Nazionalismo cristiano: dalle radici novecentesche al modello trumpista
Dal confronto tra cattolicesimo e marxismo negli anni ’30 alla nuova destra globale: Trump rilancia un’identità politico-religiosa che sfida democrazia liberale e Chiesa di Roma.

ANSA
La questione del nazionalismo cattolico ha attraversato tutto il Novecento. In tutta Europa, negli anni ‘30, il movimento dei cattolici si attesta su posizioni conservatrici, in molti casi il pensiero cristiano sprofonda sui binari dell’autoritarismo, così chi cerca di immaginare un’altra strada a questo modello, guarda sulla sponda del marxismo, che spesso si presenta come filosofia umanistica e come “rivoluzione riuscita”. Il cattolicesimo in tutta Europa è stretto in una tenaglia, tra il fascino verso la filosofia marxista, che porterà molti intellettuali negli anni ‘30 a costruire l’embrione dei primi gruppi di «cattolici comunisti»; e dall’altra parte la radicalizzazione della lotta politica che subiva il fascino del fascismo. Una semplificazione che “obbligava” i cristiani a scelte rozze e senza alternativa. Seppur con premesse ideologiche differenti, sono intellettuali come Maritain, Mounier, e Bernanos a costruire un nuovo pensiero cattolico. Si pone l’esigenza culturale di superare la tenaglia dei blocchi contrapposti.
L’opera di ricostruzione “ideologica” del cattolicesimo arriva anche grazie alla condanna da parte della Chiesa dell’Action Française, che per la prima volta mette un argine a un autoritarismo cattolico. Il progetto di “nuova cristianità” che vede in Maritain uno dei massimi esponenti, incrocia la condanna di Pio XI, che denunzia gli equivoci dell’Action Française, che ingloba e sviluppa le tesi di un «nazionalismo integrale», con una forte curvatura verso l’antisemitismo.
Questa premessa storica, chiarisce alcuni fondamenti ideologici, tra due progetti di “cristianità politica”, che nel corso dei decenni, vede questi movimenti contrapposti, tra il fronte nazionalista e il fronte solidaristico. E qui è importante, riprendere l’enciclica e la politica di Pio XI, Quas Primas, datata 1925. Si tratta di uno scritto dal tenore dogmatico profondo, con cui Pio XI, definisce le linee del rinnovamento dell’impegno cattolico in Italia, e lo fa, proprio a partire da una precisa lettura, in virtù della quale i mali che la società patisce in quei frangenti sono considerati alla stregua dell’effetto dell’aver esiliato il cristianesimo dalla vita civile.
Quas Primas rappresenta una sorta di riproposizione dell’indissolubilità del connubio tra teologia e politica, dove costituisce la misura del “nuovo” progetto ecclesiastico, che si sostanzia nella riconquista della scena politica e del primato morale e politico sulla modernità e sulla società di massa. Questa lunga premessa sul pensiero del cristianesimo, ci può aiutare a comprendere le teorie di Trump, che non sono una ostentata follia ragionata, ma il frutto di radici ideologiche e culturali, che non possono genericamente essere ingabbiate come populismo. C’è qualcosa di più profondo e articolato. La figura carismatica di Donald Trump si è innervata tra il nazionalismo economico e il nazionalismo di natura cristiana, con un moltiplicatore di intellettuali conservatori, che propugnano le idee nazionaliste, antiglobalizzazione, anti- immigrati, e soprattutto con una base ideologica del nazionalismo cristiano, che vuole imporre alla Chiesa di Roma l’esilio dalla dimensione politica e civile, un po' come i totalitarismi avevano ingabbiato la grammatica cristiana durante il Novecento.
Il pensiero trumpista opera per rinsaldare in un’unica dimensione i rancori di ogni cittadino americano, contro ogni modello di liberalità democratica. C’è qualcosa di più profondo, della semplice lettura di un folle, quando ragioniamo del presidente degli Stati Uniti d’America. Stefano Zamagni ci ricorda che «l’architettura ideologica della presente svolta americana affonda le radici nel conservatorismo di Barry Goldwater, basato sulla libertà individuale- intesa quale libertà da ogni coercizione contro lo Stato assistenziale e del pensiero tradizionalista di Russell Kirk, centrato sulla preservazione dell’identità e della eredità culturale americana contro il livellamento globalista, e la conseguente adozione di un modello di sovranità transnazionale focalizzato sulla lealtà personale al leader». L’architrave ideologica del pensiero trumpista, rincorre, anche tutto il Novecento, attraversato dal nazionalismo cristiano, che trova nelle nette posizioni di Papa Pio XI, un argine e un altro modello a quello che diventa il nazionalismo immoderato. Donald Trump, recupera questo nazionalismo immoderato, e sconfina nell’ideologia di costruire un universalismo del nazionalismo cristiano, aprendo le porte all’est europeo, dove fino a qualche giorno fa l’anfitrione di Trump, Viktor Orbán, era il suo massimo esponente in Europa.
Trump da anni si è inserito nello spaesamento della cultura liberale e democratica, offrendo al mondo “guasto”, un altro modello di identificazione culturale. Molti si chiedono, com’è stato possibile tutto ciò. Andrea Riccardi ci ricorda che: «in realtà, fino a non molto tempo fa il nazional- cattolicesimo sembrava seppellito con il franchismo, il salazarismo o il fascismo, un’esperienza conclusa e politicamente più che delegittimata». Siamo di fronte a una scuola di pensiero, a un modello di “nuova cristianità”, a una grammatica politica, che vuole cancellare ogni regola e sancire la fine tra libertà e democrazia. In questa grammatica politica concepita da Trump e dal suo vice Vance, vi è tutta la professione di fede della nostra Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. La sinistra sta sottovalutando, la curvatura verso i programmi identitari, religiosi e politici, di cui la Presidente del Consiglio sì è macchiata. Qui, non si tratta di rapporti personali incrinati, qui si tratta dell’adesione ad una civiltà politica come il nazionalismo cristiano, che comprendeva la destrutturazione dell’Europa, l’asservimento delle Istituzioni statuali al capitalismo ipertecnologico, e soprattutto lo sfaldamento della Chiesa di Roma, nei confronti della nuova Chiesa trumpiana (evangelici conservatori e cristiani integralisti).
Il nodo, che sarà difficile sbrogliare, da parte della Presidente del Consiglio, non è solo politico, è di natura antropologico e culturale. La debolezza della Presidente del Consiglio, sta nel suo fluttuare, nella sua “nientità” culturale, costretta a galleggiare dentro alla pura dimensione organizzativa, senza idealità e senza visione. La sfida che ha lanciato Trump, non è cosa di poco conto. La sinistra nel nostro paese, deve sforzarsi ancora di più di capire il cattolicesimo e comprendere, con maggiore consapevolezza, l’importanza di Papa Leone XIV, tutto proteso nel solco del pontificato di Francesco.