Natalità e integrazione, le sfide chiave di un'Europa che invecchia

Secondo Eurostat, l’Europa perderà 53 milioni di abitanti entro il 2100: meno giovani e più anziani impongono politiche su natalità e integrazione.

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ANSA

Stando alle ultime proiezioni demografiche pubblicate da Eurostat, entro il 2100 la popolazione europea diminuirà dell’11,7%. In poche parole l’Europa entro la fine del secolo perderà circa 53 milioni di cittadini, passando dagli attuali 451,8 milioni a circa 398,8 milioni, con una drastica diminuzione dei giovani e un conseguente aumento dell’età media della popolazione dagli attuali 44 anni a circa 50 anni. Un problema già attuale in Italia che, secondo Eurostat, è il Paese "più vecchio” del continente con quasi il 25% della popolazione al di sopra dei 65 anni ed un’età media di 49 anni.

Il che vuol dire che il Vecchio Continente si ritroverà con un aumento di persone in età pensionabile e una diminuzione di cittadini in età lavorativa. Dinanzi a questo campanello d’allarme la classe politica europea può e deve farsi sentire attraverso una duplice prospettiva politica e culturale. In primo luogo occorre una grande riforma che punti all’aumento della natalità, con sostegni pubblici alle famiglie per ogni nuovo figlio affinché il concetto di natalità non rappresenti più una “minaccia” economica per un genitore. In seconda istanza basterebbe attuare un grande piano di integrazione per le seconde e terze generazioni affinché gli stranieri di oggi diventino i cittadini europei di domani, pienamente inseriti nel tessuto sociale, culturale, e lavorativo del Vecchio Continente attraverso un processo valorizzarli piuttosto che vederli come un problema da gestire e risolvere. Saprà l’Europa far fronte a quest’emergenza alle porte?