Morire di lavoro al Colosseo
Andrea Moretti, operaio rocciatore 22enne, è precipitato mentre installava il nuovo impianto di illuminazione. La sua morte chiede prevenzione e controlli, oltre il cordoglio.

ANSA
Andrea Moretti veniva da Tottea di Crognaleto, in provincia di Teramo, e aveva trasformato la sua passione per la montagna e le scalate in un mestiere, diventando operaio rocciatore specializzato nei lavori in quota. Ieri notte è morto precipitando per circa dieci metri mentre lavorava all’installazione del nuovo impianto di illuminazione del Colosseo. Andrea è morto in uno dei luoghi più visibili del mondo, facendo uno di quei lavori che quasi sempre restano invisibili. Aveva 22 anni.
È un altro operaicidio, l’ennesimo. Nei primi sette mesi del 2026 sono state 422 le denunce di infortunio mortale in occasione di lavoro; nelle costruzioni le denunce mortali sono aumentate da 67 a 76 rispetto allo stesso periodo del 2025. Sulle responsabilità di questa morte indagherà la magistratura. Sulla dimensione del fenomeno, invece, non c’è più nulla da ignorare: parlano i numeri e i fatti. Ogni volta cambiano il luogo, il mestiere, la dinamica; ciò che non cambia è la regolarità con cui si continua a morire lavorando. Oggi Andrea Moretti ha un nome, un volto, una storia, ma domani rischia di diventare l’ennesima riga in una statistica. A questo non possiamo e non vogliamo rassegnarci. È qui che deve urgentemente intervenire la politica: con misure strutturali su prevenzione, controlli, formazione e organizzazione del lavoro; misure concrete da concordare con le organizzazioni sindacali, misure capaci di incidere davvero nella vita degli operai, a differenza della fallimentare patente a crediti nei cantieri introdotta dal governo. Perché una strage quotidiana non può continuare ad avere come risposta solo il cordoglio quotidiano.
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