Narrare l'intelligenza artificiale tra governance, sovranità e mercato globale

Favole digitali, agenti narrativi e piattaforme globali: perché la competizione sull’IA è anche una battaglia per l’egemonia culturale.

Emanuele RicciApprofondimenti
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ANSA

Fable, Claude e Mythos: tre nomi che sembrano usciti da un canone letterario, ma che oggi indicano altrettanti tentativi di dare una forma narrativa all'intelligenza artificiale. In un ecosistema dominato da modelli sempre più potenti e opachi, l'idea di raccontare l'Intelligenza Artificiale attraverso favole, miti e personaggi ricorrenti non è un semplice esercizio di stile: è una scelta politica e culturale.

L'emergere di sistemi come Claude, con le sue estensioni narrative in stile Fable, o gli esperimenti di "Mythos" applicati ai modelli linguistici, segnala una nuova fase nell'evoluzione dell'IA generativa. Non ci si limita più a produrre testi o codice: si costruiscono mondi simbolici, universi coerenti in cui agenti artificiali assumono ruoli, valori, tratti caratteriali. È una tendenza che richiama tanto la tradizione del romanzo quanto le sperimentazioni del teatro politico: mettere in scena l'algoritmo per rendere visibile ciò che altrimenti resterebbe nascosto.

Questa svolta narrativa ha almeno tre implicazioni. La prima riguarda il rapporto tra tecnica e immaginario. Per anni, l'IA è stata presentata come un archivio infinito di dati e calcoli, un'infrastruttura neutra su cui innestare applicazioni. La scelta di lavorare con favole e miti rompe questa neutralità apparente: obbliga a riconoscere che ogni modello porta con sé una grammatica di valori, una visione del mondo, un'idea di soggetto. Un personaggio non è solo un'interfaccia amichevole: è una forma di mediazione tra potere algoritmico e vita quotidiana.

La seconda implicazione riguarda la formazione politica e culturale. Se l'IA viene consegnata alle nuove generazioni attraverso personaggi digitali, storie interattive e cicli narrativi, la linea di confine tra educazione, intrattenimento e propaganda diventa sempre più sottile. Il rischio è evidente: un ecosistema in cui i miti sono progettati da poche piattaforme, con obiettivi commerciali o geopolitici, può trasformare la favola in strumento di soft power permanente. In questa chiave, Fable e Mythos non sono solo esperimenti letterari: sono anche dispositivi di influenza.

La terza implicazione riguarda il lavoro e la soggettività. L'introduzione di agenti narrativi nei processi produttivi – dall'assistenza clienti alla formazione aziendale – rischia di spostare l'attenzione dal contenuto delle decisioni alla "persona" che le interpreta. Si chiede ai lavoratori di dialogare con personaggi sintetici, di affidare a loro parte della cura relazionale con utenti e colleghi, di adattare linguaggi e tempi a una macchina che si presenta come compagno, mentore, consulente.

Per il contesto italiano, questa traiettoria apre tanto rischi quanto opportunità. Da un lato, l'industria culturale e editoriale potrebbe utilizzare Fable e Claude per sperimentare nuove forme di racconto politico e civile, dando voce a soggetti e memorie spesso marginalizzati. Dall'altro, senza una governance pubblica dell'immaginario digitale, esiste il pericolo che queste narrazioni vengano colonizzate da modelli importati, con un'ulteriore erosione della capacità collettiva di produrre linguaggi autonomi.

AI Act e InvestAI

In questo scenario, l’Europa può restare rilevante nella competizione digitale globale solo se trasforma il proprio primato regolatorio in capacità industriale, diplomatica e culturale. L’AI Act europeo introduce, dall’agosto 2024, un quadro di regole che non riguarda solo la sicurezza tecnica o la conformità aziendale, ma anche il modo in cui vengono progettati e distribuiti i mondi narrativi alimentati dall'IA. La scelta di classificare i sistemi generativi per livelli di rischio, di imporre obblighi di trasparenza ai modelli general purpose e di lavorare a codici di condotta specifici per i settori culturali incide direttamente sulle piattaforme che producono favole, personaggi e ambienti interattivi, aprendo uno spazio di conflitto tra standard industriali e diritti culturali europei.

Parallelamente, l'iniziativa InvestAI, lanciata a febbraio 2025 dall'Unione Europea con l'obiettivo dichiarato di mobilitare fino a 200 miliardi di euro per infrastrutture e modelli avanzati, indica che la partita dell'immaginario non è neutra rispetto alle scelte di politica industriale. Gigafabbriche di AI, data center sovrani e programmi come GenAI4EU non determinano solo dove verranno addestrati i grandi modelli, ma anche quali lingue, quali tradizioni narrative e quali mercati culturali verranno considerati prioritari, con il rischio di riprodurre squilibri centro-periferia anche nello spazio simbolico europeo.

La sovranità tecnologica non riguarda solo infrastrutture e dati: riguarda anche chi controlla le storie, i simboli e le forme dell'immaginario che circolano nel mercato globale. In questo senso, l'identità narrativa diventa una leva competitiva e politica, perché definisce come un sistema, un'impresa o un Paese vengono percepiti, ricordati e desiderati dagli altri. Nel mercato globale la tecnologia tende a uniformare gli standard, ma le narrazioni restano decisive per differenziarsi e costruire fiducia.

Le imprese e gli attori pubblici europei stanno infatti legando sempre più la scelta delle soluzioni digitali a sicurezza, provenienza e sovranità, segno che la tecnologia è ormai percepita anche come questione di identità strategica. La dimensione narrativa conta perché un modello, una piattaforma o un ecosistema non vendono solo performance: vendono anche una visione del mondo. L'identità narrativa è il modo in cui un soggetto si racconta e viene raccontato dentro relazioni di potere globali, tecnologiche e culturali.

Nuove identità

Nel caso europeo, questa identità può diventare un fattore di autonomia se si traduce in modelli, regole e contenuti capaci di riflettere pluralismo, diritti e differenze linguistiche. Senza questa dimensione, la sovranità tecnologica rischia di restare una formula tecnica, mentre il mercato globale continua a imporre i propri miti, le proprie interfacce e i propri linguaggi. Per questo, parlare di sovranità tecnologica oggi significa anche parlare di egemonia culturale.

Il soft power europeo nella competizione digitale globale è soprattutto una risorsa di legittimità, non solo di influenza: l'UE compete meno sull'ipertrofia delle piattaforme e più sulla capacità di offrire un modello credibile di regole, diritti, cultura e cooperazione internazionale. In questo senso, il digitale diventa un terreno in cui la reputazione istituzionale, la tutela dei dati e la qualità del quadro regolatorio contano quanto la potenza di calcolo. Il soft power europeo funziona quando trasforma valori politici in standard globali: trasparenza, protezione dei diritti, affidabilità dei mercati e governo responsabile dell'IA.

La forza dell'Europa sta nel presentarsi come spazio capace di rendere la tecnologia più compatibile con democrazia e pluralismo, invece di trattarla solo come acceleratore di scala industriale. Questa posizione è utile soprattutto nei settori dove fiducia, interoperabilità e consenso sociale sono decisivi. Nella competizione digitale globale, il soft power europeo è una leva per evitare che il confronto con Stati Uniti e Cina si riduca a una gara puramente infrastrutturale.

Modello soft power di Bruxelles

Non a caso, l'UE prova a intervenire attraverso regolamenti, strategie di investimento e sovranità tecnologica, che rafforzano autonomia e credibilità. In pratica, il messaggio europeo è che la potenza digitale non si misura solo in modelli, chip o data center, ma anche nella capacità di ispirare fiducia e fissare norme accettate oltre i propri confini.

Il punto più interessante è che il soft power europeo resta fortemente culturale: diplomazia pubblica, patrimonio simbolico, pluralismo linguistico e industria creativa sono ancora ingredienti della sua attrattività globale. L'Europa ha un approccio prescrittivo e orientato ai diritti, basato su rischio, etica e tutela dei cittadini; mira cioè a garantire fin da subito tutele, accettando un potenziale rallentamento dell'innovazione in nome della sicurezza. Al contrario, ad esempio, gli USA seguono un modello settoriale e auto-regolatorio, flessibile, con normative specifiche solo in settori sensibili e una forte fiducia nell'autoregolazione e nel mercato per non ostacolare competitività del settore tecnologico.

Il "Modello di Bruxelles" funziona, a questo punto, quando la standardizzazione diventa un'arma strategica: l'UE prova a fissare regole, metriche e requisiti tecnici che, una volta adottati per entrare nel mercato europeo, finiscono spesso per orientare anche altri mercati. In questa logica, si inseriscono normative come GDPR, AI Act, DSA (Digital Services Act - sulla sicurezza online e moderazione dei contenuti) e DMA (Digital Markets Act - gatekeeper delle grandi aziende tecnologiche nonché di una maggiore concorrenza e lealtà nel mercato digitale). Tali normative non risultano essere solo vincoli, ma strumenti di influenza regolatoria che trasformano la conformità in potere normativo globale. La posta in gioco è alta perché chi definisce lo standard spesso definisce anche il campo di gioco.

Autonomia digitale e diplomazia algoritmica

Le sfide all'autonomia digitale europea arrivano da due lati: da un lato le Big Tech americane, che dominano cloud, piattaforme e modelli; dall'altro la Cina, che spinge la propria visione di infrastrutture e governance tecnologica. Il problema europeo non è solo tecnologico, ma anche industriale e politico: dipendenza dal cloud extra-UE, scarsità di GPU avanzate, frammentazione normativa e fuga di talenti indeboliscono la capacità di costruire un ecosistema pienamente sovrano. Per questo la sovranità digitale resta incompleta se non si accompagna a investimenti, capacità industriale e scala.

La diplomazia algoritmica è il tentativo di portare la governance dell'IA sul terreno multilaterale, collegando sicurezza, trasparenza, responsabilità e interoperabilità. In questo spazio, l'Europa prova a proporre una leadership fondata su IA antropocentrica e regole affidabili, mentre altri attori cercano di imporre modelli più centralizzati o più orientati al controllo. Il punto strategico è che la diplomazia del futuro non riguarda solo trattati o scambi commerciali, ma anche chi scrive gli standard algoritmici che governano mercati, informazioni e decisioni.

Impatti duali sul mercato

Il DMA e il DSA concorrono tuttavia ad un impatto duplice sulla competitività delle startup europee. Da un lato, rimodellano la concorrenza limitando i comportamenti anticoncorrenziali delle grandi piattaforme, abbassando le barriere di accesso e offrendo alle startup e PMI opportunità di "nuovo entrante" in mercati più equilibrati. Il DSA, con un quadro normativo unico per l'UE, riduce la frammentazione e semplifica l'espansione cross-border, mentre le regole proporzionate per le piccole imprese alleggeriscono gli obblighi.

Dall'altro, la complessità normativa, gli oneri di compliance e la frammentazione del mercato unico possono comunque frenare la crescita, spingere le startup a fare scale-up negli USA e a cercare finanziamenti da Venture Capital statunitensi. Per alcune startup, la regolazione diventa un ostacolo competitivo se non si accompagna a strumenti di sostegno, open source strategico e accesso al capitale nonché alle infrastrutture - in maniera agevolata e sovrana.

L'Europa dipende infatti pesantemente dagli hyperscaler americani per servizi cloud, sistemi operativi, piattaforme digitali e modelli di IA avanzati. Questa dipendenza genera lock-in, aumenta costi nel lungo periodo e riduce il potere negoziale dell'UE su commercio e sicurezza.

Cloud sovrano e norme sullo sviluppo

La strategia europea punta a rafforzare un ecosistema di cloud e infrastrutture IA sotto controllo europeo, sostenendo l’open source come asset strategico, promuovendo alleanze industriali e utilizzando regolazione e appalti pubblici per diffondere standard aperti. In questo quadro, le infrastrutture cloud sono fondamentali per garantire sicurezza, interoperabilità e qualità dei servizi digitali della PA e dei territori, riducendo la dipendenza da fornitori extra-UE. Per questo i consorzi pubblico-privati hanno un ruolo centrale nella costruzione di un cloud europeo sovrano. Questa architettura è però già sotto pressione: la Commissione europea ha assegnato un appalto da 180 milioni di euro per servizi cloud sovrani alle istituzioni dell’Unione, con contratti della durata di sei anni. I vincitori sono quattro gruppi europei guidati da Post Telecom, StackIT, Scaleway e Proximus; nel caso di Post Telecom figurano anche CleverCloud e OVHcloud, mentre Proximus lavora con S3NS, Clarence e Mistral. Nessuna impresa italiana figura tra i vincitori, e questo segnala che l’Italia resta ancora ai margini della corsa al cloud sovrano europeo. Le soluzioni di "cloud sovrano" offerte dagli hyperscaler attenuano solo parzialmente il problema, perché il controllo giuridico resta spesso extraeuropeo. Il caso OVHCloud ha reso evidente che la localizzazione geografica dei dati non coincide più con la sovranità giuridica.

Ciò nonostante le aziende selezionate siano state valutate in base all’allineamento con il Cloud Sovereignty Framework della Commissione europea, che definisce la sovranità attraverso otto criteri: profili strategici, giuridici, operativi e ambientali, insieme a trasparenza della catena di approvvigionamento, apertura tecnologica, sicurezza e conformità al diritto dell’Unione. Il principio chiave è che soggetti extra-UE possano esercitare solo un controllo limitato sulle tecnologie impiegate e sui servizi offerti. In questa direzione si inserisce anche il futuro pacchetto sulla sovranità tecnologica, che comprenderà la legge sullo sviluppo del cloud e dell’IA (CADA), pensata per armonizzare il significato di sovranità nei servizi cloud e IA nel mercato unico, rafforzare le opportunità di appalto pubblico e favorire l’ingresso di una platea più ampia di fornitori.

Conclusione

Senza questa conversione del primato regolatorio in capacità industriale, diplomatica e culturale, il Modello di Bruxelles rischia di restare una grammatica normativista; con essa, può diventare una forma di potere geopolitico capace di incidere sugli equilibri tra Big Tech, Cina e architettura globale dell'IA.

La sfida non è farsi sedurre dall'ennesimo lessico tecnologico, ma usare questi strumenti per tornare a porre le domande fondamentali: chi decide le storie che circolano negli spazi digitali? Quali soggetti vengono rappresentati, quali restano muti, quali vengono caricaturizzati? In che modo i nuovi miti algoritmici riscrivono il rapporto tra lavoro, cittadinanza e memoria storica?

Una possibile risposta passa per la costruzione di un contro-mythos europeo e italiano, capace di intrecciare critica dell'IA, difesa dei diritti sociali e valorizzazione delle culture subalterne. Questo significa lavorare con l'IA, non contro l'IA: usare strumenti come Claude per generare narrazioni che non si limitino a replicare l'immaginario dominante, ma sperimentino nuove alleanze tra sapere tecnico, esperienze di movimento e tradizioni popolari. In questo senso, Fable e Mythos possono diventare non solo brand o prodotti, ma campi di battaglia simbolici in cui si gioca una parte decisiva della futura egemonia culturale.

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