolgere anche altri territori.

La complessa strategia di cui si è dato conto deve tuttavia fare i conti con un’incognita: la città di New York è inserita all’interno di un ordinamento federale i cui vincoli non può violare e ai quali Amazon e altre imprese tenteranno di “aggrapparsi” nella battaglia legale che si scatenerà qualora i diversi progetti di riforma fossero definitivamente approvati.

Sebbene appaia chiaro che l’amministrazione Mamdani stia cercando di spostare gli equilibri quanto più avanti possibile, per verificarne poi la tenuta nelle aule di giustizia, l’esperimento non è affatto azzardato. Dall’architettura tecnica dei provvedimenti già adottati o ancora in discussione emerge chiaramente che ogni profilo giuridico-processuale è stato analizzato approfonditamente, nella consapevolezza di una probabile futura disputa legale.

La sfida ad Amazon, quindi, vale ben oltre Amazon. Se il Delivery Protection Act fosse approvato e reggesse all’urto giudiziario — ma lo stesso può dirsi anche degli altri interventi —, New York potrebbe trasformarsi in un laboratorio nazionale di diritto del lavoro municipale.

Ed è forse questo elemento a spiegare la durezza dello scontro in atto. Dietro i furgoni delle consegne si discute una questione molto più antica e molto più grande: chi trae profitto dal lavoro deve assumerne costi e responsabilità, mentre la crescita economica è socialmente utile soltanto se produce lavori dignitosi.

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