I falchi in Terra Santa volano sempre in coppia
Netanyahu ha coltivato Hamas come nemico utile, ostacolando ogni prospettiva negoziale. E il movimento islamista continua a rinascere dalle proprie ceneri.

ANSA
L’ha sempre considerata una risorsa da coltivare. Un nemico di comodo. Quello che serviva per dimostrare all’opinione pubblica interna e internazionale che con i palestinesi era impossibile trattare. Questo è stata Hamas per Benjamin Netanyahu. Molto prima del 7 ottobre 2023.
Basta scorrere i giornali israeliani, non solo Haaretz ma anche autorevoli quotidiani di destra o moderati, come il Jerusalem Post e Times of Israel, per averne contezza. Per Netanyahu e la destra israeliana funzionava l’adagio “il nemico del mio nemico è mio amico” e, se non proprio amico, uno strumento da utilizzare per contrastare qualsiasi leadership palestinese disponibile a negoziare una pace “a metà strada” con Israele.
Si chiamasse Yasser Arafat o anche il vetusto Abu Mazen, per “Bibi” qualunque dirigente palestinese che non rifiutasse il dialogo, ma fosse disposto a raggiungere un qualche compromesso con Israele sulla base del principio “due popoli, due Stati”, era da considerare un incomodo da eliminare, se non fisicamente, politicamente. Non solo operando forzature unilaterali sul terreno, leggi: espansione degli insediamenti in Cisgiordania o espulsione forzata della popolazione palestinese da Gerusalemme Est, ma anche facendo di tutto per far crescere un’alternativa estremistica nei Territori: Hamas, per l’appunto.
Si spiega così il fatto che, solo per fare un esempio, nei suoi quasi ininterrotti venti anni di governo, Netanyahu abbia più volte bloccato i finanziamenti all’Autorità Palestinese che venivano dalle tasse dei palestinesi e che, stando agli Accordi di Washington, spettavano all’Anp. Allo stesso tempo, Netanyahu non ha mai interrotto il flusso di denaro – stiamo parlando di centinaia di milioni di dollari – che il Qatar elargiva, anch’esso in funzione anti-Anp, ad Hamas.
Se c’è un tema che vive come una ferita mai rimarginata in ogni famiglia palestinese, questo tema è rappresentato dai detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. Non c’è famiglia palestinese che non abbia avuto, in questi sessant’anni di occupazione, almeno un parente incarcerato da Israele.
Nessun palestinese incarcerato è mai stato liberato attraverso negoziati tra Israele e l’Anp. Neanche uno. Mentre sono stati in migliaia a essere scarcerati in trattative dirette tra Israele e Hamas. Non si tratta del 7 ottobre. Il capo di Hamas, poi ucciso dall’esercito israeliano nella guerra di Gaza, fu liberato da Israele in uno scambio di prigionieri durante la penultima guerra in Libano, in cambio dei corpi di tre soldati di Tsahal uccisi dagli Hezbollah. E altri mille e passa palestinesi detenuti furono liberati in cambio del caporale Gilad Shalit, rapito da Hamas e tenuto per anni in cattività a Gaza.
Questa modalità di liberazione non sta a significare che le autorità israeliane conoscano e “rispettino” solo i rapporti di forza, ma che usare la liberazione dei “martiri palestinesi” sia sempre stato uno straordinario strumento di proselitismo per Hamas.
Netanyahu aveva promesso a una popolazione israeliana sconvolta dal 7 ottobre un totale annientamento di Hamas. Non c’è riuscito, anche se ha massacrato oltre 70mila gazawi, in maggioranza donne e bambini. Hamas è ancora in campo. Indebolita militarmente, ma presente sul campo. Nella Striscia come in Cisgiordania.
Presente e, altro che annientamento, riconosciuta come interlocutore negoziale dall’amministrazione Trump, dalla Turchia di Erdogan, dall’Egitto di al-Sisi e dalle petromonarchie sunnite del Golfo, a cominciare dal Qatar. Per non parlare, poi, della mezzaluna rossa sciita e del suo Paese guida, l’Iran.
Hamas fa politica. La fa a Doha, ad Abu Dhabi, al Cairo, come a Teheran, a Damasco, ad Amman. In Libano può sempre contare sull’appoggio di Hezbollah. Ha accettato di non fare parte, direttamente, del comitato di tecnocrati che, secondo l’ultimo piano in 15 punti elaborato dal Board of Peace presieduto da Trump, è chiamato a gestire la ricostruzione di Gaza, con i finanziamenti di Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Piano, peraltro, bocciato da Netanyahu.
Il sì di Hamas è stato molto apprezzato dal presidente Usa e da emiri e sceicchi del Golfo, gli stessi che considerano l’Anp di Abu Mazen un rudere inservibile del passato. Hamas fa politica anche in vista delle elezioni palestinesi: quelle legislative previste a novembre e, ancor più, guardando alle presidenziali che il novantenne Abu Mazen ha inteso voler indire nel 2027, senza però fissarne ancora la data. Intanto, Hamas stringe accordi con ambiziosi dirigenti ex Fatah, come Mohammed Dahlan, uomo legatissimo agli Emirati Arabi Uniti.
Per Netanyahu la quadratura del cerchio è un’Hamas indebolita, ma ancora in funzione. Con cui fare la guerra e poi trattare al massimo una hudna (tregua), seguita da un altro conflitto armato. È la storia che si ripete, sempre più tragica, sempre più sanguinosa.
Rimarca in proposito Haaretz in un editoriale: «La sua responsabilità (di Netanyahu, ndr) risale a molto tempo prima, agli avvertimenti che aveva ricevuto dai capi dei servizi di sicurezza israeliani mesi prima del 7 ottobre. Avvertimenti che descrivevano la crescente determinazione delle organizzazioni nemiche a sfruttare la debolezza interna causata dalla riforma giudiziaria in Israele. In realtà, la responsabilità di Netanyahu si estende ancora oltre, fino agli anni che hanno preceduto il massacro, durante i quali ha permesso che Hamas fosse finanziato con milioni di dollari, ostacolando al contempo qualsiasi iniziativa diplomatica e intensificando l’occupazione che ha alimentato il terrorismo».
Ehud Barak, ex primo ministro laburista, già capo di stato maggiore delle Idf, il militare più decorato d’Israele, ha un’idea molto chiara in proposito: «Netanyahu – ha ripetuto più volte – considera Hamas una risorsa, una sua invenzione, un’assicurazione sulla propria vita politica. Come gli ayatollah iraniani. Sono i nemici ideali per chi ha fatto della guerra perpetua il suo fine».
D’altro canto, fuori dalla dimensione “resistenziale”, Hamas perde gran parte della sua capacità attrattiva. Nel 2006 vinse le prime e, dopo vent’anni, ultime elezioni legislative nei Territori palestinesi. Chi scrive, quelle elezioni le ha seguite sul campo, a Ramallah, Nablus, Gaza... Furono elezioni libere, le più libere che il mondo arabo abbia mai conosciuto. Vinse Hamas, non perché la maggioranza dei palestinesi si scoprì innamorata del Jihad, ma come reazione alla corruzione dilagante in Fatah e nell’Anp.
Hamas, con il suo sistema di organizzazioni caritatevoli, con il suo welfare islamista, era percepita come un movimento più vicino ai bisogni della gente, che si faceva carico dei palestinesi dalla nascita alla tarda età.
Hamas vinse quelle elezioni, ma poi si rivelò incapace di governare. Un’incapacità che non può essere giustificata dall’assedio fatto scattare da Israele dopo quel successo elettorale. Lo strangolamento della Striscia c’è stato, questo è indiscutibile. Ma ciò non toglie che Hamas abbia utilizzato i finanziamenti che continuavano ad arrivare dall’Iran come dai Paesi del Golfo per rafforzare il proprio potere, per moltiplicare il suo apparato di sicurezza, tradendo molte delle aspettative che l’avevano portata a governare.
Le milizie di Hamas hanno represso brutalmente manifestazioni spontanee, soprattutto di giovani, che rivendicavano libertà e non combattevano l’“entità sionista” per vivere in una dittatura della sharia modello iraniano. Sì, anche a Gaza c’è chi anelava a una “primavera araba”. Hamas ha risposto come hanno fatto i basij contro il movimento “Donne, vita, libertà”.
Quando avveniva tutto questo, Netanyahu era primo ministro. Non ha mai speso una parola per quei palestinesi che non potevano certo essere tacciati di essere “filo-Hamas”. E lo stesso vale per le petromonarchie del Golfo, che certo non hanno a cuore il rispetto dei diritti umani.
Il Qatar ha proseguito a finanziare Hamas e, visto che non sono i soldi che gli mancano, ha comperato anche alcuni dei più stretti collaboratori di Netanyahu (il Qatargate) perché fornissero informazioni di prima mano. Uno scandalo a cui Bibi ha risposto come meglio gli riesce: scaricando ogni responsabilità sugli ex uomini di fiducia, trattandoli come traditori ingrati, parte di un complotto contro la sua persona.
Intanto, Hamas continua a esistere. Una cosa ha mantenuto inalterata: la propria capacità di rinascere dalle ceneri. Di ricostruire la propria leadership eliminata da Israele. Fu così dopo l’uccisione dello sceicco, che di Hamas fu fondatore; così è avvenuto dopo i più recenti assassinii mirati di Ismail Haniyeh e Yahya Sinwar.
Una capacità che viene dalla sua struttura orizzontale, fortemente compartimentalizzata, capace di produrre nuovi dirigenti con una velocità di ricambio ancor più rapida delle eliminazioni mirate compiute da Israele.
Tutto questo senza mai prendere in considerazione la possibilità di negoziare con Israele una pace a metà strada. Per Hamas sarebbe un suicidio politico. E lo stesso può dirsi per la destra di Netanyahu, Ben-Gvir e Smotrich.
I falchi in Terrasanta volano sempre in coppia.
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