Naza primo al botteghino: le sale piene contro il silenzio su Gaza

Oltre 60mila spettatori in un giorno: il successo del documentario supera il pubblico militante e diventa una presa di posizione al fianco dei palestinesi.

Otello MarilliFlusso Quotidiano
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ANSA

Non era difficile da pronosticare che Naza, il docufilm dei registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor su Gaza, avrebbe scosso le coscienze; la sua proiezione al Festival del cinema di Venezia aveva riscosso grande successo. Tuttavia, sia per le reazioni furiose del governo Netanyahu che per la pressione mediatica che aveva attirato su di sé dopo il Festival, la scelta di proiettare per un tempo limitato (soli tre giorni) il film sembrava rispondere alla logica della “proiezione-evento”: non ci si aspettava che nella sola giornata di lunedì 28 settembre oltre sessantamila persone si recassero al botteghino portando il film in testa al box office con 451.872 euro di incasso. Così le sale e i distributori, che sono necessariamente sensibili al gusto e alla risposta del pubblico, hanno avuto la disponibilità da parte della I Wonder Pictures di mantenerlo in programmazione, se lo riterranno, anche dopo giorno 30 settembre.

Viene da pensare che le accuse di tradimento da parte del ministro della cultura israeliano Miki Zohar a Abraham e Szor e la minaccia neppure tanto velata di ritirare loro la cittadinanza, abbiano portato a una vicinanza ancora maggiore al documentario: difatti la presenza alle proiezioni non riguarda solo un pubblico militante, di cui ci si sarebbe potuta aspettare facilmente l’attenzione; siamo di fronte a numeri che superano in modo importante il circuito dei frequentatori dei cinema d’essai. È un fenomeno, una reazione, che abbiamo già visto nelle manifestazioni di solidarietà con la Global Sumud Flotilla: il genocidio di Gaza ha scosso nel profondo centinaia di migliaia di persone, non solo militanti storici, ma anche giovani che per la prima volta hanno sentito la necessità di scendere in piazza e di prendere posizione. Nell’epoca della comunicazione globale sperare di mantenere sotto traccia, di silenziare, le atrocità è quasi impossibile. Se poi questo tentativo si scontra con una coscienza collettiva l’esito è scontato: maggiore sarà l’accanimento contro chi racconta il genocidio, maggiore sarà la vicinanza, l’empatia e la solidarietà con il popolo palestinese. È il motivo per cui anche un piccolo gesto, come quello di osservare in silenzio nel buio di una sala il racconto delle uccisioni quotidiane di uomini, donne e bambini indifesi, ti porta a pensare che, se la parte giusta della storia è quella che si oppone ai responsabili di tanto orrore, è lì che bisogna stare.

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