Neurodivergenza e architettura: ripensare gli spazi pubblici per tutti
Non basta eliminare le barriere fisiche: servono spazi più chiari, meno rumorosi e più leggibili, capaci di accogliere diversi modi di percepire e parteciparvi.

ANSA
Ci sono luoghi che, sulla carta, sono aperti a tutti. Una scuola, una biblioteca, un ambulatorio, un ufficio pubblico, un posto di lavoro. Poi però ci entri e capisci che non è proprio così semplice.
Rumore continuo. Luci troppo forti. Persone che passano ovunque. Indicazioni poco chiare. Attese senza sapere quanto dureranno. Corridoi tutti uguali. Sale piene senza un angolo in cui stare un momento in silenzio.
Per molte persone queste cose sono soltanto fastidiose. Per altre possono diventare un ostacolo vero. Non sempre visibile, non sempre riconosciuto, ma abbastanza forte da far rinunciare a entrare, restare, lavorare, studiare o chiedere un servizio.
È da qui che nasce il mio interesse per il rapporto tra neurodivergenza e architettura.
Sono architetto e, negli ultimi anni, ho dedicato molto tempo allo studio di spazi pensati per persone neurodivergenti: scuole, abitazioni, luoghi di cura, uffici, spazi pubblici. Ho guardato esperienze e progetti sviluppati in diversi Paesi, ho parlato con professionisti e con persone neurodivergenti, cercando di capire una cosa molto concreta: che cosa rende uno spazio più facile da abitare e che cosa, invece, lo rende ostile.
Ma questo tema per me non nasce solo dal lavoro. Sono padre di due bambini neurodivergenti. E quando vivi ogni giorno certe difficoltà, cominci a vedere gli spazi in modo diverso.
Ti accorgi che una luce può essere troppo forte. Che un rumore di fondo, per qualcuno, non è un rumore di fondo. Che un’attesa in una stanza affollata può diventare faticosa prima ancora che inizi l’appuntamento. Che entrare in un edificio senza capire bene dove andare può generare ansia. E capisci anche quanto spesso queste reazioni vengano interpretate male: come capriccio, maleducazione, scarsa collaborazione, poca voglia di adattarsi.
In realtà, molte volte, il problema non è la persona. È l’ambiente.
Parliamo molto di accessibilità, ed è giusto. Le rampe, gli ascensori, i percorsi per chi ha difficoltà motorie sono conquiste importanti. Ma esiste un’altra accessibilità, più difficile da vedere: quella sensoriale e cognitiva.
Uno spazio può essere perfettamente a norma e, allo stesso tempo, risultare confuso, troppo rumoroso, troppo esposto, troppo imprevedibile per chi lo deve usare. Può essere accessibile fisicamente ma non davvero vivibile.
Non serve trasformare ogni edificio in una clinica. E non serve pensare che tutte le persone neurodivergenti abbiano le stesse esigenze. Sarebbe un altro errore. La neurodivergenza comprende esperienze molto diverse tra loro. Però alcuni principi possono aiutare tutti: spazi più chiari, percorsi comprensibili, rumore ridotto dove possibile, luci meno aggressive, segnali coerenti, possibilità di scegliere se stare in una zona più tranquilla o più animata.
In fondo, non si tratta di creare ambienti speciali per pochi. Si tratta di progettare ambienti migliori per molte persone.
Un ufficio con una stanza calma non serve solo a chi ha una diagnosi. Una scuola con corridoi meno caotici e spazi di decompressione può aiutare tanti studenti. Una biblioteca con segnaletica chiara e zone a bassa stimolazione migliora l’esperienza di chiunque abbia bisogno di concentrarsi. Un ospedale più leggibile, meno rumoroso e meno disorientante rende più dignitosa l’attesa per tutti.
La domanda, allora, non dovrebbe essere: «Come facciamo ad adattare una persona diversa a uno spazio già deciso?».
Dovremmo chiederci: «Perché abbiamo progettato quello spazio pensando a un solo modo di percepire, concentrarsi, aspettare e partecipare?».
Questa non è soltanto una questione tecnica per architetti. È una questione di diritti.
Se una persona evita un luogo perché lo trova troppo difficile da affrontare, quel luogo non è davvero pubblico. Se un lavoratore deve consumare tutte le sue energie per sopportare rumore, luci, ambiguità e pressione sociale, non stiamo parlando solo di produttività: stiamo parlando di dignità. Se uno studente viene considerato problematico perché non riesce a stare in un ambiente troppo caotico, forse dovremmo guardare prima all’ambiente e solo dopo al comportamento.
La città contemporanea tende a chiedere molto: velocità, flessibilità, esposizione continua, capacità di adattarsi a stimoli diversi nello stesso momento. Ma non tutti vivono questa richiesta nello stesso modo. E una città giusta non è quella che dice a tutti «adattatevi». È quella che prova a non lasciare indietro chi fa più fatica a stare dentro i suoi ritmi.
Da questa idea nasce INDA — Inclusione Neurodivergente, Diritti e Accesso.
Non un progetto clinico, né un’etichetta da mettere sui depliant. L’obiettivo è più semplice e, forse, più ambizioso: portare il tema della neurodivergenza dentro il dibattito su architettura, scuola, lavoro, servizi pubblici e città.
Perché gli spazi non sono mai neutri. Possono far sentire una persona fuori posto oppure possono aiutarla a orientarsi, a regolarsi, a partecipare.
Non risolveremo tutte le disuguaglianze con un buon progetto architettonico. Ma possiamo evitare che gli edifici, gli uffici, le scuole e i servizi continuino ad aggiungere ostacoli a quelli che le persone incontrano già ogni giorno.
E questo, per me, è un punto di partenza serio: costruire luoghi in cui non sia necessario combattere contro l’ambiente per poter semplicemente esserci.
Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa
Abbonati