Modena, paura e sicurezza, il dovere dei progressisti

Da Modena al disagio sociale, la sicurezza non può essere solo repressione: servono Stato, welfare, formazione e legalità per proteggere davvero i più fragili.

RIVRINASCITA_20260517162630445_a1b6831954c7b9cb54afa381a47cb710.jpg

ANSA

Modena ha riportato la sicurezza nel suo luogo più vero, la vita ordinaria delle persone. Una strada, dei passanti, il corpo vulnerabile dei cittadini nello spazio pubblico, la paura che entra nella normalità. Prima di ogni lettura politica vengono le vittime, i feriti, le famiglie. È da lì che bisogna partire, non dagli slogan. Ogni volta che la cronaca inquieta, la politica viene messa alla prova. Può ascoltare la paura e trasformarla in responsabilità pubblica, oppure usarla come materia infiammabile. Modena ci pone di fronte a questo bivio. C’è chi cerca subito un nemico da offrire all’opinione pubblica. C’è chi diluisce tutto nel disagio, quasi che spiegare equivalga a proteggere. Il primo usa la paura. Il secondo la rimuove. In entrambi i casi i più esposti restano soli. Sicurezza non è parola neutra. È politica. Può diventare propaganda, vendetta, superstizione penale. Ma può essere, senza scandalo, un tema di sinistra.

È il diritto dei deboli a non avere paura, un sentimento da accogliere, capire, governare. Debole è chi rientra tardi dal lavoro in una strada buia, il commerciante strozzato dall’usura, la ragazza inseguita da un branco, l’anziano truffato, il ragazzo che senza futuro scambia la vita per una dose. Se la sinistra abdica su questo terreno, consegna il dolore sociale a chi lo traduce in rancore. Allora la legge perde misura, la pena si fa discarica sociale, il carcere diventa risposta povera a domande che la politica non ha saputo o voluto affrontare. Nasce così il securitarismo che promette salvezza immediata con il sacrificio della libertà altrui. Cresce il panpenalismo, l’idea che ogni ferita sociale possa essere curata dal codice penale. È l’ipertrofia normativa che moltiplica divieti e reati, ma rischia di indebolire il diritto proprio mentre pretende di rafforzarlo. Summum ius, summa iniuria, affermava Cicerone. Quando la norma diventa eccesso, la giustizia può rovesciarsi nel suo contrario, specie in assenza della certezza della pena. La sicurezza pubblica non è l’ossessione di mettere ordine. È l’infrastruttura costituzionale della libertà, la condizione materiale per esercitare i diritti. Senza sicurezza i diritti restano poesia, bella ma inservibile. Il punto è politico, prima che tecnico. Lo Stato democratico non è forte quando alza la voce, ma quando non ha bisogno di urlare. È forte quando si fa riconoscere come giusto. La lezione gramsciana è attuale. L’ordine non si regge solo sulla coercizione, ma su un consenso che nasce dalla credibilità.

E la credibilità si misura nella concretezza. Un lampione che funziona, una pattuglia che ascolta, un servizio sociale aperto, un carcere che non sia discarica. Parlare di sicurezza dei deboli significa parlare di città, lavoro, welfare, scuola, salute mentale, integrazione, presenza pubblica. La repressione può contenere un reato, ma non una società che si sfalda. Quando la società si sfalda, la polizia resta presidio necessario, ma viene caricata del compito impossibile di risolvere ciò che la politica ha lasciato marcire. La sinistra non può essere strabica e non vedere il processo silenzioso di militarizzazione della sicurezza democratica.

È una torsione insidiosa, perché fa assumere allo Stato la postura permanente dell’emergenza. La tradizione repubblicana assegna invece alla pubblica sicurezza un profilo civile. Prefetto e Questore sono Autorità civili di pubblica sicurezza, presidio democratico che tiene insieme legalità, libertà, proporzione, tutela e governo del conflitto. Dove il conflitto sociale esiste, la Repubblica non deve negarlo né trattarlo come patologia. Deve leggerlo, contenerlo, renderlo compatibile con l’ordine costituzionale. Questa è la differenza tra forza legittima e logica autoritaria. Il Paese ha bisogno di culture politiche adulte, socialdemocratiche e liberali capaci di governare paura, conflitto, diritti e doveri, senza cedere alla propaganda. Per questo è ineludibile investire in nuovi modelli formativi dei poliziotti. In una società attraversata da fragilità e incertezze, nuove povertà, migrazioni, tecnologie invasive, linguaggi digitali e paura per le guerre e gli orrori di questa fase, non basta chiedere agli operatori di esserci. Bisogna metterli nelle condizioni di comprendere.

La formazione non è un lusso amministrativo, ma un dovere civile per l’esercizio democratico delle funzioni di polizia. Serve a distinguere il disagio dalla minaccia, il conflitto dal reato, la fragilità dal pericolo, la protesta dalla violenza. Un operatore formato è più libero, più autorevole, più tutelato e va meglio retribuito. C’è poi la periferia digitale, dove truffe online, dati rubati e rabbia organizzata dagli algoritmi colpiscono i deboli. Non basta proteggere i server, bisogna proteggere le persone nella piazza invisibile in cui si formano opinioni e odio. La domanda non è più polizia o meno polizia. La domanda è quale Stato vogliamo per governare le insidie delle nuove paure. Uno Stato che arriva solo per punire, o uno Stato che resta per prevenire e reprimere quando necessario. La sinistra e il campo largo non possono più permettersi di guardare alla sicurezza con sospetto. Non è un tema da convegno. È un dovere civile e politico. Significa proteggere chi vive strade buie, vite fragili, salari inadeguati e giustizia incerta e lenta. Significa contrastare l’immigrazione clandestina colpendo le reti criminali dei mercanti di morte che sfruttano i disperati. Se la sinistra non assume questa responsabilità, altri occuperanno quel vuoto, talvolta con cultura di governo, più spesso trasformando la paura in propaganda e i deboli in carne da voto.

Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa

Abbonati