Modena, la tragedia che smonta la propaganda sull’immigrazione

Il 31enne accusato di strage era seguito dai servizi psichiatrici. Ma parte della destra trasforma il dramma in uno scontro etnico e politico.

Enrico RossiFlusso Quotidiano
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ANSA

La tragedia avvenuta ieri in via Emilia Centro, a Modena, impone una riflessione che va oltre la propaganda politica e le reazioni emotive delle prime ore. Un uomo di 31 anni, Salim El Koudri, cittadino italiano nato e cresciuto nel nostro Paese, ha travolto i passanti a folle velocità ferendo otto persone, una delle quali ha subito l’amputazione delle gambe. Dopo l’impatto ha accoltellato un uomo, prima di essere fermato dai cittadini presenti. Oggi è accusato di strage.

Le indagini, almeno finora, non hanno evidenziato alcun legame con ambienti estremisti o con forme di radicalizzazione religiosa o politica. Il giovane, laureato in Economia e incensurato, era però seguito dai servizi psichiatrici dal 2022 per gravi disturbi schizoidi. Tutto lascia pensare a un violento scompenso mentale improvviso, non a un atto terroristico pianificato. Eppure una parte della politica e della stampa di destra ha immediatamente scelto un’altra chiave narrativa: quella dell’immigrazione e della sicurezza. I titoli hanno insistito sulle origini magrebine della famiglia dell’aggressore, mentre la Lega ha parlato di “integrazione che spesso fallisce”, invocando nuove strette sui permessi di soggiorno e maggiori espulsioni. Una lettura che appare forzata rispetto ai fatti emersi. El Koudri è italiano, cresciuto in Italia, inserito in un percorso di studio e senza precedenti penali. La vicenda richiama piuttosto un tema universale e trasversale: quello della salute mentale e della gestione dei disturbi psichiatrici gravi.

Non solo. Tra le persone che hanno avuto il coraggio di fermarlo, rischiando la propria vita per evitare conseguenze ancora peggiori, ci sono anche due ragazzi di origine egiziana. Un dettaglio che smonta la contrapposizione ideologica tra “noi” e “loro” e ricorda come il senso civico non dipenda dall’etnia o dal cognome, ma dalle azioni concrete. La vera domanda, allora, riguarda la capacità dello Stato di prevenire tragedie simili. I servizi territoriali di salute mentale dispongono davvero di risorse, personale e strumenti adeguati? I percorsi terapeutici vengono seguiti con continuità? È qui che si misura la sicurezza di una comunità, molto più che nella costruzione di steccati identitari. Di fronte a quanto accaduto a Modena, servirebbero meno strumentalizzazioni e più responsabilità istituzionale: vicinanza alle vittime, sostegno alle famiglie e investimenti seri nella salute mentale pubblica.

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