Nel nome di Fakir, l’Italia che chiede di essere riconosciuta
La marcia del Pilastro tra verità, giustizia e cittadinanza: dalle periferie emerge un Paese già cambiato che politica e istituzioni faticano a vedere.

ANSA
Quando Mathieu Kassovitz girò L’odio, nel 1995, raccontò in un bianco e nero tagliente la giornata di tre ragazzi delle periferie parigine: figli dell’immigrazione, sospesi tra cemento, esclusione e rabbia. Qualche anno prima, con Fa’ la cosa giusta, Spike Lee aveva trasformato il caldo soffocante di Brooklyn nel detonatore delle tensioni razziali di una comunità. Nella pizzeria di Sal, l’immigrato era l’italiano; a morire durante un intervento della polizia era Radio Raheem, giovane afroamericano soffocato mentre veniva immobilizzato. Partecipando domenica alla marcia del popolo del Pilastro, convocata per chiedere verità e giustizia sulla morte di Abderrahim Fakir, si aveva la sensazione che quelle periferie non appartenessero più soltanto al cinema americano o alle banlieue francesi. Erano lì, davanti a noi. Erano diventate europee, italiane, bolognesi.
Fakir, 42 anni, è morto il 19 luglio durante un intervento della polizia e del personale sanitario in via Italo Svevo. La Procura sta cercando di ricostruire quanto accaduto e di accertare eventuali responsabilità. Proprio per questo, prima dei giudizi, servono verità, trasparenza e giustizia: le sole risposte adeguate a una morte avvenuta mentre un uomo si trovava sotto il controllo delle istituzioni. Una settimana dopo, circa duemila persone hanno attraversato il quartiere dietro lo striscione “Siamo tutti Fakir”. La manifestazione era stata promossa da organizzazioni sindacali e politiche, dal Comitato popolare del Pilastro e dalla comunità marocchina. Ma ciò che ha percorso le strade non è stata soltanto la protesta per una singola vicenda. È emersa una domanda più ampia di riconoscimento, proveniente da una parte della società italiana che troppo spesso lavora, abita e sostiene le nostre città senza sentirsi pienamente rappresentata.
Il Pilastro potrebbe essere Quarto Oggiaro, una banlieue parigina o uno dei tanti quartieri europei costruiti tra gli anni Sessanta e Settanta per ospitare la classe operaia. Nel tempo, la composizione sociale di questi luoghi è cambiata. Le grandi case popolari accolgono oggi famiglie arrivate dal Marocco, dal Pakistan, dall’Africa subsahariana e da molte altre parti del mondo. Non si tratta di presenze temporanee o marginali, ma di persone che vivono qui da anni, talvolta da generazioni, e che partecipano pienamente alla vita economica e sociale del Paese. Molti svolgono i lavori più duri, precari e meno riconosciuti: nella logistica, nei cantieri, nell’agricoltura, nelle pulizie, nell’assistenza familiare, nella ristorazione e nei servizi di consegna. Mestieri essenziali, spesso invisibili, sui quali si regge una parte significativa della nostra quotidianità.
Eppure, chi abita questi quartieri continua spesso a essere percepito come estraneo. Le persone vengono riconosciute come forza lavoro, ma non sempre come cittadini; richieste quando servono, guardate con sospetto quando rivendicano diritti. La distanza tra la funzione economica assegnata agli immigrati e il riconoscimento sociale loro concesso è una delle contraddizioni più profonde dell’Italia contemporanea. Durante il corteo, tra i palazzi, i parchi e le strade del Pilastro, sfilavano bandiere palestinesi, bandiere italiane e simboli delle lotte sociali e anticoloniali. Donne, lavoratori, giovani di prima e seconda generazione prendevano la parola. Chiedevano di non essere considerati corpi estranei, persone da sorvegliare o braccia da sfruttare. Il senso delle loro parole era netto: lavoriamo, cresciamo i nostri figli, paghiamo le tasse, abitiamo questi quartieri. Abbiamo diritto a una voce, a una vita dignitosa e a non essere giudicati colpevoli soltanto perché siamo nati altrove.
La marcia per Fakir ha dato forma a questa consapevolezza collettiva. Ha mostrato un’Italia già cambiata, anche se una parte del Paese continua a non riconoscerla. Un’Italia composta da persone nate altrove, da figli cresciuti nelle nostre scuole e da giovani che parlano italiano, pensano in italiano e tuttavia devono ancora dimostrare continuamente di appartenere alla comunità. Non chiedono di essere definiti “bravi immigrati”. Chiedono di non essere valutati prima di tutto come immigrati. Vogliono poter essere lavoratori, studenti, madri, padri e cittadini, senza essere costretti a rappresentare ogni volta un’intera comunità o a giustificare la propria presenza.
Anche la storia personale e lavorativa di Fakir è entrata nella manifestazione. Le organizzazioni sindacali lo hanno ricordato come un lavoratore impegnato nelle lotte del settore logistico, uno dei comparti nei quali negli ultimi anni sono emerse con maggiore evidenza precarietà, sfruttamento e conflitti sui diritti. Dopo la sua morte, lavoratori e sindacati di base hanno promosso mobilitazioni e scioperi, sostenendo che quanto accaduto riguardasse non soltanto Fakir, ma un’intera condizione sociale. Nel corteo, una giovane donna ha parlato delle conseguenze psicologiche prodotte dal razzismo quotidiano: sentirsi continuamente osservati, sospettati, costretti a dimostrare di meritare rispetto. Non si tratta di una questione secondaria. La discriminazione ripetuta può trasformarsi in paura, ansia, isolamento e rabbia. Il disagio mentale non dovrebbe mai essere affrontato come una colpa o un problema di ordine pubblico. Richiede competenze, assistenza e capacità di riconoscere una richiesta di aiuto anche quando si manifesta in forma confusa o drammatica.
Non sappiamo ancora quali fossero esattamente le condizioni di Fakir negli ultimi minuti della sua vita, né quale concatenazione di decisioni abbia condotto alla sua morte. Lo stabilirà l’inchiesta. Sappiamo però che un uomo in evidente difficoltà è morto mentre veniva immobilizzato e affidato all’intervento di polizia e sanitari. Questo dato interroga tutti: le procedure operative, la formazione nella gestione delle crisi, il coordinamento tra forze dell’ordine e soccorritori, la tutela della dignità e dell’incolumità delle persone trattenute.
Mentre il corteo avanzava, dai balconi comparivano volti, famiglie e bambini. Il Pilastro non appariva come la periferia degradata e minacciosa evocata da molta propaganda, ma come un quartiere abitato, attraversato da reti associative, relazioni quotidiane e forme profonde di appartenenza. Un luogo complesso, certo, nel quale le fragilità sociali convivono con una forte capacità di organizzazione comunitaria. La marcia è diventata così un atto di autorappresentazione. Una parte della città ha preso la parola senza intermediari, dichiarando: noi siamo qui, questa è anche casa nostra, la nostra dignità non può dipendere dal passaporto, dal colore della pelle o dal lavoro che svolgiamo.
Tra i manifestanti erano numerosi i giovani che il discorso pubblico liquida spesso con la parola “maranza”. Un’etichetta che confonde estetiche, linguaggi musicali, disagio sociale e comportamenti individuali, trasformando un’intera generazione in una caricatura. Ma quelle culture giovanili, come accadde con l’hip hop nelle comunità afroamericane, sono anche forme di espressione e di riscatto: il tentativo di costruire un’identità quando quella dominante continua a negarti piena cittadinanza. Il Pilastro, per qualche ora, è sembrato il set di un film di Spike Lee: lingue, musiche, colori, generazioni e provenienze diverse raccolte nello stesso spazio. Ma non era cinema. Era l’Italia reale, quella che già vive nei quartieri, lavora nelle imprese, frequenta le scuole e manda avanti i servizi.
Riconoscerla significa uscire dalla tossicità delle strumentalizzazioni politiche, dalla contrapposizione automatica tra sostenitori e nemici della polizia, dalla ricerca immediata di colpevoli o di assoluzioni preventive. Le responsabilità individuali spettano alla magistratura. Alla società e alla politica spetta invece il compito di interrogarsi sulle condizioni nelle quali simili tragedie possono accadere e sulle disuguaglianze che le rendono ancora più laceranti. La manifestazione del Pilastro non ha offerto risposte definitive. Ha posto, però, una domanda che non può più essere rimossa: quale idea di cittadinanza vogliamo costruire? Una cittadinanza fondata soltanto sui documenti, sull’origine e sull’obbedienza silenziosa, oppure una comunità capace di riconoscere chi la abita, la sostiene e ogni giorno contribuisce a trasformarla?
Nel nome di Fakir, Bologna ha chiesto verità e giustizia. Ma ha chiesto anche qualcosa di più: che nessuna persona sia privata della propria umanità, neppure nei momenti di maggiore fragilità; che le istituzioni esercitino la loro autorità senza smarrire la pietà; che le periferie siano ascoltate prima che la sofferenza diventi rabbia. È forse questa la lezione più importante arrivata dal Pilastro: la civiltà di una città si misura dal modo in cui protegge la dignità di chi ha meno voce, soprattutto quando quella voce si spezza e riesce soltanto a chiedere aiuto.
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