Nel caos delle uscite, tre film (e una serie) che meritano attenzione

ARCHIVIO RINASCITA
Giovedì 26 marzo sono usciti ben sedici (16) film nelle sale. Ha senso? No, nessuno. Significa semplicemente mandare al macello anche i titoli più interessanti sul piano della qualità. Nessuno spettatore medio potrà mai orientarsi di fronte a una tale pioggia di lungometraggi spediti sul grande schermo in una chiave di cine-bulimia. Ad ogni buon conto provo a segnalarne tre.
Parto da “Era” di Vincenzo Marra. Il verbo al passato prende spunto da un verso della canzone napoletana “Era de maggio”, che echeggia sui titoli di coda, in una lunga sequenza che non dispiacerebbe, credo, a Nanni Moretti. Marra, partenopeo, classe 1972, non girava un film per le sale dal 2019, l’ultimo fu “La volta buona”. Qui il calcio non c’entra. Siamo in una Napoli vagamente eduardiana, ai giorni nostri.
L’ottantenne Lina è una vedova borghese dal carattere asprigno e vitale, una “colonnella” che custodisce con cura la propria autonomia. Un anziano dirimpettaio le fa una corte gentile, insistente, quasi commovente; ma lei sembra impermeabile a ogni sentimento, anche perché ha il cuore malridotto e tre figli che la impegnano parecchio: uno sfaccendato che abita ancora con lei, un prete senza più vocazione, una moglie insoddisfatta tradita dal marito.
Figurarsi se mai Lina penserebbe di assumere una domestica, ma la salute peggiora, sicché i figli la costringono a prendere in casa, per prova, una donna dello Sri Lanka che vive da anni a Napoli: Amilà. Saranno scintille tra le due all’inizio, come capita spesso nella vita, ma poi accade qualcosa che modifica lo sguardo e l’atteggiamento dell’intrattabile signora.
“Era” sfodera l’andamento di un film teatrale, un po’ all’antica napoletana, a tratti naïf, fatto di bozzetti e siparietti, spesso molto urlato; e tuttavia, strada facendo, Marra allestisce per i personaggi una dimensione più intimista e bonaria, meno colorita e dialettale, lasciando affiorare un sentimento gentile sul senso della vita, sull’incontro possibile tra mondi lontani.
Dalia Frediani è la temperamentosa Lina, mentre il contesto corale è affidato a una schiera di bravi attori napoletani o “napoletanizzati”: da Giovanni Esposito a Maurizio Casagrande, da Angela De Matteo ad Antonio Gerardi, da Francisca Mahawasala ad Asiri Peiris, solo per citarne alcuni.
Poi ci sarebbe “Mio fratello è un vichingo”, che passò alla Mostra di Venezia 2025, fuori concorso, con il titolo “The Last Viking”. L’ha scritto e diretto Anders Tomas Jensen, collaboratore storico di Susanne Bier e regista in proprio dal 2000 in poi. Il quale teorizza sulle note di regia: «Se tutti sono menomati, nessuno è menomato». L’ultimo vichingo è un danese “picchiatello” e non più giovane, Manfred, cresciuto nel culto delle rune, delle asce e degli elmi con le corna. L’incarna a sorpresa Mads Mikkelsen, di solito impegnato in tutt’altri ruoli drammatici, esibendo lunghi capelli biondi da un lato e un progressivo disagio mentale che si manifesta con gesti sconsiderati: ruba cani alle persone, si butta dalla finestra e si fa del male se non lo chiamano John (crede di essere la reincarnazione di John Lennon), compra sessanta panini per il ritorno dell’amato fratello Anker, rilasciato dopo quindici anni di galera per rapina a mano armata.
Anker, che fu uomo violento e ora si dice pacificato con sé stesso, ha un problema: deve recuperare il ricco bottino che fu sepolto dal fratello Manfred nella vecchia casa di famiglia, in mezzo ai boschi. Ma Manfred sembra aver dimenticato il posto segreto, mentre le cose si complicano terribilmente con l’arrivo di un energumeno torturatore che vuole quei soldi a ogni costo.
Il tono è tutto in questo film torvo e allegro in cui il regista fa compiere ai suoi personaggi, ora buffi ora scombinati, i gesti più bizzarri. Si citano gli Abba, si parla di Ikea, Anker e Manfred girano su una vecchia Panda arancione, il culto dei Beatles sembra animare la rivolta di alcuni “matti da slegare”, fino allo showdown finale con una rivelazione a effetto sulla forza della fratellanza.
Infine “Il Dio dell’Amore”, firmato dal 49enne fiorentino Francesco Lagi, anche co-sceneggiatore insieme a Enrico Audenino. L’idea è di intrecciare i destini di alcuni personaggi di diversa età, in una stessa città, qui Roma, in modo da costruire un discorso agro-dolce fatto di frammenti amorosi. Evocati, in questo caso, niente meno che da Ovidio, sì il poeta latino dell’amore leggero e dell’elegia erotica, chiamato a fare da Narratore.
Incarnato da Francesco Colella, il poeta in questione indossa abiti moderni di lino, vagamente cechoviani, e girando per Roma, tra tramonti e sculture, sospira frasi del tipo: «Il Dio dell’Amore fa dei giri lunghi, a volte incomprensibili, incredibili, ma fa anche cose buone. L’amore ci attraversa tutti in una continua metamorfosi». Scandito dal passaggio delle quattro stagioni, il film racconta i crucci sentimentali di otto anime in pena.
Riassumendo. La psicoterapeuta Vanessa Scalera sta per essere mollata dalla compagna cardiochirurga Anna Bellato che vuole prendersi una pausa; l’autista di bus Enrico Borello piace a tutte ma non sa come comportarsi con le donne, infatti diventa presto ossessivo e molesto, specie con la terapeuta di cui sopra; il prof Vinicio Marchioni prova a salvare in extremis il matrimonio con la giornalista di cronaca nera Isabella Ragonese dopo aver appreso che lei è finalmente incinta, ma noi sappiamo che il vero padre è il percussionista Corrado Fortuna, a sua volta invaghitosi della maestra di scuola elementare Benedetta Cimatti, stanca dell’uomo dell’Atac; poi c’è la studentessa e cameriera Chiara Ferrara, che fu amante del prof e adesso cerca di superare come può quella ferita facendosi rimorchiare da uomini un po’ ambigui.
Due ore sono troppe, qualche sforbiciata avrebbe giovato al film, pure alla colonna sonora firmata dal pianista Stefano Bollani, s’intende gradevole ma spalmata senza pietà su ogni sequenza, anche quando servirebbe solo il “suono” delle voci. Per movimentare la messa in scena il regista adotta sfocature, costruisce fotogrammi sgranati, altera la luce e moltiplica i punti di vista: sono trovate di stile che rivelano una certa cura, ma poco incidono, a mio parere, sul tessuto generale del racconto, all’insegna di una quieta malinconia che ogni tanto si apre alla battuta comica o sarcastica.
Questa rubrichetta si occupa anche di serie televisive. Ma partirei da un attore: si chiama Scott Patterson, ha 67 anni, viene da Filadelfia, e non è una star del cinema, semmai è più noto per alcune serie televisive. Consiglio di vederlo in “Sullivan’s Crossing”, che danno su Netflix: sono tre stagioni, da dieci puntate l’una. A prima vista può sembrare una variazione pallida sul tema di “Virgin River”, e qualcosa in comune c’è; ma debbo ammettere che mi ha preso molto di più.
Siamo nella Nuova Scozia (Canada). Sully Sullivan è un uomo roccioso, malmostoso, psicologicamente scorticato, ex alcolista, dal ventre gonfio e dai capelli radi, pieno di complessi di colpa e di rabbia, ma anche un tipo onesto, capace di assumersi le proprie responsabilità. Tutta la sua vita, da generazioni, ruota attorno a quel camping che non se la sta passando troppo bene sul piano economico: ma lui resiste, non vende agli speculatori, certo vorrebbe che la figlia Maggie, chirurga di grido a Boston, a lui sottratta dalla moglie molti anni prima, tornasse da lui, a vivere al “Sullivan’s Crossing” (lei è l’attrice canadese Morgan Kohan).
Succederà in qualche modo, ma bisogna vedere la serie, piuttosto convenzionale sul piano stilistico ma piena di trovate sul versante drammaturgico, per apprezzare le giravolte del destino, anche la ricchezza del racconto corale.