Milano assediata dai datacenter: la nuova frontiera dell’imperialismo digitale

La Lombardia diventa hub europeo del cloud e dell’AI, ma consumo di suolo, energia, dati e monete private aprono una questione decisiva di sovranità democratica.

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ANSA

La Mecca dei datacenter

Nell’area metropolitana milanese sono, a oggi, attivi 33 datacenter pari al 68% della potenza installata a livello nazionale. Secondo il Politecnico di Milano, la città registra i tassi di crescita più forti in Europa e può raggiungere entro il 2028 mercati storici come Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, Dublino. Il vantaggio competitivo è anche economico. Costruire a Milano costa circa l’11% meno della media europea e il 19% meno di Londra.

Si tratta di una dinamica continentale. Gli hyperscaler americani che installano datacenter (Microsoft, AWS, Google e Meta) poggiano le loro infrastrutture su suolo europeo, consumano energia e risorse e accrescono il loro potere economico, al punto che si parla di rischio di “imperialismo digitale” per l’Europa. Il caso più estremo è quello irlandese: i datacenter hanno assorbito nel 2024 il 22% dell’intera domanda elettrica nazionale, superando i consumi di tutte le abitazioni urbane messe insieme, con un rincaro medio di 360 euro l’anno sulle bollette delle famiglie.

A livello geopolitico, l’asimmetria è netta. Washington possiede capitale, hyperscaler, reti elettriche integrate e capacità industriale, mentre l’Europa rischia la dipendenza tecnologica di pagarne il prezzo sociale e ambientale.

I datacenter sono infrastrutture energivore, che impattano sul fabbisogno civile e industriale del territorio che li ospita. Saturano la rete a svantaggio degli impianti rinnovabili. In Lombardia il conflitto è già esplicito. Nel 2025 le installazioni fotovoltaiche sono crollate del 30% in un anno. Un singolo datacenter di grandi dimensioni può consumare tanta acqua quanto una città di 70mila abitanti.

Il fenomeno ha già impatti assoluti sul territorio. Si consideri il polo datacenter in lavorazione a Pregnana Milanese, a pochi chilometri da Milano, 7mila abitanti circa. Operatori di datacenter hanno manifestato interesse per aree ex industriali, una con superficie di 185mila mq. Per un comune di appena 507 ettari totali, un solo insediamento di datacenter da 18,5 ettari rappresenta un’estensione insostenibile. Pregnana si inserisce in un cluster ormai continuo che corre lungo l’asse a ovest/nord-ovest di Milano. Lo stesso schema insediativo delle grandi concentrazioni europee, dove i datacenter non sono nati come strutture isolate, ma come cluster densi attorno a un nodo di connettività e disponibilità di terreno industriale dismesso a basso costo. Milano e il suo hinterland nord-ovest stanno replicando questo pattern, diventando uno dei nuovi “corridoi datacenter” europei.

Sovranità, sicurezza, controllo: l’imperialismo digitale

Superiore al rischio ambientale è quello relativo a sicurezza e sovranità dei dati. Anche con datacenter fisicamente in UE, una società madre statunitense resta soggetta al Cloud Act, legge USA del 2018 che consente alle autorità americane di acquisire dati dagli operatori di servizi cloud a prescindere dal luogo in cui sono situati i server. E’ stato sancito il principio per cui “la giurisdizione segue la proprietà, non il server”. È un urgente e inderogabile problema di sicurezza nazionale e continentale.

I datacenter sono uno dei due bracci della tenaglia con cui il tecnocapitalismo colonizza le società, attaccando anzitutto l’Europa. Non ci si può limitare a vedere metà del problema, lo scenario è unico. La sovranità e la sicurezza sui dati dipende dalle aziende installatrici di datacenter, ma anche da chi ne governa la diplomazia e controlla i software. Prendiamo il fondatore di PayPal e Palantir, già socio di Elon Musk, ovvero Peter Thiel. A oggi Thiel non esercita il ruolo di proprietario o investitore in datacenter fisici in Europa. Agisce piuttosto secondo una direttrice complementare. Palantir ha contratti pubblici molto sensibili in Europa. Nel Regno Unito ha ricevuto senza gara un contratto da 240 milioni di sterline col ministero della difesa e uno da 300 milioni con il sistema sanitario. Il punto non è la proprietà fisica del datacenter, Palantir non costruisce campus propri. Ma è un’azienda USA finanziata da In-Q-Tel, la divisione di venture capital della CIA. Non a caso, la Francia ha deciso di abbandonare Palantir nell’àmbito di una strategia di sovranità tecnologica, mentre il controspionaggio tedesco BfV ha scelto ChapsVision al posto di Palantir e la Bundeswehr sta costruendo un cloud sicuro senza accesso da parte di aziende straniere. L’assedio di Thiel all’Europa non passa per la proprietà di datacenter fisici, si muove piuttosto attraverso il controllo dei dati con contratti software-as-a-service. Un canale persino più insidioso, perché non richiede consumo di suolo, energia o acqua visibili sul territorio, ma propone lo stesso rischio per i dati europei sensibili, gestiti da un’azienda soggetta al Cloud Act USA, a prescindere da dove risiedano materialmente i server.

Nel quadro che si delinea, ci sono poi le criptovalute e le AI. Prendiamo il caso di Northern Data, il più grande minatore di criptovalute in Europa. Per estrarre Bitcoin, vengono creati datacenter appositi. Northern Data ha sede in Germania ed è capace di minare oltre 20 milioni di euro al mese in criptovaluta. Qui emerge un punto interessante. L’azionista principale di Northern Data è infatti Tether, gruppo che gestisce la stablecoin USDT e che da tempo ha avviato investimenti importanti nel settore AI. Quando Northern Data ha valutato di cedere la sua unità di mining Bitcoin per concentrarsi sull’AI, lo ha fatto avendo Tether come primo azionista. Significa che la società emittente della principale stablecoin al mondo controlla, attraverso una partecipazione azionaria, un’infrastruttura datacenter europea che sta convertendosi da elaborazione di criptovalute a intelligenza artificiale. La vicenda è esplosa anche sul piano legale. Le autorità europee hanno condotto perquisizioni in Germania e Svezia su datacenter Northern Data, sospettando che finanziamenti pubblici per l’AI fossero in realtà usati per le criptomonete. Le indagini, coordinate dall’European Public Prosecutor’s Office, hanno portato a sequestri, arresti e interrogatori per potenziali reati di frode fiscale e distrazione di fondi pubblici. A proposito di situazione italiana e di datacenter nel Milanese: la società che controlla Northern Data è Tether fondata e gestita da Giancarlo Devasini e Paolo Ardoino, rispettivamente al primo e quarto posto nella classifica dei più ricchi d’Italia. Tether ha fatto rumore con l’annuncio di un possibile take over sulla Juventus di John Elkann, nel cui capitale è entrata. Nel frattempo tramite la divisione Theter Entertainment Limited ha già investito su Milano nella media company Be Water che controlla Chora Media e Will.

Mentre Milano cresce sull’asse cloud e AI, in Svizzera si è sviluppato un modello complementare, legato a Bitcoin e stablecoin. Sempre Tether, con il governo municipale di Lugano, ha destinato circa 5,6 milioni di dollari per la seconda fase del "Plan ₿", progetto lanciato nel marzo 2022 per costruire un ecosistema in cui cittadini e imprese possano usare Bitcoin, USDT e il token municipale LVGA per i servizi cittadini. A differenza dei datacenter orientati all’AI, gli investimenti Tether sulla enclave elvetica riguardano soprattutto infrastrutture di mining e blockchain, individuando come una delle sedi Lugano, città che si è convinta di rendere Bitcoin valuta legale. Sia nel caso di Milano sia di Lugano, il tema di fondo è identico. Chi controlla l’infrastruttura digitale fisica, come i datacenter, controlla anche parte della sovranità economica e dei dati del territorio che la ospita. Milano si sta affermando come hub europeo dell’infrastruttura cloud/AI con capitali in larga parte USA. Il modello di “sovranità digitale” basato su Bitcoin e stablecoin sembrerebbe incombervi.

La necessità di una vera teoria progressista

Il “frammento sulle macchine" di Marx nei Grundrisse descrive un capitale che accumula scienza nel macchinario, il “general intellect”, che senza volerlo crea le condizioni materiali per il proprio superamento, cioè meno lavoro necessario e più tempo libero. Tuttavia quella stessa macchina, all’interno del rapporto sociale capitalistico, viene usata contro l’operaio invece che a suo favore. Oggi la situazione muta radicalmente. L’intelligenza artificiale non automatizza processi produttivi noti, come faceva il telaio meccanico, ma valorizza una massa di lavoro cognitivo già prodotto (testi, immagini, codice), senza remunerare chi lo ha creato. Chi controlla addestramento e infrastruttura di calcolo, cioè i datacenter, detiene quindi una rendita strutturale e non un vantaggio temporaneo. La domanda sulla proprietà dei mezzi di produzione si sposta sui dati e sul calcolo. Va considerata anche la questione della moneta. Le cripto e le stablecoin non sono finanza speculativa da moralizzare, ma infrastrutture di pagamento private ed extraterritoriali, che si sovrappongono alla sovranità monetaria degli Stati, senza passare per la mediazione democratica. È una forma di signoraggio privatizzato, che il marxismo classico, concentrato sulla moneta come misura del valore nella circolazione delle merci, non poteva prevedere. Territorio ed ecologia inoltre non sono più un effetto collaterale, ma un nodo strutturale. Il consumo di energia, acqua e suolo dei datacenter è parte integrante del problema. Ignorarlo ripeterebbe l’errore produttivista che già una parte della sinistra commise nel Novecento su carbone, nucleare e industria pesante. Serve urgentemente una teoria progressista alternativa a quella tecnofeudale di Thiel. Va data risposta su chi può possedere modelli, dati e strutture di calcolo, ponendo la questione in termini di controllo pubblico o cooperativo. E su come si governano le infrastrutture di base, a partire proprio dai datacenter e dalla moneta digitale. Si rischia altrimenti il più inquietante imperialismo della storia recente.

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