Nell’epoca dell’incoscienza di classe

Come l’ideologia dell’individualismo ha dissolto i legami sociali e perché solo una nuova coscienza collettiva può invertire la rotta

Gregorio CaroloBattaglia delle Idee
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ANSA

L'individuo - provvisto delle sue libertà - appare oggi come il nucleo fondativo delle società occidentali. Ciascun fatto della vita tende a essere letto come la conseguenza di una scelta o di un comportamento del singolo individuo, con scarsa considerazione del contesto: la carriera scolastica, l’affermazione professionale, le relazioni affettive e sentimentali, qualsiasi forma di successo e fallimento vengono interpretati come risultanti dello sforzo che una specifica persona ha impresso in una determinata direzione.

Essere poveri diventa una colpa, conseguenza di un impegno insufficiente, e un salario misero può essere visto come una dimostrazione del proprio basso valore personale, come scrisse l’autrice americana Barbara Ehrenreich. L'individuo è un assoluto, slegato dal resto della società. Ma chi è l'individuo? Cosa intendiamo noi oggi quando parliamo di individuo e di individualismo?

Ciò che non può essere diviso

Come ebbe a notare il sociologo gallese Raymond Williams, si tratta di un termine la cui accezione è variata significativamente nel corso dei secoli. Deriva dal latino individuum, letteralmente “ciò che non può essere diviso”, e con questo termine i teologi medievali si riferivano alle componenti della Santissima Trinità: erano tre entità — Padre, Figlio e Spirito Santo — eppure costituivano al contempo un tutt'uno inscindibile. Un individuo era dunque un ente definibile soltanto a partire dall'insieme più vasto cui apparteneva; qualsiasi uomo o donna nel Medioevo non poteva in alcun modo essere concepito al di fuori dell'ordine sociale, estremamente rigido e stratificato, cui apparteneva: che fosse un artigiano o un cavaliere, una contadina o una dama di compagnia, ciascuna persona veniva identificata a partire dal ruolo che le era assegnato nella società, un ruolo stabile e fisso che la metteva in relazione con tutte le altre persone collocate invece in ranghi diversi.

Con l'affermarsi del capitalismo e la graduale dissoluzione dell'ordine feudale, i ruoli sociali non furono più statici e immutabili come nei secoli precedenti. Crebbero la mobilità sociale e geografica, l'individuo non venne più definito come un membro della società, ovvero a partire dalle relazioni in cui era inserito, ma bensì per la sua “libera iniziativa”, per la sua volontà e per i suoi sforzi. L’individuo iniziò piuttosto a caratterizzarsi per il compimento di una determinata impresa, per ciò che lo differenziava dal resto della società, e nasceva così l'idea del genio o del talento individuale, sia negli affari che in ambito artistico o letterario. La favola del merito individuale non è insomma un’invenzione recente, è piuttosto un’idea che trae le sue origini con la nascita del capitalismo. Il concetto di individuo giunse a costituire il nocciolo dal quale derivarono filosofie e dottrine politiche incentrate sulle libertà individuali, l’individuo divenne un assoluto, al quale venne presto contrapposto da correnti di pensiero di segno opposto un altro assoluto, la società. In mezzo a questi due assoluti, individuo e società, un termine intermedio iniziò a diffondersi: la classe, un’ulteriore astrazione, un concetto in grado però di acquisire un peso e una consistenza crescenti per le esistenze di migliaia, milioni di persone.

Classe era un termine con cui diventava facile, ad esempio, descrivere il proprio vivere quotidiano, i rapporti di subalternità e le forme di socialità in cui si era inseriti. Definire sé stessi come appartenenti alla classe lavoratrice permetteva di comprendere la durezza della vita — perché si era sfruttati, perché si viveva in case fatiscenti o in quartieri maleodoranti — e al contempo proiettava le azioni del singolo individuo, volte a migliorare le proprie condizioni, all'interno di uno sforzo moltitudinario, un riscatto collettivo per le masse di lavoratori e lavoratrici.

L’identità collettiva come classe operaia veniva a forgiarsi in aperta opposizione alla classe dei capitalisti, proprio attraverso le lotte che si conducevano contro il loro potere, sul posto di lavoro e nel resto della società, nelle manifestazioni della coscienza di classe; pur vivendo in comunità ristrette e isolate era possibile sentirsi fratelli o sorelle con lavoratori e lavoratrici che vivevano altrove, addirittura in altri Stati, proprio per una comunanza di interessi, esperienze e scala di valori, per una pratica culturale diffusa che trovava alle volte traduzioni istituzionali.

La classe emerse come soggetto da un insieme assai eterogeneo di figure lavorative, da una «quantità di gente con differenti occupazioni, entrate, posizioni gerarchiche», per usare le parole dello storico Edward Palmer Thompson riferite all’Inghilterra, madrepatria della Rivoluzione Industriale e delle prime mobilitazioni operaie. Non si tratta a ogni modo di una peculiarità degli inglesi, un discorso analogo può essere formulato rispetto al contesto italiano: nel nostro Paese infatti l'idea di classe iniziò a prendere corpo nell’Ottocento attorno a forme organizzative come le società operaie di mutuo soccorso, alle cooperative di consumo, attorno alle Camere del Lavoro e alle sedi del nascente Partito Socialista, luoghi nei quali trovavano posto esponenti dei mestieri antichi e delle nuove professioni: tipografi, falegnami, metallurgici, vetrai, calzolai… e tessitrici, sarte, sigaraie, piscinine, cravattaie, mentre i lavoratori industriali erano al tempo soltanto una frazione della manodopera attiva. Sorgevano i circoli operai, in cui uomini e donne - dopo aver smesso gli abiti da lavoro della giornata - indossavano il grembiule e cucinavano per il resto della comunità, servivano da bere, intavolavano dibattiti. Un senso di fratellanza trovò così espressione e riuscì ad affermarsi, travalicando la separazione dei mestieri e le numerose differenze regionali di un Paese unificato da appena qualche decennio: il primo sciopero generale in Italia fu indetto nel 1904 dalle Camere del Lavoro del Nord in solidarietà con i minatori sardi di Buggerru repressi a fucilate dai carabinieri del Regio Esercito.

Un nuovo soggetto muoveva i suoi passi sul palcoscenico nazionale, reclamando maggiori diritti sul posto di lavoro e all’interno della (giovane) comunità nazionale, attuando una propria agenda politica. Le rivendicazioni lavorative trovavano posto all’interno del disegno complessivo di una società diversa, secondo uno schema ricorrente nelle mobilitazioni democratiche, a qualsiasi latitudine.

L’eterogeneità di quel soggetto è una caratteristica da sottolineare, in particolar modo oggi, in un presente segnato dal moltiplicarsi delle forme e figure lavorative; ci rammenta che la coscienza di classe non è il risultato automatico dato dalla concentrazione di migliaia di persone con la stessa tuta da lavoro, ma è bensì una sapiente e articolata costruzione politica, elaborata a partire dalle differenze reciproche, proprio perché si tratta di una formazione sociale e culturale. Nel momento della sua emersione, questo progetto trasse la propria forza - oltre che dalle dita callose, dalle mani e dalle braccia di operai e operaie — dall'apporto intellettuale di altri elementi sociali, solidali alla causa. A quel tempo, infatti, le principali novità e idee di progresso oggetto di dibattito nel resto del Continente venivano importate e diffuse nei circoli da persone istruite, provviste di titoli culturali, che simpatizzavano con la causa operaia, scorgendo in essa un universale per cui battersi.

Esistevano riviste volte a promuovere il socialismo scientifico ed esistevano esperimenti piuttosto avanzati per l’epoca (e ancora attuali), come i proto-ambulatori popolari della Milano di inizio Novecento, in cui medici di fede socialista condividevano con una popolazione in larga parte analfabeta misure minime di igiene pubblica e prevenzione, facendo medicina sociale; entrambi gli sforzi, quelli letterari e quelli più pratici, si condensavano nell’agire di figure come Anna Kuliscioff, redattrice di riviste, oratrice e “dutura dei poveri”, a cui - in quanto donna - non era permesso lavorare in ospedale.

Il malessere individuale è sociale

Torniamo ai nostri tempi. Rispetto alla storia gloriosa qui rievocata sommariamente, possiamo dire che nel dibattito pubblico degli ultimi decenni la parola classe - così come le parole capitalismo o socialismo - sia stata rimossa, togliendo una chiave di interpretazione del mondo e, soprattutto, limitando la possibilità di costruire un discorso alternativo all’ordine dominante. Le classi sociali continuano a esistere e l’appartenenza a una specifica classe continua a determinare larga parte dell’esistenza delle persone - l’aspettativa di vita, la qualità delle relazioni umane… — sembra essere però venuto meno, perlomeno nei Paesi occidentali, quel senso di appartenenza di classe in grado di generare vincoli solidaristici. Vige oggi quella che potremmo chiamare incoscienza di classe: latita una visione politica in grado di unire le braccia, le mani e le menti della forza lavoro odierna, mettendole in marcia verso l’orizzonte di un futuro migliore.

L’individuo contemporaneo, per certi versi, è stato convinto (suo malgrado) che le gioie e i dolori della vita dipendano dal proprio operato. Il processo di identificazione in un soggetto collettivo è inibito dal focus perennemente mantenuto sul singolo individuo, incapace di allargarsi in uno sguardo che includa gli altri, i propri simili.

Dopo decenni di riforme volte a indebolire il potere contrattuale e associativo dei lavoratori, è stata attualizzata la visione di Margaret Thatcher, secondo cui «la società non esiste, esistono gli individui», intesi come soggetti a sé stanti, entità slegate da un gruppo di riferimento. Adottando una simile prospettiva, il lavoro - come le altre sfere delle vita - può essere vissuto soltanto in termini personali e competitivi rispetto agli altri individui, come una questione di merito o responsabilità. Assistiamo, di fatto, a un trionfo della solitudine, a uno sgretolarsi dei legami sociali, al chiudere i battenti di molti luoghi d’incontro slegati da logiche commerciali.

L’individualismo condotto ai suoi eccessi presenta un prezzo: l’incapacità di stringere legami solidali causa danni; la sfera lavorativa costituisce un osservatorio privilegiato per cogliere questi aspetti, in particolare prestando attenzione ad alcuni tra i più frequenti aspetti patologici, fenomeni come stress, ansia, depressione e burnout. Lo stress rappresenta forse un esempio emblematico: una persona stressata sente un fardello su di sé ogni giorno, ciascuna richiesta che le viene rivolta è un colpo in più e le persone che inferiscono tali colpi sono viste come una pletora indistinta di “richiedenti”, disturbatori, figure ostili; la persona fortemente stressata non è in grado di distinguere quanti condividono la sua stessa posizione nel processo lavorativo, persone con cui potrebbe allearsi, da chi detiene invece posizioni di potere e determina le condizioni di lavoro, ovvero quei soggetti contro cui avrebbe senso ribellarsi.

La soluzione propinata dalle società contemporanee a questi mali — allo stress, all’ansia e al burnout — è di tipo individuale: un corso aziendale di gestione delle emozioni, una seduta terapeutica, una cura farmacologica; in ogni caso, il sistema di sfruttamento non viene scalfito, il sovraccarico di lavoro rimane, ma la persona impara in qualche modo a conviverci, ad adattarsi, altrimenti viene scartata. La dimensione dell'individuo si manifesta insomma come una gabbia da cui è impossibile scappare: l'individuo sente di dover risolvere da sé problemi insormontabili e questa sua (inevitabile) inadeguatezza genera, inesorabilmente, ulteriore sofferenza.

Si tratta di un malessere diffuso al punto da essere rilevato statisticamente: come discusso recentemente in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, oggi in Italia circa 6 milioni di persone in età lavorativa sperimentano almeno un disturbo mentale; guardando al dato anagrafico, i giovani tra i 18 e i 34 anni sono le figure più colpite, mentre, suddividendo il campione per genere, le donne ne soffrono maggiormente; in generale, a essere maggiormente afflitta è la popolazione precaria, più vulnerabile economicamente e maggiormente stressata. In termini monetari, si stima che le perdite causate dai disturbi mentali - calo di produttività, assenteismo, disoccupazione… - ammontino a una somma di 63 miliardi di euro. Il nesso tra indebolimento dei legami sociali e deterioramento della salute mentale traspare da questi dati. L’assenza di rapporti solidali tra pari inasprisce le condizioni di lavoro e rende estremamente difficile l’organizzazione: in termini più classici per la sinistra, l’incoscienza di classe può leggersi nel calo della sindacalizzazione, andamento comune a larga parte dei Paesi OCSE, così come nell’ampio astensionismo elettorale tra le fasce di popolazione meno abbienti. L’idea che una forza collettiva possa essere in grado di risollevare le comuni sorti è stata erosa nei decenni, con l’aumento vertiginoso delle disuguaglianze e il crollo del potere d’acquisto per la classe lavoratrice, in particolar modo in Italia, con i suoi salari dalla stagnazione trentennale: tutto questo ha delegittimato sindacati e partiti di sinistra. Persiste invece il mito dell’individuo, che si tratti del proprio ego in lotta con gli altri o di una figura carismatica cui affidarsi.

L’incoscienza di classe è il terreno su cui ci troviamo oggi, ma non dev’essere il nostro destino. Proprio perché oggi l'individuo appare ineludibile, una strada percorribile può essere allora quella di riattualizzare il suo antico significato, tornando a sottolineare l’interdipendenza dagli altri, a discapito della competizione sfrenata. Socializzare le esperienze contemporanee di sfruttamento e oppressione, aprirsi e discuterne, far sì che non restino più questioni private, fare inchiesta, condividere spazi e pratiche: l’unica soluzione a problemi strutturali si può trovare soltanto agendo a livello strutturale, organizzandosi collettivamente.

Oggi come ieri, è dai luoghi fisici di incontro tra persone che può nascere una risposta rispetto alle storture del nostro mondo; oggi come ieri, il lavoro è l’attività che occupa la maggioranza della popolazione almeno metà delle ore di veglia quotidiana, è l’attività in cui le persone - a prescindere dalle mansioni svolte - esprimono (o tentano di esprimere) se stesse; pertanto, la classe, il processo di identificazione collettiva derivante dal lavoro, rimane la dimensione più coagulante rispetto a tutte le eterogeneità del presente, quelle identità contemporanee contro cui la destra ama affondare denti e artigli per scatenare la guerra tra gli ultimi e i penultimi della società.

In un processo simile di ricostruzione di un “noi” è richiesta notevole maestria politica: il rapporto di un tempo tra gruppi ed elementi sociali con diversi gradi di istruzione si è lacerato - va nuovamente intessuto, un importante esercizio di sintesi va compiuto. Ciò che moltissimi anni fa veniva considerato indivisibile, va messo insieme di nuovo: una politica per la classe lavoratrice può essere, ancora una volta, la strada per un progetto diverso di società, per un orizzonte di emancipazione. Risvegliamo le coscienze.