Migrazioni e Mediterraneo: l'agenda che manca all'Italia

ANSA
Una frontiera rimasta per trentuno anni quasi invisibile è tornata, in pochi giorni, a essere una linea di attrito politico. Dal 1° agosto l'Italia ha reintrodotto controlli temporanei sui collegamenti con la Spagna, dopo l'arrivo a Ceuta di decine di migliaia di persone provenienti dal Marocco, in gran parte rientrate oltre confine nel giro di poche ore. L'8 agosto Madrid ha risposto con misure speculari.
L'episodio è circoscritto, ma la questione che apre non lo è affatto. Se una crisi concentrata in un solo punto del continente può produrre in pochi giorni una frizione fra due Stati membri e rimettere in discussione la libera circolazione, uno dei pilastri dell'integrazione europea è più fragile di quanto si sia disposti ad ammettere. Conta più un'altra domanda che la contabilità delle responsabilità reciproche: che cosa resta della libera circolazione, se basta una crisi locale a rimetterla in discussione?
Ceuta è territorio spagnolo ed europeo, ma gode di uno status particolare: la normativa Schengen vi si applica con disposizioni specifiche per i collegamenti con la Spagna peninsulare e con il resto dell'area. Arrivare a Ceuta non equivale, dunque, ad acquisire il diritto alla libera circolazione nell'intera Unione. In questo quadro, la rapidità della risposta italiana merita una riflessione più che una difesa d'ufficio: il governo ha rivendicato il diritto alla sicurezza nazionale, definendo temporanei i controlli; Madrid ne ha chiesto la revoca e ha reagito in modo speculare. Il diritto europeo consente, in circostanze eccezionali, di reintrodurre controlli alle frontiere interne: è la velocità con cui vi si è fatto ricorso, però, a confermare quanto il problema sia strutturale.
La vicenda si è complicata nelle settimane successive, con la ripresa dei trasferimenti verso l'Italia dei cosiddetti "dublinati" da parte di Germania, Svizzera, Austria, Finlandia, Svezia e Paesi Bassi. Francia e Spagna hanno scelto di non procedere. Le opposizioni vi hanno letto l'esito paradossale di una politica costruita sulla fermezza ai confini, e colgono un punto reale: un governo che pone il controllo delle frontiere al centro della propria narrazione si è trovato a fare i conti, sullo stesso terreno, con regole europee alla cui definizione aveva concorso. Il punto, però, è capire che cosa debba fare l'Italia perché episodi come questo smettano di riprodursi con la regolarità di una crisi annunciata.
Dietro le sigle e i tecnicismi – Schengen, Dublino, il Patto sulla migrazione – ci sono uomini e donne in fuga da condizioni drammatiche, sui quali ricade il prezzo dell'incapacità degli Stati di trovare un'intesa. Chi attraversa una frontiera dispone raramente di risorse o potere contrattuale: porta con sé la speranza di una vita dignitosa, non il prezzo delle tensioni fra governi. Riconoscere questa responsabilità non significa rinunciare a governare il fenomeno, ma comprenderne la vera natura.
Il Mediterraneo, prima ancora di essere un confine, è tornato a essere quello che era stato per secoli: la linea di faglia fra due aree del pianeta profondamente diseguali, l'una relativamente ordinata, seppur in traiettoria discendente, l'altra attraversata da instabilità politica, conflitti latenti e pressione demografica. L'Italia si trova esattamente su quella linea, e con essa l'intero fianco Sud dell'Europa. È un dato strutturale, non un'emergenza stagionale, alimentato da demografia, clima, disuguaglianze e instabilità politica molto prima che una persona raggiunga le coste europee. Secondo la Banca Mondiale, in assenza di interventi sul clima e sullo sviluppo, entro il 2050 l'Africa subsahariana potrebbe contare 86 milioni di migranti climatici interni e il Nord Africa 19 milioni; investimenti nello sviluppo resiliente potrebbero ridurre sensibilmente queste cifre.
Su questa frattura si è consolidata, negli anni, un'abitudine tanto comoda quanto miope: considerare il fenomeno migratorio soprattutto come una minaccia da scaricare sul Paese meridionale più esposto, anziché come una dinamica strutturale da governare insieme, e persino come una risorsa demografica ed economica di cui l'Europa avrà sempre più bisogno. Un riflesso che l'Italia, verso i propri vicini mediterranei, farebbe bene a non ereditare.
Rispetto a questo rischio strutturale, la reazione italiana è andata nella direzione sbagliata. Se ogni emergenza produce nuovi controlli fra Stati membri, Schengen rischia di essere svuotato senza che nessuno decida mai di metterlo in discussione: la libera circolazione presuppone che alla rinuncia ai controlli interni corrisponda una crescente condivisione di quelli esterni. Ma il problema, nel caso italiano, precede la sostanza della politica migratoria e riguarda il metodo: aprire un contenzioso con un partner strategico come la Spagna, esposto alle stesse pressioni, è l'esatto opposto di ciò che l'interesse nazionale richiederebbe. Con i Paesi che condividono la stessa esposizione geografica non si aprono controversie immotivate, si costruiscono alleanze. A pagare l'errore non è soltanto la relazione bilaterale con Madrid, ma la credibilità dell'Italia come futura promotrice di qualsiasi iniziativa mediterranea.
Viene allora da chiedersi se la durezza mostrata proprio con la Spagna, e non con altri Paesi ugualmente esposti, risponda soltanto a una valutazione della materia migratoria. Potrebbe invece risentire di un calcolo politico più ampio: quello di un governo più concentrato a rimarcare la distanza da un esecutivo di segno socialista che a coltivare relazioni utili sul piano mediterraneo, quasi che intestarsi una sintonia con Washington contasse, agli occhi di Palazzo Chigi, più della costruzione di alleanze necessarie all'interesse nazionale.
Se questa lettura coglie almeno una parte delle motivazioni della scelta, l'errore sarebbe ancora più grave: significherebbe subordinare la politica mediterranea – e con essa la sicurezza e la stabilità di lungo periodo del Paese – a una collocazione internazionale pensata per altri scopi. È una conseguenza di una concezione miope della sovranità: nell'Europa contemporanea tutelare i propri interessi significa anche esercitare una parte della propria sovranità insieme agli altri, non misurarla nella distanza da chi condivide gli stessi problemi.
È qui che la lezione di Ceuta va rovesciata in proposta. Sta innanzitutto a Roma evitare che la tutela dei propri confini si traduca in un conflitto latente con Spagna, Grecia, Portogallo, Malta, Cipro e con gli altri Paesi mediterranei esposti, con intensità diverse, alle stesse pressioni.
La responsabilità di questa scelta ricade in primo luogo su Roma, per posizione geografica e per peso politico. Non basta invocare la solidarietà altrui: occorre costruirla, promuovendo un'alleanza del Sud Europa che non nasca in funzione difensiva o contro qualcuno, ma che metta al centro la crescita e lo sviluppo dell'area mediterranea, insieme a una più equa distribuzione delle responsabilità sulle migrazioni. Una coalizione di Paesi mediterranei capace di parlare all'Europa con una voce sola.
Da questa coalizione dovrebbe nascere una piattaforma comune e, su questa base, un Piano europeo per il Mediterraneo: una strategia pluriennale capace di tenere insieme sviluppo, adattamento climatico, migrazione, sicurezza delle frontiere, energia e demografia.
Una prima dimensione del Piano dovrebbe riguardare lo sviluppo e l'adattamento climatico, con risorse europee concentrate nelle aree africane e mediterranee più esposte a povertà, instabilità e cambiamento climatico: acqua, agricoltura, energia, infrastrutture, sanità e istruzione non sono soltanto strumenti di cooperazione allo sviluppo, ma investimenti nella stabilità futura del Mediterraneo.
Una seconda dimensione dovrebbe essere una politica europea dell'immigrazione legale. L'Europa invecchia e fatica a reperire lavoratori in interi settori: una politica migratoria credibile non può limitarsi a contenere gli ingressi irregolari, ma deve prevedere canali regolari, quote commisurate ai fabbisogni demografici ed economici, procedure trasparenti e percorsi di integrazione effettivi. L'apertura di vie legali non farebbe scomparire le migrazioni irregolari, ma ridurrebbe lo spazio d'azione delle organizzazioni criminali e restituirebbe agli Stati una maggiore capacità di governo.
La terza dimensione dovrebbe rafforzare la capacità propriamente europea di governare le frontiere e di presidiare il Mediterraneo allargato. Il rafforzamento di Frontex e delle strutture comuni di controllo dovrebbe accompagnarsi a una distribuzione più equilibrata delle responsabilità, a procedure comuni in materia di asilo e a meccanismi effettivi di solidarietà: non è ragionevole che la posizione geografica di alcuni Paesi si traduca in un onere permanente per l'intera Unione.
Questa dimensione non può però essere soltanto difensiva. Il Mediterraneo allargato – dal Canale di Sicilia alla Libia, ormai destrutturata e contesa fra potenze esterne, dal Corno d'Africa al Mar Rosso – è tornato a essere uno spazio conteso, in un momento in cui gli equilibri energetici e le rotte fra Atlantico e Indo-Pacifico passano anche da lì. La sicurezza delle frontiere meridionali dell'Unione non si gioca soltanto nella gestione dei flussi, ma anche nella capacità europea – e italiana in primo luogo – di non lasciare che libertà di manovra e infrastrutture strategiche vengano definite da altri.
Perché il Piano possa avere un peso politico reale, l'Italia dovrebbe assumerne l'iniziativa senza trasformarlo in un asse esclusivo, ma aprendolo fin dall'inizio agli altri Paesi del fianco Sud dell'Unione. Occorre definire una posizione comune, tradurla in una piattaforma politica e portarla al centro dell'agenda europea. La particolare esposizione geografica di questi Paesi potrebbe così trasformarsi da elemento di vulnerabilità in una fonte di iniziativa e di influenza.
È questa l'agenda che oggi manca all'Italia: non una nuova risposta emergenziale, né un ulteriore contenzioso con i partner europei, ma una strategia capace di collegare migrazioni, sviluppo, sicurezza, energia e demografia. La tutela dell'interesse nazionale non passa dalla solitudine, bensì dalla capacità di costruire alleanze e orientare le decisioni comuni.
Nel Mediterraneo, l'Italia non può limitarsi a subire gli eventi o a chiedere agli altri di farsi carico delle conseguenze della sua posizione geografica. Deve contribuire a definire le priorità, mobilitare risorse e proporre una direzione. Solo così il Paese potrà trasformare la propria vulnerabilità in peso politico e il Mediterraneo da periferia esposta a spazio di iniziativa europea.
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