Nessuno è straniero: la scuola aperta contro il tetto del 30%

La proposta del governo alimenta stigma e concorrenza fra istituti. I Comuni rilanciano una scuola inclusiva, con più risorse e sostegno linguistico.

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ANSA

La proposta del governo Meloni, con l’ultimo “decreto scuola” su studentesse e studenti straniere/i, rientra nell’ennesimo capitolo della battaglia ingaggiata dalla destra italiana verso la ricerca di una egemonia culturale e che vede nella scuola pubblica il terreno di scontro privilegiato. Una scuola pubblica in difficoltà che, per affrontare le sfide della contemporaneità, non ha certo bisogno di propaganda sulla pelle degli studenti e del corpo docente.

Da anni la scuola è multiculturale; la presenza consolidata di alunni non italofoni ne rappresenta una ricchezza unitamente all’esigenza crescente di un lavoro di supporto affinché la complessità non diventi un ostacolo. Quindi il tema è reale, ma da come il governo lo affronta è evidente il tentativo di creare confusione e di indicare nello “straniero” la causa di tutti i mali della scuola.

Nella comunicazione, per giorni, non si è capito con chiarezza se il tetto del 30% per classe riguardasse studenti non italiani oppure che non sapessero la lingua italiana. Sono due platee molto diverse in termini numerici: chi non parla italiano nell’Italia delle seconde e terze generazioni ha una dimensione quantitativa molto più piccola di chi non ha la cittadinanza. Ma perché si è voluta questa forzatura mediatica? Evidentemente per motivi elettoralistici, creando un clima di stigma per la scuola pubblica a vantaggio della privata, incentivando la concorrenza fra scuole che potrebbero vantare di avere “meno stranieri”. Un attacco all’idea di inclusione dell’Art. 34 della Costituzione, sostenendo che i problemi della scuola nascano da alcune minoranze. Oggi gli stranieri, magari domani i bambini con disabilità o chi ha redditi bassi.

Il tetto del 30% è una norma "inapplicabile e assurda" che porterebbe a sradicare gli alunni non italiani da uno stradario per portarli fuori dal loro contesto e probabilmente spostare i troppi bambini “italiani” in quella da cui ho allontanato i troppi bambini stranieri. Con quali costi? Con quali conseguenze di tipo sociale? Inoltre questo porterà ad una maggiore tensione al momento delle iscrizioni, aggiungendo enfasi sui “troppi stranieri” nel momento della scelta della scuola e incentivando una concorrenza fra Istituti Comprensivi, non curandosi degli stradari. Ad esempio, in una città come Bologna, avendo ancora stradari in cui il mix sociale è presente, questa possibile nuova dinamica rischia di aumentare le diseguaglianze fra le stesse scuole pubbliche, orientando le famiglie del ceto medio italofono.

Dobbiamo continuare a informare tutte le comunità scolastiche che oltre l'85% dei bambini non ancora italiani che frequentano le nostre scuole parlano la lingua italiana. L’unico argomento accettabile è quello di evitare concentrazioni eccessive di ragazzi in difficoltà linguistica. Una scuola che investe sul futuro in un paese che vive un drammatico calo di natalità, dovrebbe essere aiutata a costruire la scuola dell’inclusione.

Dà speranza pensare alle migliaia di scritte "nessuno è straniero" apparse nelle scuole italiane; un segnale di vitalità delle comunità educanti (genitori, sindacati, studenti, corpo docente, partiti e associazioni). Un messaggio d’affetto e vicinanza, condiviso da tante amministrazioni comunali e regionali. Con quegli striscioni non si offende nessuno, al contrario, si fornisce un messaggio di affetto a bambine e bambini ancora senza la cittadinanza italiana, una ricchezza di nuova cittadinanza che ha tenuto aperte sezioni di scuole o scuole intere, dando speranza sul futuro. Sono preoccupanti i casi di rimozione o di vandalismo rispetto a questi segni di civiltà.

In questo contesto è importante mettere in evidenza il manifesto promosso il 29 settembre ultimo scorso dalle assessore e dagli assessori alla scuola dei Comuni di Bologna, Roma, Milano e Bergamo al termine del convegno nazionale di Bologna su “Le esperienze di Scuole Aperte” e aperto a tutte le amministrazioni che vogliano aderire. Nel manifesto “La nostra scuola ha le porte aperte e non ha il tetto” si ribadisce che la scuola ha bisogno di strumenti per alfabetizzazione, mediatori linguistici e culturali, personale motivato e retribuito in modo adeguato, classi meno numerose, innovazione didattica. Eccone alcuni stralci:

“Il tetto del 30% previsto nelle classi è rivolto a quei bambini che chiamiamo stranieri solo perché una legge retriva non riconosce cittadini coloro che nascono in Italia o a chi non ha sufficienti competenze linguistiche? E chi decide chi non ha sufficienti competenze linguistiche? E come si concilia con il diritto costituzionale ad andare a scuola?”

Come comuni affrontiamo le contraddizioni, le sfide e le esigenze delle scuole e delle comunità spesso con pochi strumenti e molto impegno. Abbiamo un'idea di scuola che integra le autonomie scolastiche con i contesti in cui sono inserite e proprio la storia della scuola ci insegna che le migliori esperienze nascono dalla complessità e dalle sfide. Vogliamo valorizzare tutte le scuole con il loro stradario di riferimento, superando stigma e pregiudizi.

In conclusione, sulla scuola si gioca una parte importante del dibattito culturale nel nostro paese; la politica e la discussione verso gli appuntamenti elettorali decisivi del 2027 lo tengano ben presente. C’è un’Italia che ha ben chiara l’eredità di Calamandrei, Don Milani, Lodi, Manzi, Canevaro e tanti altri intellettuali che nella scuola vedevano l’elemento decisivo per applicare la nostra Costituzione. Affrontiamo con fiducia il futuro, pronti alle nuove sfide della contemporaneità, senza ignorare le complessità, chiedendo più risorse e respingendo una propaganda di destra sempre più aggressiva in cerca di una nuova egemonia culturale.

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