Midterm Usa, guida al voto che può frenare Trump
I democratici puntano a riconquistare il Congresso e a limitare il potere della Casa Bianca. Stati decisivi, orari e scenari di una sfida che riguarda anche l’Europa.

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È il giorno delle elezioni di midterm. Nella giornata di oggi gli americani sono chiamati alle urne per rinnovare i 435 seggi della Camera e 35 dei 100 seggi del Senato. Un passaggio tutt’altro che formale da cui potrebbe emergere un nuovo equilibrio politico e che deciderà con quali rapporti di forza gli Stati Uniti affronteranno gli ultimi due anni della presidenza Trump. Come sempre nella storia americana, le elezioni di midterm assumono anche il valore di un giudizio sull’operato della Casa Bianca a due anni dalla vittoria del tycoon alle presidenziali del 2024.
Carovita e politica estera, in particolare la guerra in Iran e la vicinanza a Israele, saranno così tra le leve principali che muoveranno gli elettori alle urne, con il rischio per Trump di ritrovarsi con un Congresso ostile. In Italia i primi risultati arriveranno nella notte, ma per conoscere l’esito potrebbe essere necessario attendere giorni.
Che cosa si vota e chi può partecipare
Le elezioni di metà mandato rinnovano in parte la composizione del Congresso — Camera e Senato. A essere maggiormente interessata da questa tornata elettorale è la Camera, che verrà rinnovata per intero: gli elettori saranno chiamati a scegliere tutti i 435 nuovi deputati per un mandato di due anni. La maggioranza, obiettivo comune di democratici e repubblicani, resta a 218 seggi. Il sistema elettorale è ormai rodato e prevede un legame diretto con il territorio: l’intero territorio federale è diviso in 435 collegi e ciascuno elegge un proprio rappresentante per la Camera.
Al Senato, invece, il rinnovo è parziale e ogni Stato è chiamato a scegliere due senatori che rimarranno in carica per sei anni. Il rinnovo della camera alta è però scaglionato: non si rinnoveranno oggi tutti i 100 seggi ma solo 35 — 33 per elezioni ordinarie e 2 per suppletive. I senatori così eletti rimarranno in carica per sei anni e nel frattempo si tornerà al voto per rinnovare gli altri seggi.
Per ottenere la maggioranza in un Senato con 100 seggi i democratici dovranno arrivare a 51 senatori. Diversa invece la situazione per i repubblicani, ai quali basterebbero 50 seggi visto che, in caso di pareggio, è determinante il voto del vicepresidente JD Vance, che porterebbe dunque a 51 i voti del partito del presidente.
Per ottenere la maggioranza democratici e repubblicani avranno bisogno di risultati diversi. Dei 35 seggi che si rinnovano, infatti, ben 22 al momento sono nelle mani dei repubblicani mentre 13 dei dem: per mantenere la maggioranza al Senato i primi dovranno vincere in 19 Stati — per il pareggio a 50 seggi — mentre i secondi possono fermarsi a 17.
Il voto è diretto e consente di scegliere partiti diversi per le diverse cariche. Generalmente vince chi ottiene più voti; per le elezioni federali in Maine e Alaska si ordinano i candidati per preferenza, con eventuali trasferimenti dei voti dopo le eliminazioni. Possono partecipare i cittadini americani di almeno 18 anni, rispettando i requisiti statali di residenza e registrazione; il North Dakota non richiede l’iscrizione alle liste. Le restrizioni per chi ha condanne penali cambiano secondo lo Stato. Si vota al seggio, ma anche anticipatamente e per posta: modalità diverse che potrebbero rendere meno chiari da subito i risultati.
La notte elettorale e il caso Louisiana
Per chi seguirà il voto dall’Italia, il primo passaggio importante sarà tra l’una e le due della notte tra martedì e mercoledì. A mezzanotte chiuderanno i primi seggi in Indiana e Kentucky, ma dall’una, con Georgia, South Carolina, Vermont e Virginia, inizieranno ad arrivare indicazioni più significative. All’1.30 toccherà a North Carolina e Ohio: due sfide per il Senato nelle quali i democratici cercano di conquistare seggi repubblicani.
Alle due arriverà la grande ondata di chiusure: Alabama, Connecticut, Delaware, Illinois, Maine, Maryland, Massachusetts, Mississippi, Missouri, New Jersey, Oklahoma, Pennsylvania, Rhode Island e Tennessee. Alla stessa ora inizieranno a chiudere anche i collegi di Kansas, Michigan, North Dakota, South Dakota e Texas che ricadono nel fuso orario centrale. Tra le due e le tre, con i primi risultati di questi Stati, si potrà quindi cercare una prima misura della tenuta repubblicana e della riuscita o meno della rimonta democratica.
Alle tre si aggiungerà l’Iowa, un’altra corsa decisiva per il Senato, mentre New York contribuirà a chiarire gli equilibri della Camera. Per quest’ultima potrebbero pesare anche i risultati della costa occidentale: in California i seggi chiuderanno alle cinque. Per l’Alaska bisognerà invece attendere l’alba, tra le sei e le sette. Tutti gli orari sono italiani: i dati arriveranno progressivamente dopo la chiusura dei seggi.

La notte potrebbe dunque mostrare una direzione senza consegnare subito una maggioranza certa. Le gare più strette potranno richiedere giorni, tra schede ancora da scrutinare e possibili riconteggi. In Alaska gli eventuali trasferimenti delle preferenze sono previsti per il 18 novembre; in Georgia, senza un candidato oltre il 50%, si andrà al ballottaggio il 1º dicembre.
Un’attesa ulteriore potrebbe riguardare la Louisiana. Dopo la sentenza della Corte suprema sui collegi, per la Camera è tornata la “primaria aperta”: oggi tutti i candidati competono insieme, a prescindere dal partito. Chi supera il 50% è eletto; altrimenti i primi due, anche dello stesso partito, si affronteranno il 12 dicembre. Questa procedura riguarda la Camera; per il Senato si svolge il voto generale. Se i due partiti fossero separati da pochissimi seggi, anche questi ballottaggi potrebbero rinviare la certezza sulla maggioranza.
La geografia politica della sfida
Per riconquistare la maggioranza al Senato, i democratici devono trasformare il malcontento verso Trump in vittorie anche fuori dai territori in cui sono tradizionalmente in vantaggio. La North Carolina offre una concreta possibilità di sottrarre un seggio ai repubblicani; Maine e Ohio sono altri due passaggi importanti, nei quali peserà anche la capacità dei candidati di raccogliere consensi oltre il proprio partito. Vincere tutte e tre le sfide porterebbe l’opposizione a quota 50, purché conservi i seggi che già controlla.
Il passo ulteriore, quello che consegnerebbe la maggioranza, richiede di contendere ai repubblicani Stati dal consolidato orientamento conservatore, come Iowa, Kansas, Texas e Alaska. Proprio quella in Texas potrebbe rivelarsi la sfida più appassionante di queste elezioni: il democratico James Talarico, astro nascente del partito, sfida il repubblicano Ken Paxton, e secondo i sondaggi i due sarebbero essenzialmente appaiati. Vincere in Texas sarebbe per i democratici un successo enorme, ben più significativo dei seggi che assegna. È dal 1994, infatti, che lo Stato è saldamente nelle mani dei repubblicani e mai nella storia recente era apparso come contendibile.
Un arretramento dei repubblicani in questi territori darebbe alla rimonta democratica una portata più ampia, mettendo in discussione la solidità del consenso sul quale Trump ha costruito la sua vittoria alle ultime presidenziali nel 2024. La competizione in Stati considerati a lungo difficilmente accessibili all’opposizione è già un segnale delle difficoltà che attraversano il partito del presidente.
Questo tentativo di avanzata deve però accompagnarsi alla difesa dei seggi che attualmente sono in mano ai democratici. Il Michigan è il caso più delicato: il progressista Abdul El-Sayed sfiderà il repubblicano Mike Rogers in quella che sembra l’elezione più in bilico. Una sconfitta obbligherebbe i democratici a conquistare un quinto seggio repubblicano. Qui il voto sarà anche una verifica della loro credibilità sulle questioni economiche e del rapporto con il mondo del lavoro, centrale per le prospettive dell’opposizione anche oltre queste elezioni.

Alla Camera il giudizio sul governo passerà attraverso una mappa più frammentata, fatta di collegi industriali e aree suburbane nei quali bastano spostamenti relativamente piccoli per cambiare maggioranza. Pennsylvania e Michigan saranno territori importanti, ma conteranno anche le sfide locali di California e New York, dove restano seggi repubblicani contendibili. Saranno questi passaggi a mostrare quanto il vantaggio nazionale democratico riesca a tradursi in rappresentanza parlamentare e in una maggioranza capace di contrastare le scelte della Casa Bianca.
Il giudizio su Trump e gli scenari che si aprono
La regola storica delle midterm vuole che il partito del presidente perda seggi, soprattutto alla Camera: tra il 1934 e il 2022 è successo in venti elezioni su ventitré. Franklin Roosevelt nel 1934, Bill Clinton nel 1998 e George W. Bush nel 2002 furono eccezioni, ma la storia americana indica chiaramente una strada diversa. La ragione è semplice: chi governa tende a concentrare su di sé il malcontento, mentre l’opposizione può mobilitare la delusione per le promesse disattese. Questo squilibrio pesa in un voto solitamente meno partecipato delle presidenziali, senza rendere inevitabile il cambio di maggioranza.
Al contrario di quanto accaduto due anni fa, quindi, questa volta il giudizio sulle condizioni materiali degli americani può diventare la base della sconfitta politica di Trump. Le ultime rilevazioni New York Times/Siena, pubblicate ieri, danno i democratici avanti nelle sette sfide decisive per il Senato: in Texas 50% contro 43%, in Kansas 49% contro 44% — la somma non è 100% per la presenza di candidati indipendenti, ndr. Abdul El-Sayed è dato avanti in Michigan mentre nel Maine Troy Jackson è dato al 51% contro il 45% di Susan Collins, repubblicana in Senato da 30 anni e alla caccia del sesto mandato.
Una Camera democratica potrebbe fermare nuove leggi, condizionare la spesa federale e aprire inchieste sull’amministrazione. Conquistare anche il Senato permetterebbe di ostacolare le nomine dei giudici, comprese quelle eventuali alla Corte suprema, con effetti ben oltre questa presidenza. Una conferma repubblicana in entrambe le camere rafforzerebbe invece Trump. Il presidente ha già promesso di diventare «Mr. Veto» se vincessero i democratici; per superare il suo veto servirebbero i due terzi in entrambe le camere.
La posta in gioco riguarda anche l’Europa e la guerra in Ucraina. Il Cremlino segue il voto con attenzione: interrogato sulle conseguenze per il conflitto, il portavoce Dmitry Peskov ha sottolineato che Trump resterà presidente e continuerà a condurre la politica estera. Per l’Ucraina conteranno sia le scelte della Casa Bianca sia il controllo del Congresso sugli stanziamenti.
Secondo Politico, alcuni diplomatici della Nato temono proprio che una sconfitta spinga Trump a cercare maggiore iniziativa all’estero, dove dispone di margini d’azione più ampi. Tra le possibilità evocate c’è il ritiro di altre truppe statunitensi dall’Europa. Il rafforzamento del controllo parlamentare potrebbe così accompagnarsi a nuove tensioni internazionali. Per i democratici, intanto, un’eventuale vittoria aprirebbe la questione di come rispondere al carovita e alla domanda di protezione sociale, già in vista del 2028.
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