Neoliberalismo al tramonto, non è più tempo di un mercato sovrano

Tra crisi globali e ritorno dello Stato, il paradigma neoliberale vacilla: serve una nuova sintesi tra economia, democrazia e giustizia sociale

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ANSA

L’ultimo libro di Emanuele Felice non è semplicemente un saggio: è, già nel titolo, un manifesto. Lo è nel senso più classico del termine, nella misura in cui si propone come un tentativo di rifondazione normativa e programmatica del rapporto tra economia, politica ed etica, alla cui trama Felice aggiunge, in modo tutt’altro che accessorio, la dimensione tecnologica.

L’ordine di questa relazione, così come la gerarchia che ne deriva, punta a ristabilire quel nesso tra economia e orientamento democratico che aveva caratterizzato l’esperienza storica del capitalismo embedded dei Trenta Gloriosi: un’economia incorporata entro un progetto politico fondato sulla democrazia, sull’uguaglianza e sulla coesione sociale; e sorretta da una cultura economica di matrice keynesiana. Entrambe queste dimensioni sono state progressivamente erose — ci ricorda Felice — dall’affermazione del neoliberalismo, anche con la complicità di quelle stesse forze progressiste alle quali oggi il suo libro si rivolge.

La premessa teorica su cui il volume si fonda è, da questo punto di vista, cruciale: la necessità, pur non formulata in termini esplicitamente marxiani, di una critica dell’economia politica. L’economia non costituisce un dato naturale ma una costruzione storica. Allo stesso tempo, il modo di produzione entro cui siamo collocati non rappresenta una configurazione immutabile. Così, la morfologia concreta dell’organizzazione produttiva, le modalità di allocazione delle risorse, il rapporto tra bisogni collettivi e interessi individuali, la stessa relazione tra Stato e mercato, non sono l’espressione di una razionalità immanente, ma l’esito di processi contingenti, storicamente determinati e, per questo, politicamente riconfigurabili.

È questa consapevolezza a consentire a Felice di mettere a fuoco la funzione ideologica assunta, per decenni, prima dall’economia marginalista e poi dalla sua formalizzazione nel paradigma neoclassico: approcci che hanno progressivamente imposto una rappresentazione dell’economia come sistema autonomo, regolato da leggi proprie e tendenzialmente sottratto al conflitto sociale e politico. Ne è derivata — in una lunga sbornia durata, sia sul piano accademico sia sul piano politico, almeno fino alla crisi finanziaria del 2007-2008 — una visione che ha assunto l’accumulazione privata come espressione univoca e paradigmatica del progresso.

Quella stessa sbornia — che ha contribuito a produrre, per riprendere l’efficace formula di Dani Rodrik, una «economia senza storia» — ha accompagnato una parallela e profonda rimozione, operata dalle élite dominanti, delle pagine più violente della storia dello sviluppo capitalistico. Felice li definisce i «crimini contro l’umanità» del capitalismo realizzato: dalla carestia irlandese del 1845-1849 al sistema concentrazionario del Congo belga, fino alla radice economica, strutturale, della deriva nazionalistica che ha partorito due conflitti mondiali e molte altre guerre.

All’interno di questa cornice — l’economia come processo storico e il capitalismo come costruzione complessa, instabile e contraddittoria — occorre soffermarsi sulla svolta neoliberale, cui Emanuele Felice dedica alcune delle pagine più rilevanti della prima parte del volume. Sia sul piano storico, sia sul terreno delle dottrine economiche che la sorreggono — dal liberismo radicale di Friedrich Hayek al monetarismo di Milton Friedman e della Scuola di Chicago, fino alla supply-side economics — è evidente la natura propriamente rivoluzionaria del neoliberal turn. Quella svolta si realizza infatti attraverso un duplice rovesciamento dell’impianto su cui si era retto l’equilibrio del dopoguerra occidentale: la stabilità dei prezzi subentra alla piena occupazione come obiettivo macroeconomico prioritario; il sostegno all’offerta sostituisce quello alla domanda aggregata come perno della politica economica.

Da questo doppio rovesciamento prende forma un nuovo regime di regolazione, fondato su una combinazione coerente di strumenti: politiche deflazionistiche, orientamento liberoscambista, privatizzazioni, rafforzamento delle politiche della concorrenza, radicale compressione dello spazio delle politiche industriali e, più in generale, violento arretramento dell’intervento pubblico. E ancora: erosione del welfare, indebolimento del lavoro organizzato, politiche fiscali favorevoli a rendite, patrimoni e grandi profitti, in nome della teoria del trickle-down; e infine un esteso processo di deregolazione, in particolare sul terreno dei capitali e dei mercati finanziari.

Felice insiste sul fatto che questo nuovo assetto intrattiene, sin dalle sue origini, un rapporto strutturalmente problematico con la democrazia. Emblematico, in questo senso, è il rapporto della Trilateral del 1975, che individua la radice della crisi di governabilità in un presunto «eccesso di democrazia», vale a dire in un livello ritenuto eccessivo di partecipazione popolare e di mobilitazione sociale. Ne discende una proposta esplicita, fatta propria da una parte rilevantissima delle élite politiche ed economiche del tempo: riequilibrare il rapporto tra partecipazione e capacità decisionale, rimettendo in discussione proprio quell’assetto economico-sociale che aveva reso possibile il compromesso socialdemocratico del dopoguerra.

A questo rapporto problematico con la democrazia si affianca, del resto, una relazione esplicitamente spregiudicata con la dittatura. Non va dimenticato che il primo grande laboratorio di sperimentazione delle politiche neoliberali non è la Gran Bretagna di Thatcher né gli Stati Uniti di Reagan, ma il Cile di Pinochet, le cui politiche economiche — stabilizzazione anti-inflazionistica, apertura commerciale, ridimensionamento del ruolo dello Stato, privatizzazioni, compressione dei sindacati — seguono in forma paradigmatica l’agenda dettata da Milton Friedman e affinata dai Chicago Boys.

Il significato di questi processi è, a mio avviso, difficilmente equivocabile. E tuttavia è necessario vigilare contro il rischio di trasformare il concetto di neoliberalismo — per riprendere un’efficace espressione di Pierre Rosanvallon — in una «parola di gomma»: una categoria elastica, dilatata ben oltre i confini del suo specifico significato economico fino a ricomprendere qualsiasi fenomeno, investendo indistintamente la sfera sociale, culturale, giuridica e persino antropologica. Perché, se tutto è neoliberalismo, allora nulla è davvero neoliberalismo.

Il neoliberalismo designa invece un insieme relativamente circoscritto e riconoscibile di dottrine e pratiche; e non costituisce a mio avviso una chiave esplicativa totalizzante, neppure per i primi anni Ottanta. Non è ovviamente neoliberale la Francia di François Mitterrand e di Pierre Mauroy né lo è lo stesso tournant de la rigueur del marzo 1983, che pure introduce, con il contributo decisivo di Jacques Delors, politiche di austerità che mantengono il franco ancorato allo SME. Non è tecnicamente neoliberale il (nefasto) divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro del luglio 1981 che, pur accrescendo la dipendenza dello Stato dai mercati finanziari e incentivando discipline di bilancio più rigorose, non si iscrive integralmente in quel quadro dottrinario. Né, a rigore, può essere qualificata come neoliberale la traiettoria della Germania di Helmut Kohl a partire dal 1982, caratterizzata da privatizzazioni selettive e da un impianto coerentemente ordoliberale, radicato nella specifica path dependence della storia tedesco-occidentale e, anche per questo, non perfettamente sovrapponibile — anche nel gioco europeo che porterà al rilancio del processo di integrazione attraverso il completamento del mercato interno — al modello promosso da Margaret Thatcher.

Insistere su questa necessaria precisione concettuale — operazione che Emanuele Felice conduce con coerenza in diversi passaggi del volume — non equivale a un esercizio nominalistico. Al contrario, costituisce la precondizione per affrontare con rigore una questione decisiva: se e in quale misura si sia ancora inscritti entro una fase neoliberale. Io credo che questo interrogativo sia ineludibile e vada sollevato in modo esplicito. La risposta di Felice — mi pare di capire — sta nell’invito a interpretare il presente come una triplice crisi del capitalismo contemporaneo: crisi delle diseguaglianze, crisi climatica, crisi della democrazia. E tuttavia, se si intende restare strettamente aderenti alla domanda, vi sono almeno due elementi che suggeriscono come, a partire dalla crisi del 2007-2008, si sia aperta una fase qualitativamente nuova rispetto a quella inaugurata a metà degli anni Settanta.

Il primo riguarda il ruolo dello Stato. Assistiamo da almeno un quindicennio, e con clamorosa evidenza negli ultimi anni, alla sua indiscutibile riemersione, tanto attraverso il ritorno di politiche commerciali esplicitamente protezionistiche — tariffe, quote, barriere non tariffarie — quanto mediante politiche industriali che hanno conquistato una centralità semplicemente inimmaginabile negli anni Ottanta, Novanta e persino nel primo decennio dei Duemila. Il pendolo di Karl Polanyi è tornato a oscillare con prepotenza verso lo Stato, contraddicendo uno dei tratti costitutivi — non certo il meno rilevante — del paradigma neoliberale.

Ma il secondo elemento è ancor più significativo: l’emersione di nuovi attori globali che contestano apertamente l’egemonia occidentale. Dopo il crollo dell’URSS e la fine della Guerra fredda, l’Occidente sembrava avere imposto al mondo la definitiva affermazione del capitalismo e del suo apparato concettuale neoliberale. Tuttavia, molti degli attori che oggi governano la scena internazionale non propongono modelli meramente emulativi. Il caso della Cina è, in questo senso, paradigmatico: già a partire dalle riforme avviate da Deng Xiaoping alla fine degli anni Settanta — dunque in pieno neoliberal turn —, e ancor più negli ultimi anni, emerge un assetto difficilmente riconducibile al paradigma neoliberale, nel quale pianificazione, controllo politico sull’economia, regolazione dell’iniziativa privata e gestione strategica dell’allocazione delle risorse assumono un ruolo centrale (e producono risultati oggettivamente straordinari).

Se mi è consentita un’ulteriore precisazione, questo sistema non può essere neppure ricondotto semplicisticamente alla categoria di “dittatura”. Certamente la Cina diverge in modo significativo dai modelli democratici occidentali, ma è senz’altro estranea a quelle posture espansionistiche e imperialistiche che caratterizzano la proiezione internazionale di quello che dovrebbe essere il faro dell’Occidente e dei suoi alleati. In ogni caso — e su questo il punto di contatto con l’analisi di Emanuele Felice è netto — il modello cinese pone all’Occidente una sfida di natura strutturale proprio sul terreno della configurazione del nesso tra politica, economia e democrazia.

L’insieme di queste ragioni mi induce a pensare che più che parlare di persistenza dell’egemonia neoliberale o, simmetricamente, di una sua semplice crisi, dobbiamo ipotizzare l’apertura di una fase di transizione, per molti aspetti violenta, caratterizzata da una ridefinizione — ancora incompleta — dei rapporti tra Stato, mercato e società. Una fase aperta, dunque, nella quale coesistono elementi di continuità e segnali di profonda discontinuità. Questa lettura non è, a mio avviso, in contraddizione con l’ultima considerazione su cui intendo soffermarmi. Emanuele Felice suggerisce l’esigenza di elaborare una nuova sintesi tra liberalismo, socialismo ed ecologismo. Si tratta di un tentativo ambizioso e del tutto meritorio: la costruzione di una grammatica comune del progressismo, europeo e internazionale, coerente con una visione che recupera — nel senso più nobile del termine — l’utopia di una “Costituzione della Terra”, dei beni comuni globali e della cooperazione in un contesto segnato dalla dimensione della guerra e del conflitto. È, in altre parole, uno sforzo volto a delineare un quadro condiviso di principi e valori. E tuttavia, proprio all’interno di questa operazione di sintesi, io credo che sia essenziale mantenere un fuoco teorico e politico sui tratti distintivi di una prospettiva di socialismo democratico.

Un socialismo che recuperi e valorizzi la tradizione della programmazione e della pianificazione indicativa proprie dell’Europa occidentale del trentennio glorioso. Abbiamo da tempo tutti assunto come riferimento — a proposito di manifesti — Lo Stato imprenditore del 2013 di Mariana Mazzucato. Ricordo sommessamente un volume dallo stesso titolo scritto nel 1967 da Giuseppe Petrilli, con cui l’allora presidente dell’IRI rivendicava il ruolo e la funzione di una economia pubblica capace non solo di operare secondo criteri di efficienza, ma anche di perseguire obiettivi esplicitamente sociali — sviluppo complessivo, coesione territoriale, convergenza tra Nord e Sud, piena occupazione — delineando una “terza via” tra liberismo e pianificazione sovietica.

Andando oltre quella stagione e questi riferimenti, dovremmo allora provare a incardinare un socialismo della programmazione che valorizzi l’impresa pubblica come una delle leve necessarie per contrastare la tendenza alla concentrazione e centralizzazione del capitale, già individuata da Karl Marx e oggi evidente nelle forme oligopolistiche del mercato. Soprattutto nei settori ad alta intensità tecnologica, l’alternativa agli oligopoli privati non è infatti a mio parere la liberalizzazione ma nuove forme di intervento e gestione pubblica. Un socialismo democratico, ancora, che assuma una certa lettura del keynesismo non solo come strumento anticiclico, ma come fondamento per la costruzione di una nuova economia mista capace di finanziare un rinnovato welfare universalistico e di praticare un intervento pubblico attivo, ponendo al centro l’obiettivo della piena occupazione.

Ciò significa inserire il diritto al lavoro, non solo al reddito, nel novero di quei diritti umani allargati cui Emanuele Felice fa riferimento. A essere precisi: non come uno tra i molti diritti sociali, ma come il principio ordinatore, giacché il lavoro ha storicamente costituito il fondamento dell’equilibrio delle democrazie europee del secondo dopoguerra; è stato il principale bersaglio dell’offensiva neoliberale; e deve essere il fulcro attraverso cui rilanciare una rinnovata proposta socialista.

Infine, la questione della democrazia economica. Un progetto all’altezza delle trasformazioni in atto deve mirare a rendere effettivamente coerenti e reciprocamente integrati il ruolo dei poteri pubblici — lo Stato, e in prospettiva uno Stato europeo, quale attore democratico capace di orientare gli investimenti e governare l’allocazione delle risorse — e un rinnovato protagonismo dei lavoratori e dei cittadini, tanto nei processi produttivi quanto nelle dinamiche di governo territoriale dello sviluppo. In questo senso, le proposte richiamate da Felice, anche nel solco di un’ampia letteratura sui consigli del lavoro e sulla cogestione, rappresentano un tentativo lodevole di proporre l’istituzionalizzazione di forme di partecipazione attiva. In assenza di una dimensione partecipativa, il governo democratico dell’economia resta infatti inevitabilmente incompiuto; e il nesso tra economia, politica, tecnologia ed etica è destinato a spezzarsi, con esiti che sono ormai sotto gli occhi di tutti.

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