Naza e Fauda, due facce dello stesso dolore
Il film premiato a Venezia e la serie sul trauma del 7 ottobre raccontano da prospettive diverse una ferita ancora aperta, oltre ogni contrapposizione propagandistica.

ANSA
Quei 25 minuti di applausi, un record assoluto, con tanto di premio della giuria alla Mostra del Cinema di Venezia, non sono andati giù agli ultras pro-Isra di casa nostra (per non dire delle furibonde esternazioni dei governanti israeliani, a cominciare dal primo ministro Benjamin Netanyahu). Insomma, Naza ha fatto centro. Ha smosso le coscienze, dentro e fuori Israele, mettendo in luce, da ottimo film documentario, le tecniche di annientamento messe in atto a Gaza dall’”esercito più morale al mondo”. C’era da correre ai ripari, inventandosi un derby mediatico: Fauda contro Naza, i due registi del film premiato a Venezia - Yuval Abraham e Rachel Szor, già coautori di No Other Land – versus gli autori della fortunata serie televisiva, Avi Issacharoff e Lior Raz (quest’ultimo anche attore che interpreta il personaggio centrale di Fauda, l’ex agente di Shin Bet Doron Kabilio). L’ultima serie di Fauda, la quinta, racconta le conseguenze personali e collettive del 7 ottobre in Israele. Racconta di uno shock devastante, che radicalizza la percezione dei palestinesi come nemici senza sfumature né umanità. Il nemico assoluto.
Ma esaltare questo aspetto, pur centrale, di Fauda contrapponendolo alla documentata denuncia di Naza è una forzatura strumentale, cattiva propaganda, che non tiene in minimo conto l’elemento unificante: Naza e Fauda sono le due facce di uno stesso dolore, di una ferita che ancora sanguina a quasi tre anni di distanza. Nessuno esce vincitore da questa tragedia, non c’è giustizia, tantomeno vendetta, che possa alleviare la sofferenza di un popolo. C’è però la ricerca di un domani, la speranza di un futuro che non sia più marchiato dal sangue. E c’è la volontà di comprendere perché sia potuto accadere. Di chi sono le responsabilità, oltre a quelle conclamate di Hamas. Per il 7 ottobre, e per quello di terribile accaduto dopo. Una ricerca sofferta, dolorosamente vera. Naza e Fauda testimoniano la pluralità di Israele, della sua cultura, anche cinematografica. Una pluralità che resiste anche all’agire del peggiore governo nella storia dello Stato ebraico.
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