Meloni tra Trump e l’Europa: a Parigi è un banco di prova politico
Dalla vicinanza a Donald Trump al riavvicinamento con Emmanuel Macron e Keir Starmer: la linea estera di Giorgia Meloni resta incerta mentre vola dal presidente francese per il vertice dei volenterosi

ANSA
Nel giro di pochi giorni la presidente del consiglio Meloni è passata dall’essere l’unica leader europea alla cerimonia di insediamento del secondo mandato presidenziale di Trump, all’essere ricusata e sbeffeggiata in diretta mondiale. All’improvviso, quindi, recuperare e consolidare le relazioni interne alla vecchia Europa è diventato obbligatorio per il governo e partecipare, insieme al cancelliere tedesco Merz, alla riunione dei “volenterosi” per Hormuz, convocata all’Eliseo dal presidente francese Emmanuel Macron d’intesa con il premier britannico Keir Starmer, è un passaggio obbligato. Meloni andrà all’incontro portando la disponibilità italiana a inviare i dragamine della nostra marina nello stretto di Hormuz. Resta da capire se sarà all’interno di una missione europea difensiva di quell’area del Golfo; quello che è noto è che il presidente francese spinge per un dispositivo di difesa che non preveda al suo interno gli americani, anche per ribadire una terzietà rispetto alla guerra voluta da USA e Israele contro l’Iran, mentre Germania e Italia sarebbero per un coinvolgimento statunitense.
Una matassa molto difficile da districare, a maggior ragione se le poche possibili soluzioni sarebbero quelle organizzazioni sovranazionali, come l’ONU, che in questi anni le destre sovraniste (compresa quella italiana) hanno continuamente delegittimato. Inoltre, passare dal «non condivido, né condanno», allo scoppio del conflitto, al sostegno alla posizione di Macron e Starmer, leader dei “volenterosi”, può risultare un esercizio ardito e complesso, soprattutto in assenza di un dibattito e di un mandato del Parlamento. L’affanno e le difficoltà della premier, una volta perso il sostegno trumpiano, sono evidenti e, persino, comprensibili; tuttavia, sono figlie di scelte politiche e di posizionamento ideologico sbagliate e non possono essere rimosse facilmente. Se da Washington, poi, dovessero arrivare segnali di “perdono”, cosa resterà del vertice di Parigi? Riuscirà la premier a costruire una linea di politica estera che sia svincolata dalle giravolte di The Donald e che sia improntata alla ricerca della pace? La storia recente ci porta a dire di no.