Moviemov, il cinema italiano quando diventa relazione

Dalle sale piene di Bangkok al dialogo con Roma, il Moviemov si conferma non solo festival ma piattaforma culturale: un ponte tra generazioni, istituzioni e visioni capace di far parlare il cinema italiano a un pubblico globale

Federico LobuonoBattaglia delle IdeeCINEMACULTURA
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ARCHIVIO MOVIEMOV 2026

C’è un momento, durante un festival di cinema all’estero, in cui si capisce se si è davanti a una semplice rassegna o a qualcosa di più. Non accade necessariamente sul palco, né durante le foto ufficiali, né nei saluti istituzionali. Accade spesso in sala, al buio, quando il film comincia e ci si accorge che il pubblico non è lì per dovere, per curiosità distratta o per omaggio formale. È lì perché vuole esserci.

A Bangkok, durante la XV edizione del Moviemov Italian Film Festival, questa sensazione è stata molto netta. Per me era il terzo anno di partecipazione al festival, come membro della delegazione italiana, e forse proprio per questo ho potuto cogliere meglio la crescita di un percorso. Non un episodio isolato, non una bella iniziativa destinata a consumarsi in pochi giorni, ma un lavoro che anno dopo anno sedimenta relazioni, attenzione, aspettative.

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Le sale piene, la presenza numerosa degli studenti, la partecipazione dei giovani della Chulalongkorn University e del distretto centrale di Pathum Wan hanno dato a questa edizione un carattere particolare. Non c’era soltanto il pubblico degli appassionati o degli addetti ai lavori. C’era una generazione curiosa, attenta, pronta a misurarsi con il cinema italiano contemporaneo non come con un oggetto esotico, lontano, ma come con un linguaggio vivo, capace di parlare anche a chi viene da un’altra storia, da un’altra città, da un’altra idea di Europa.

È forse questo il merito più grande di Moviemov, il festival ideato e fondato da Goffredo Bettini: avere intuito che il cinema italiano, se portato nel mondo con intelligenza, non è soltanto promozione culturale. È relazione. È diplomazia popolare. È un modo per costruire ponti senza retorica, attraverso le storie, i volti, i conflitti, le fragilità e la bellezza del nostro Paese.

Bangkok, da questo punto di vista, è un luogo speciale. È una metropoli che cambia continuamente, attraversata da contrasti fortissimi, da modernità e tradizione, da spiritualità e velocità urbana. In una città così, il cinema italiano arriva non come cartolina, ma come possibilità di dialogo. Racconta l’Italia nelle sue trasformazioni, nelle sue inquietudini, nelle sue ironie, nella sua capacità di restare umana anche quando affronta temi complessi.

La scelta di aprire il festival il 21 aprile ha aggiunto un elemento simbolico molto forte. Roma e Bangkok, città nate in epoche e contesti lontanissimi, condividono infatti lo stesso giorno di fondazione. Il Natale di Roma e la fondazione di Bangkok sono diventati così non una coincidenza da cerimoniale, ma il punto di partenza di un racconto comune. Due capitali, due memorie urbane, due modi diversi di stare nella storia, riuniti per qualche giorno attorno al cinema.

A rendere ancora più evidente questo legame è stata anche la serata romana al The Space Cinema Moderno, pensata come ideale chiusura “a specchio” del percorso aperto a Bangkok: un ritorno simbolico nella Capitale, con la proiezione di Bangkok 24/7: Italian Eyes – Italian Cinema Now e de La grazia di Paolo Sorrentino, a conferma di un dialogo che non si esaurisce nella trasferta, ma torna a Roma arricchito da nuove relazioni.

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In questo quadro si inserisce anche il cortometraggio Bangkok 24/7: Italian Eyes – Italian Cinema Now, ideato da Ekachai Uekrongtham: uno sguardo italiano sulla capitale thailandese, ma senza la pretesa di spiegarla dall’esterno. Piuttosto, un diario visivo, fatto di incontri, frammenti, luci, passaggi, impressioni. Un modo per dire che la cultura funziona davvero quando non pretende di occupare uno spazio, ma prova ad attraversarlo con rispetto.

La presenza delle istituzioni ha rafforzato questo senso di continuità. In particolare, va ricordato il ruolo dell’Ambasciata italiana e dell’ambasciatore Paolo Dionisi, la cui partecipazione ha confermato quanto la cultura possa essere parte integrante delle relazioni internazionali. Accanto a questo, è significativo il sostegno della SIAE, guidata da Salvatore Nastasi, che rappresenta un presidio essenziale per la tutela degli autori e per la promozione della creatività italiana nel mondo. Non un ornamento, non una parentesi gentile rispetto alla politica e all’economia, ma una delle forme più concrete attraverso cui un Paese si presenta, si racconta e costruisce fiducia.

Il programma del festival ha offerto una fotografia ampia del cinema italiano contemporaneo: da La grazia di Paolo Sorrentino a Le città di pianura di Francesca Sossai, da Domani interrogo di Umberto Carteni a Due cuori e due capanne di Massimiliano Bruno, fino a Le cose non dette di Gabriele Muccino. Film diversi, per tono, linguaggio e ambizione, ma uniti dalla volontà di mostrare un’Italia non immobile, non ridotta ai suoi stereotipi, non chiusa nella nostalgia.

Il premio del pubblico assegnato a Primavera, opera prima di Damiano Michieletto, è in questo senso un segnale importante. Il riconoscimento non arriva da una giuria chiusa in una stanza, ma dagli spettatori. E quando il pubblico di Bangkok sceglie un film italiano, lo fa dopo averlo guardato con occhi propri, dentro un contesto culturale diverso dal nostro. È lì che si misura davvero la forza di un’opera: nella sua capacità di uscire dal perimetro nazionale e trovare risonanza altrove. Per chi partecipa a Moviemov, la cosa più interessante non è soltanto vedere i film italiani proiettati in Thailandia. È osservare cosa accade intorno ai film. Gli studenti che restano, le domande, le conversazioni dopo le proiezioni, gli incontri tra artisti, diplomatici, operatori culturali, professionisti dell’industria creativa. È in questi spazi intermedi che un festival diventa piattaforma. Non più solo evento, ma infrastruttura culturale.

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In tempi in cui spesso si parla di cultura in modo astratto, o la si riduce a intrattenimento, Moviemov ricorda invece una cosa semplice: la cultura è una politica pubblica, anche quando passa da una sala cinematografica. Produce conoscenza, apre mercati, crea amicizie, avvicina mondi, rende più riconoscibile un Paese. E per l’Italia, che possiede una tradizione cinematografica straordinaria ma deve continuamente rinnovare la propria capacità di presenza internazionale, iniziative come questa sono preziose.

La XV edizione di Bangkok ha mostrato che il cinema italiano ha ancora molto da dire fuori dai propri confini. Ma ha mostrato anche che serve un lavoro paziente, continuativo, fatto di relazioni costruite nel tempo. Il successo di un festival non si misura soltanto dagli applausi finali o dai premi assegnati. Si misura dalla qualità del pubblico che riesce a formare, dalla fiducia che genera, dalla voglia di tornare che lascia dietro di sé.

Dopo tre anni di partecipazione, questa è forse l’impressione più forte che porto via da Bangkok: Moviemov non porta semplicemente film italiani nel Sud-Est asiatico. Porta un’idea dell’Italia. Un’Italia capace di ascoltare, di incontrare, di riconoscere negli altri non un pubblico da conquistare, ma interlocutori con cui costruire qualcosa.

E in un mondo che spesso sembra accorciare le distanze solo in apparenza, mentre le incomprensioni crescono, un festival che riesce a creare questo tipo di ponte ha un valore politico e culturale che va ben oltre il calendario delle proiezioni. Moviemov, anno dopo anno, continua a dimostrare che il cinema può ancora essere una lingua comune. E che, quando trova il pubblico giusto, quella lingua sa parlare molto lontano.

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