Najmeh Amini, il silenzio dei «liberatori»
La studentessa iraniana condannata a morte per un post chiede aiuto. Trump e Netanyahu, che promettevano libertà con le bombe, restano in silenzio.

ANSA
Trump sarà stato impegnato a stringere nuovi accordi con lo zar del Cremlino. Netanyahu, tra un insulto e l’altro scagliato contro la neo Premio Nobel per la pace Navi Pillay, sta pensando in quale altra guerra imbarcare Israele nei giorni che precedono il voto del 27 ottobre. Certo è che per i due artefici della guerra all’Iran, la notizia che una giovane studentessa ventitreenne iraniana, Najmeh Amini, è stata condannata a morte per blasfemia a causa di un post sui social media.
Una fonte vicina alla famiglia di Amini ha detto all’organizzazione “Human Rights Activists in Iran” (Hrai), con sede negli Stati Uniti, che alla giovane è stata comminata la pena capitale per il reato di “sab ol-nabi” (insulto al profeta). La ragazza sarebbe stata arrestata in seguito a un’attività di monitoraggio online da parte della polizia informatica iraniana (Fata). Il contenuto esatto dei suoi post non è stato reso pubblico. In una registrazione audio diffusa il mese scorso e attribuita ad Amini, la giovane ha invocato un intervento internazionale, esortando l’Onu, gli avvocati e le organizzazioni per i diritti umani a indagare sul suo caso. «Non voglio passare per un’eroina oggi. Voglio solo una cosa: siate la mia voce», è stato l’appello di Amini.
«Condannare a morte una giovane donna per ciò che ha pubblicato sui social media è un gravissimo passo in avanti nella normalizzazione dell’uso della pena capitale contro forme di espressione pacifica e di estendere ulteriormente i confini di tale pena», denuncia Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore di “Iran Human Rights” (Ihrngo), organizzazione con sede a Oslo.
Su Truth, la social media platform personale di Trump, dove il capo della Casa Bianca esterna quotidianamente a raffica, non c’è traccia di una presa di posizione a favore di Najmeh Amini. E silente è anche il primo ministro israeliano che pure aveva giustificato le bombe sull’Iran come sostegno alla lotta di liberazione dell’eroico popolo iraniano contro il sanguinario regime teocratico-militare. Quelle bombe hanno rafforzato il regime e i boia di Stato. Secondo Ihrngo, quest’anno sono già state eseguite oltre 600 condanne a morte. Ma di Iran si parla per Hormuz, per le ricadute della “guerra degli Stretti” sulle nostre bollette energetiche. I diritti umani sistematicamente calpestati dal regime canagliesco e quelle 600 persone impiccate non esistono nei pensieri dei “grandi della Terra”. Anch’esse sono “naza”, effetti collaterali di una sporca guerra.
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