Meloni, Frederiksen e la crisi di Ceuta: tra propaganda e realtà

Il messaggio congiunto rilancia gli hub esterni, ma i numeri su ingressi, irregolarità e rimpatri mostrano i limiti della linea del governo italiano.

Paolo FuriaFlusso Quotidiano
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ANSA

La premier italiana Giorgia Meloni e la premier danese Mette Frederiksen scrivono insieme un “messaggio congiunto all’Europa”: un post pubblicato il 10 agosto sui rispettivi profili Facebook e Instagram dedicato all’argomento dell’immigrazione irregolare. Condividendo contestualmente lo stesso testo, le due leader, una di destra e una di sinistra, compiono un atto di posizionamento politico congiunto singolare nel pieno dell’inedita crisi dei rapporti diplomatici tra Italia e Spagna sulla questione di Ceuta e tra Italia e Germania sulla questione dei 60.000 migranti irregolari transitati dall’Italia in Germania in questi anni. Il post si limita a evocare la necessità di organizzare centri di rimpatrio esterni all’Unione Europea sul modello di quello tentato dal governo italiano in Albania e politiche per i rimpatri più flessibili per gli Stati per chi tra i migranti commette reati.

La verità è che i risultati delle politiche migratorie di Meloni sono disastrosi. Primo: in Italia gli stranieri irregolari si stimano in 339.000 e il loro impiego si concentra, oltre che nel settore della cura domestica, là dove il governo non ha voluto intervenire per rendere più corta e trasparente la filiera degli appalti: edilizia e agricoltura. Secondo: il governo Meloni fissa a circa 500.000 le quote di ingresso di nuovi migranti nella programmazione triennale 2026-28 dei “decreti Flussi”, ma negli ultimi anni solo un decimo dei nuovi ingressi passa per un permesso di soggiorno: le esigenze residue si affrontano col sommerso, cioè immigrazione irregolare. Terzo: con le norme vigenti a livello europeo, l’Italia nel 2025 ha emesso 21.000 legittimi ordini di rimpatrio ma ne ha realizzati solo 4700. Quarto: al di là di ogni giudizio etico, l’hub esterno in Albania è stato un flop, mentre, in generale, l’ipotesi degli hub esterni espone i paesi UE alla “collaborazione” altalenante dei paesi “partners”: come la vicenda di Ceuta tra Spagna e Marocco dimostra, la gestione delle politiche migratorie può diventare un fattore negoziale spregiudicato da parte del paese terzo di turno (il Marocco, che ha lasciato partire in un colpo 50.000 migranti), per ottenere dal paese UE benefici di altra natura. Senza contenuti, la convergenza tra le premier sul tema migratorio è poco più che propaganda elettorale.

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