“Mostrare l’invisibile”, l’Italia delle identità e delle emozioni. Intervista a Gianrico Carofiglio

Diego ProtaniInterviste
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ANSA

L’Italia raccontata da uno dei romanzieri più in vista degli ultimi decenni. Di Gianrico Carofiglio si conoscono molti aspetti e ormai si conosce il suo percorso da scrittore. Ma questa volta sorprende tutti: accantona momentaneamente Fenoglio e Guerrieri e si mostra al lettore come un documentarista del periodo del neorealismo, raccontando undici città della nostra nazione.

Viaggio in Italia, edito dal Touring Club Italiano, è un saggio inaspettato e sbalorditivo che prende per mano il lettore, accompagnandolo tra storie, luoghi e viaggi interiori alla volta di un nuovo Gran Tour.

D. Un libro diverso da quelli finora che lei ha pubblicato. Come nasce questa scelta?

R. Nasce da un desiderio che avevo da tempo: provare a guardare l’Italia senza l’urgenza della trama e senza la protezione della finzione narrativa. Nei romanzi le città sono spesso sfondo o atmosfera; qui invece diventano protagoniste. Volevo capire cosa resta delle città quando si prova a guardarle con attenzione, senza fretta e senza nostalgia. Il libro è nato così, quasi come un esercizio di sguardo. Camminare, osservare, parlare con le persone, lasciarsi sorprendere da dettagli che spesso sfuggono quando si viaggia con uno scopo preciso. In fondo è una forma di racconto, ma un racconto che procede per incontri, deviazioni, piccole rivelazioni. Non è una guida e non è nemmeno un reportage classico. È piuttosto un tentativo di ascoltare le città e di restituire quello che dicono quando smettiamo di pretendere che confermino le nostre idee su di loro.

“Il vero viaggio non è vedere posti nuovi ma vedere con occhi diversi”, diceva Proust. È questo il segreto di questo saggio?

Direi che è una buona chiave di lettura. Le città italiane sono tra le più raccontate al mondo e questo crea un paradosso: pensiamo di conoscerle già prima ancora di arrivarci. I nostri occhi sono pieni di immagini preconfezionate, di stereotipi, di cartoline mentali. Il viaggio, allora, diventa soprattutto un lavoro di disapprendimento. Bisogna liberarsi un po’ da quello che crediamo di sapere e provare a guardare di nuovo. A volte basta spostare l’attenzione di pochi metri: non la piazza famosa ma la strada laterale, non il monumento ma la storia di chi ci vive accanto. Quando succede, capita qualcosa di interessante: le città smettono di essere scenografie e tornano a essere luoghi vivi, pieni di contraddizioni, fragilità e possibilità.

Partiamo dalla Capitale, Roma. Perché ha scelto di illustrarla tramite i film?

Perché Roma è probabilmente la città più cinematografica del mondo. Non solo perché è stata raccontata da grandi registi, ma perché sembra fatta apposta per essere guardata attraverso una macchina da presa. Il cinema ha colto qualcosa di profondo di Roma: la sua natura stratificata, il suo oscillare continuo tra grandezza e disincanto, tra sacro e quotidiano. Pensiamo a Rossellini, a Fellini, a Sorrentino: ognuno ha mostrato una Roma diversa e tutte, in qualche modo, sono vere. Usare i film come guida è stato un modo per attraversare la città seguendo uno sguardo artistico, come se il viaggio avvenisse anche dentro le immagini che negli anni hanno contribuito a costruire il mito e, allo stesso tempo, a smontarlo.

Milano è una città notturna?

Milano non è una città notturna nel senso mediterraneo del termine. Non ha la teatralità della notte di Napoli o di Roma, dove la vita collettiva si riversa nelle piazze fino a tardi e la socialità sembra non spegnersi mai. Milano è diversa: è una città che cambia ritmo più che volto. Durante il giorno domina l’energia produttiva, quasi una tensione permanente verso il lavoro, gli affari, i progetti. La sera questa tensione si allenta e appare un’altra Milano, più raccolta, a tratti più europea nel senso nordico del termine. Quartieri come Brera o i Navigli, ma anche zone meno celebrate, mostrano una vitalità fatta di incontri, conversazioni, piccoli rituali urbani. Accanto a questa dimensione più interessante, però, esiste anche un lato più problematico della notte milanese. In alcune aree la movida si è trasformata in una specie di consumo compulsivo dello spazio urbano: rumore, affollamento, una socialità un po’ standardizzata che tende ad assomigliare a quella di molte altre metropoli globali. È uno dei paradossi di Milano: una città che ha costruito la propria identità sulla qualità e sull’innovazione, ma che talvolta, di notte, rischia di uniformarsi a modelli abbastanza prevedibili. Anche questo, però, fa parte della sua natura dinamica e contraddittoria, ed è forse proprio questa tensione tra eleganza e disordine che la rende interessante.

Mi ha sorpreso come ha descritto Cagliari. E l’elogio a Gigi Riva. Oltre ai meriti sportivi, la sua importanza è stata antropologica.

Cagliari è una città che sorprende chi arriva senza pregiudizi. Non ha l’immediatezza monumentale di altre città italiane, ma possiede una stratificazione culturale e storica straordinaria: fenici, romani, pisani, aragonesi, piemontesi. Ogni passaggio ha lasciato tracce che ancora oggi convivono nello spazio urbano. C’è poi il rapporto con il mare, che a Cagliari non è semplicemente un paesaggio ma una presenza continua, quasi un elemento dell’identità della città. Camminando nel quartiere di Castello o guardando il Golfo degli Angeli si ha spesso la sensazione di trovarsi in un luogo sospeso tra Europa e Mediterraneo più profondo. In questo contesto la figura di Gigi Riva assume un valore che va molto oltre lo sport. Riva è diventato una sorta di mito civile. La sua scelta di restare a Cagliari quando avrebbe potuto andare ovunque ha avuto un significato simbolico fortissimo. Per molti sardi ha rappresentato l’idea che un luogo periferico, spesso guardato con condiscendenza dal resto del paese, potesse invece essere il centro di una storia straordinaria. Non solo una vittoria calcistica, ma un momento di orgoglio collettivo.

Visitare Napoli Sotterranea è un’esperienza meravigliosa. A chi la consiglierebbe?

La consiglierei a chiunque voglia capire davvero Napoli. Perché Napoli è una città che non si esaurisce in superficie. Sotto le strade, sotto i palazzi, esiste un’altra città fatta di gallerie, cisterne, rifugi, luoghi scavati nei secoli. Scendere lì sotto è come attraversare il tempo. Si capisce quanto la storia di Napoli sia stata complessa e spesso drammatica, ma anche quanto straordinaria sia stata la capacità dei suoi abitanti di adattarsi, di reinventare gli spazi, di trasformare la necessità in ingegno. È un’esperienza che cambia lo sguardo sulla città quando si torna in superficie.

Bari è la sua città. Nonostante qualche criticità, nel libro si avverte un immenso amore.

Bari è probabilmente la città italiana che negli ultimi decenni ha conosciuto le trasformazioni più profonde. Chi l’ha vista negli anni Ottanta o Novanta e torna oggi fatica a riconoscerla. Per molto tempo è stata percepita come una città di frontiera: vitalissima ma anche segnata da problemi seri, dalla criminalità, da un rapporto difficile con il proprio spazio urbano. Negli ultimi vent’anni, invece, è avvenuto qualcosa di importante. Il lungomare, il recupero di Bari vecchia, la restituzione di molti spazi pubblici ai cittadini hanno cambiato il modo in cui la città vive se stessa. Non è stata una trasformazione soltanto urbanistica. È cambiata anche la percezione che i baresi hanno della propria città. Naturalmente restano contraddizioni e problemi, come in tutte le città vive. Ma Bari oggi è un luogo molto diverso da quello di qualche decennio fa: più aperto, più consapevole delle proprie risorse culturali, più capace di guardare al Mediterraneo come a una possibilità e non come a un confine. E forse proprio questo rende il legame con la città ancora più forte: vedere una città crescere e cambiare mentre, in qualche modo, cresce e cambia anche la tua vita.

Viaggio in Italia fa pensare a Piovene, Goethe, Rossellini e, perché no, anche a Maupassant. Cosa ha preso da questi lavori del passato?

Più che prendere qualcosa, ho cercato di dialogare con quella tradizione. Il viaggio in Italia è un genere antico e prestigioso, e sarebbe ingenuo pensare di poterne prescindere. Di Goethe non mi sento di dire altro se non che è stato uno dei geni dell’umanità, uno degli ultimi ad aver attraversato in modo formidabile tanti campi diversi del sapere. Detto questo, forse da Piovene ho preso l’attenzione alle differenze profonde tra le città italiane; dal cinema di Rossellini quella forma di realismo che prova a cogliere la verità dei luoghi senza abbellirla. Ma ogni viaggio è inevitabilmente figlio del suo tempo. Il mio è un viaggio nell’Italia di oggi, con le sue fragilità e le sue energie nascoste. E forse il senso del libro sta proprio lì: provare a raccontare un paese complesso senza semplificarlo. Soprattutto: cercando di mostrare l’invisibile.