Melonellum, la fiducia di Meloni e la paura dei suoi alleati
Tra malumori leghisti e tensioni in Forza Italia, la premier blinda la legge elettorale. Sullo sfondo, il timore di elezioni anticipate.

ANSA
Dopo la pausa estiva e, soprattutto, le tensioni che avevano mandato sotto il governo, la legge elettorale è tornata alla Camera per l’approvazione definitiva. Stavolta, per non correre rischi, sin da subito la presidente del consiglio ha posto la questione di fiducia, riuscendo in un colpo solo a smentire se stessa sulla «materia elettorale competenza esclusiva del Parlamento» e la narrazione sulla maggioranza più compatta della storia della Repubblica. Infatti, in Transatlantico fra gli alleati di Meloni, Lega e FI, serpeggia più di un dubbio sulla volontà della premier di portare la legislatura a scadenza naturale nell’autunno del 2027, anzi sembra quasi che a essere cerchiata in rosso sia la finestra per le elezioni della prossima primavera. È nella pattuglia parlamentare della Lega che si registrano i maggiori malumori: tra la scissione del generale futurista e il calo dei consensi, si ha la consapevolezza di un profondo ridimensionamento, reso ancora più evidente dalla cancellazione dei collegi uninominali, e quindi un’eventuale elezione anticipata per molti significherebbe un saluto doloroso ai palazzi romani.
Anche in Forza Italia le acque sono agitate, non solo per le criticità mai negate sul cosiddetto “Melonellum”, ma anche per la conflittualità interna tra le componenti, quella più vicina a Tajani e quella più legata agli eredi della famiglia Berlusconi. Un fitto ginepraio di contraddizioni e tensioni è quello che Meloni ha deciso di superare tentando di coartare il voto tramite la fiducia, schierando persino degli “osservatori” sulle tribune di Montecitorio, quasi a ricordare che "nel segreto dell’urna Dio non ti vede ma Giorgia sì". Ecco, infine, l’ultimo scoglio da superare per approvare una legge elettorale che mantiene un Parlamento di nominati con i capilista bloccati, che supera le quote di genere (leggasi meno donne nelle istituzioni) e che mina le fondamenta parlamentari della nostra democrazia imponendo al Presidente della Repubblica il nome del presidente del consiglio in barba a tutte le indicazioni costituzionali: il voto segreto. Tuttavia, qualunque sia l’esito per la leader di FdI le conseguenze per il centrodestra non saranno né semplici né banali; per il Paese, invece, aver bloccato le istituzioni per mesi su una legge elettorale pensata per provare a non far vincere l’avversario, anziché occuparsi delle emergenze che stiamo vivendo (caro carburanti, guerre e costo della vita alle stelle) è stato ed è drammatico.
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