Nel cuore del padre. Conversazione con Riccardo Scamarcio

Interprete e produttore di I figli della scimmia, esordio di Tommaso Landucci, premiato a Venezia, l’attore racconta come è arrivato a vincere a Venezia con questo film. E perchè è per lui così importante

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Nel film di Tommaso Landucci, I figli della scimmia, per il quale Riccardo Scamarcio, a Venezia, ha vinto il premio come miglior attore della sezione Orizzonti, l’attore è un padre che si prende cura e ama suo figlio che ha una disabilità grave. Ma, in qualche modo, va in crisi, per la presenza del nipote, un adolescente, che decide di iniziare al motocross: sono entrambi membri di una famiglia che vive una unità antica fatta di pranzi e weekend comuni con la famiglia del fratello e il padre anziano che vive fuori città. E’ proprio in questo mondo affettivo che Dario, è il nome del protagonista, fronteggia lo scarto tra il figlio reale e figlio ideale: forse perchè, nonostante l’impegno e la cura non ha realmente accettato, fino in fondo, a differenza della madre, la condizione del figlio. Il film racconta con intima precisione quel tassello che gli manca, il bisogno di passare anche per quel figlio che non avrà mai, mentre descrive cosa accade in una famiglia, che è un microcosmo sensibile come un orologio di precisione, quando i pesi dell’affetto si spostano, provocando qualche sisma, piccolo o grande, nelle relazioni di tutti. Il film, che è in sala dal 17 settembre, prodotto da Scamarcio insieme a Medusa e James ivory, possiede una gradualità di sfumature di sceneggiatura, una adorabile coralità di personaggi, uno sguardo di scabro realismo in cui si insinua un percorso emotivo che conquista lo spettatore per lenta osmosi. E’ un esordio degno di nota. Ne parliamo proprio con Scamarcio, che sta presentando il film in tutta Italia.

Mario Sesti: Quasi 100 film d'attore, 16 prodotti, hai fatto un cammino nel cinema abbastanza unico perché hai iniziato molto giovane. Prima di entrare nel vivo e parlare di un film che ci ha molto colpito viene da chiederti: se guardi indietro, cosa vedi? Che immagine hai visto, di te, in evoluzione continua? Cosa credi di aver davvero capito grazie ad una esperienza del genere?

Non ho capito niente, Mario. Cioè, la tua domanda l'ho capita, però io non credo di aver capito ancora qualche verità assoluta o aver ricevuto degli insegnamenti defintivi. Sono sincero: se ti dicessi di aver capito qualcosa mentirei. Certo ho più esperienza, riesco a gestire meglio situazioni più complesse. Però, la verità è che questo lavoro che facciamo, che faccio, è un lavoro strano. Bellissimo. Però forse la sua peculiarità è proprio quella di continuare a cercare, continuare a cercare il modo di riuscire da qualche parte a cercare di coglierne l'essenza più profonda delle cose. Il mio motore, il mio obiettivo, è quello che mi ha portato a voler diventare un attore, non è stata altro che quella sensazione che io ho provato la prima volta che ho visto The Elephant Man di David Lynch, 8 1/2 di Fellini, i film di Rossellini, e i film di Petri, e i film di Germi, e Kubrick. In fondo, ma perché ci piace? Perché usciamo da questi film con la sensazione di pienezza e anche di piacere nell'aver provato, o nell'aver ritrovato una nostra sensazione così specifica rispetto a qualche dinamica della vita. Io credo che questo sia un mistero e che la ricetta non ce l'abbia nessuno. Per cui, rassegniamoci, continuiamo a cercare e continuiamo a provare: a provare a fare e a cercare di fare delle cose belle.

Caterina Taricano: A proposito di cose belle. Quando il cinema parla disabilità, soprattutto quando si tratta di bambini, il rischio è quello di sprofondare nella pornografia del dolore..

….e di diventare ricattatori

CT: Esatto. La vita di questo padre che si prende cura con tale devozione di un figlio con grave disabilità, in realtà serve al film per raccontare un’ altra storia, quella della vita dei genitori che con quella disabilità hanno a che fare

Il film, sicuramente, è l'educazione sentimentale di un padre. Quanti film abbiamo visto in cui il fulcro, il motore del racconto, sono le difficoltà dei figli, no? In questo film il problema è il padre. Questa è la cosa sorprendente di questo film, il ribaltamento. Il problema è il padre, il quale, però è anche figlio, no? Perché c'è a sua volta un padre e anche un fratello che ha, come succeede sempre durante l’adolescenza, un problema con suo figlio. Questa aspetto, questo intreccio, che è parte integrante della genitorialità è una cosa molto importante. Landucci, il regista, riesce a mettere in scena in questo film, proprio questo aspetto, trova uno sguardo che vale per tutti i padri del mondo. Per questo, a Venezia, ho dedicato il mio premio a loro: è uno sguardo dolce, sensibile e anche indulgente rispetto alle loro défaillance. Mentre lo facevo, sono stato invaso da una grandissima tenerezza. Era come se io stessi guardando, lui, Dario, sapendo chiaramente che non ero io. Era una cosa strana. Era altro da me, lo guardavo. come se al tempo stesso fossi anche spettatore. Ma contemporaneamente avevo a che fare con suo figlio e la sua disabilità, che è qualcosa di molto concreto, e quindi ero proprio lui. Se siete genitori sapete ciò di cui parlo. È un amore che non ti prevede: tu vuoi solo il meglio per lui, per tuo figlio, daresti tutto, tutto quello che hai, ovviamente, per il bene dei tuoi figli. È stata un'emozione forte, molto forte fare questo film.

CT: **Il film racconta anche che qualsiasi padre rimane sempre figlio. C’è una scena divertente in cui il vecchio padre dei due fratelli insiste per controllare il cellulare del nipote di cui non si hanno tracce quando i due fratelli, ovviamente hanno già provato a farlo più volte. E’ una scena che racconta le contraddizioni che vivi ancora in età adulta con un padre. Alla fine, rimani sempre figlio. **

«È certo che l'hanno chiamato, papà, ma che cazzo dici?», gli dico io. Però ci deve provare lo stesso, perchè lui è il padre e loro i figli. Quelle cose lì, nei film, anche drammatici, io le adoro. Per tutto il film, ogni tanto, faccio come delle piccole accelerazioni, dei piccoli cambiamenti di tono che tu non ti aspetti e quindi ridi, perché come diceva Carmelo Bene “la comicità è un freddo improvviso”, cioè, noi ridiamo perché avviene qualcosa che tu non ti aspetti. Per noi attori quello è un meccanismo matematico. Abbiamo tutti piccoli trucchetti del mestiere che all'occorrenza possono essere molto utili.

MS: Continuando il discorso sulla recitazione. Nel film ci ha molto colpiti la drammaturgia perché come spettatore temi sempre che a un certo punto ci sia una soluzione convenzionale e tragica (che so: un incidente con la moto che il tuo personaggio regala al nipote) invece la scrittura e la regia sono sempre molto abili a depistare in maniera sottile queste eventualità, diciamo, abbastanza ovvie. Allo stesso tempo il tuo stile di recitazione sembra adeguarvisi perchè tutto ciò che tu non dici e che non fai, come quel personaggio, sembra avere lo stesso peso, la stessa intensità di ciò che dici

Hai colto un aspetto fondamentale. Da interprete ho un approccio istintivo, non mi faccio troppe domande, non sto lì a fare un'analisi sul film. Io leggo di getto la prima volta il copione e già so dentro di me se quel copione, diciamo, genera in me una curiosità, non solo chiaramente da spettatore, ma soprattutto da interprete. Dopo aver visto il film e averne parlato nelle interviste, mi sono accorto che i dialoghi di questo film sono una punteggiatura delle cose che i personaggi non hanno il coraggio di dirsi. Nel film non succede niente di eclatante. Il momento clou del film è che mio nipote a un certo punto non torna a casa una sera. Fine. Non è certo una svolta, un turning point di un film di Christopher Nolan. Tutto ciò è possible perchè c'è in realtà quella punteggiatura, i dialoghi servono a proprio a fare da puntello a quello che i personaggi non hanno il coraggio di dirsi. Ovvero: sono più importanti le reazioni che le azioni in questo film.

MS: Io credo che non sia solo questo, che è sicuramente lo stile di costruzione dei personaggi. Voglio dire, sarebbe stato molto semplice che il tuo personaggio a un certo punto, invece, dopo essere stato così maltrattato dal fratello, arrivasse ad uno scontro drammatico. Sarebbe stato molto probabile, ad esempio, nella serialità mainstream, che tra i due finesse per scorrere del sangue vero o metaforico. Non ti aspetti da quei due fratelli che hanno un rapporto apparentemente così convenzionale che poi si sappiano parlare.

Quando ho letto il copione del film ho avuto questa impressione assurda: che quel film mi conoscesse. Perché io sono un po' così. Faccio di tutto per far credere agli altri che sono uno stronzo. Quando in realtà sono sempre il primo ad arrivare se qualcuno ha bisogno, sono sempre quello che da qualche parte si fa in quattro, che va a prendere le cose, che se c'è un'emergenza sono il primo ad arrivare, capito?

MS: Tutte cose che uno non indovinerebbe mai dal tuo sguardo da superfico

C'è proprio una discrasia vera, tutto quell'allure da superfico non c'entra un cavolo con me.

MS: Forse per questo Landucci ti ha fatto fare i capelli a spazzola: sembri una recluta.

Sembro una recluta: ho assecondato questa sua richiesta, immediatamente, perché ho pensato che fosse una cosa che potesse da qualche parte generare inconsciamente nello spettatore intanto un patto, innescare un patto di fiducia, nel senso che uno si dice: “questo personaggio non ha alcuna vanità” no? I capelli sono per gli uomini un po', se vogliamo, come un bel vestito per una donna, l'unico strumento vero che abbiamo in confronto a loro. Quindi il fatto che lui se li fosse tagliati a zero è anche un po', diciamo, un piccolo campanello d'allarme del fatto che questa persona deve espiare qualcosa, deve rinunciare a qualcosa. Ecco: è come un sacrificio.

CT: Non abbiamo parlato per niente del tuo coprotagonista. Come hai scelto un interprete che deve recitare una grave disabilità?

Tommaso, il regista, ha fatto un casting, appoggiandosi a delle associazioni di Torino, che assistono le famiglie che hanno questo genere di difficoltà, gravi come quella che ha Andrea, Andrea Aggio, che interpreta mio figlio nel film. Siamo andati a Pianezza, vicino Torino, dove abita. Appena mi ha visto, con la carrozzella - lui muove con il piede destro un joystick che la muove - mi ha raggiunto, mi ha acchiappato la mano e mi ha portato davanti alla televisione. Poi ha fatto cenno al padre: “vai, attacca il film”. Lui aveva visto Svaniti nella notte, un mio film, tipo 18 volte, costringendo anche i genitori, tutti quanti, a guardarlo per 18 volte. “No, no, no”, ha detto al padre che manovrava vicino alla tv “metti quella scena”. Gli ha detto pure la scena che doveva mettere! Tutto ciò ha rotto subito qualsiasi barriera. Io, poi, sono nella vita una persona molto tattile, mi viene natturale cercare il contatto fisico, e non per tutti è così. Questa attitudine per Andrea è fondamentale. Lui cerca il contatto fisico tantissimo perché, non potendo parlare, deve trovare un modo diverso di comunicare, e Andrea ha una voglia matta di comunicare. È una necessità. Purtroppo ha dei limiti meccanici, ma da un punto di vista cognitivo Andrea è una persona straordinaria, intelligentissimo, acuto, sofisticato e ha anche con un suo caratterino. Io gli facevo le imitazioni di Banfi, lo facevo ridere, cioè scherzavo anche durante le scene, ma a volte invece quando dovevamo stare più seri e lui rideva, io mi incazzavo. Non è stato facile, non è stata una passeggiata, anche perché lui ha fatto davvero l'attore in questo film.

CT: Una delle cose più belle del film è proprio questa: hai l'impressione che una persona con quelle disabilità stia provando piacere nel fare il suo personaggio, cioè che stia provando quel godimento che provano gli attori nell'indossare una maschera.

E’ proprio così. Non solo. A volte abbiamo dovuto rifare delle scene perché le scene magari non venivano, perché alcune cose erano difficili per lui. Poi, lui, a un certo punto, capiva che cosa doveva fare, a che punto della scena lo doveva fare, e quindi ha fatto proprio l'attore. Totalmente.

Ultima domanda. Attore e produttore: sono due ruoli che, esercitati entrambi con ambizione, come fai tu, si ritrovano raramente in sovrapposizione nel nostro cinema. Più in quell’americano. Penso a Mel Brooks che ha prodotto Elephant Man, che hai citato prima, o Harvey Keitel che produce Reservoir Dogs di Tarantino. Anche in questo caso, cosa racconteresti a chi ti chiede cosa ha significato fino a questo film?

Il fatto di aver investito in questo film e di aver avuto questo riscontro, ovviamente, è una conferma ad un istinto che è stato generato anche da altre delusioni che ho avuto insieme a grandissimi successi. Il mestiere di un attore, la carriera di un attore è lunga e complicata, è fatta di momenti di grande gioia e anche momenti di tristezza e sconforto, dove magari eventualmente puoi anche perdere il fuoco sacro. Per un momento. Per cui, diciamo, non è un caso che arrivi, sia arrivato questo premio e questo riconoscimento in questo momento, perché venivo anche da un momento un po' di scoramento rispetto ad alcune cose mie personali, rispetto al lavoro e tutto quanto. Per me il cinema è anche e soprattutto un mezzo per avere accesso alla possibilità di vivere una vita il più avventurosa possibile, cercando di conoscere persone, di fare nuovi incontri, di cercare di crescere, di emanciparmi e di crescere io, di arricchirmi come uomo, come persona. Poi, quando vedi arrivare un bambino di 12 anni con una situazione così, di disabilità grave, e nonostante ciò avere quell'energia, quell'apporto, quello slancio vitale pazzesco, rivedi un po' la tua esistenza, cercando anche di comprendere con maggiore consapevolezza ciò che ti manca e ciò che hai.

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