Media, specchi e Spirito: il rischio della superficie
Dalla passività alimentata dai media alle categorie della teologia: una riflessione su connessione, immagini e ricerca dell’integrità nell’epoca dello Spirito.

Archivio Rinascita
Ogni uomo intelligente mente.
Ogni uomo intelligente sbaglia.
Ogni uomo intelligente indugia.
Ogni uomo intelligente è imputabile delle sue azioni e dei suoi pensieri.
Ogni uomo intelligente sa di non sapere.
Ogni uomo intelligente e non — ahimè — muore.
Chi frequenterebbe mai un individuo che dicesse di non mentire mai, di non sbagliare mai, che non indugia mai, che dicesse sempre di sapere tutto, che si proclamasse costantemente innocente e che dicesse di non poter morire…? È assai probabile che questo individuo sarebbe “un alienato mentale”, e probabilmente già in cura presso qualche struttura adeguata, ma l’ironia non ci aiuta! Avere a che fare con un “ente” con tali caratteristiche, in modo così continuato, in modo così sottomesso, può solo indurre anche in noi stati di alterazione e di alienazione.
Negli anni ’60 i sociologi americani avevano costatato la diminuzione del quoziente intellettivo medio sui test, e avevano facilmente capito che ciò era probabilmente dovuto all’ingresso dei media nella vita quotidiana… Nel momento in cui la filosofia si libera, o cerca di liberare l’uomo dall’idea di Dio come Summum Ens, ecco riapparire qualcosa che gli assomiglia pericolosamente. Che fossero necessarie categorie teologiche per capire le forze sottese e operanti nell’evo moderno, sono 100 anni che lo sappiamo, ma continuiamo a gingillarci con Sociologia, Economia e Politica. Che anche la teologia sia in sofferenza, a causa di una certa interpretazione della natura e del logos, è evidente, tra l’altro, dalla presenza stucchevole, se non triste, di frati o suore sparati nell’etere mediatico a fare e dire di tutto.
Quello che a me, personalmente, con il mio carico di menzogne, sbagli, indugi e ignoranze, sorprende è l’incredibile passività a cui i media ci hanno allenati! Tali sono, e tante, e inarrestabili, sembrano le sollecitazioni, le velocità a cui ogni uomo è sottoposto, che la passività dev’essere una strategia sistemica per poter contenere gli stimoli e continuare semplicemente a vivere, insomma per non spararsi un colpo in testa o non farlo contro qualcun altro, come già avviene in quel paese incredibilmente sofferente, come nessun altro paese al mondo è forse mai stato, gli Stati Uniti, che, a rifletterci bene, più che il nome di una nazione (e quasi tutti i nomi di nazioni che mi vengono in mente hanno a che fare o con il nome di un popolo o di un luogo…), sembra un auspicio o un monito pensato sin dalla sua fondazione (solo per se stessi o anche per noi?): “state uniti, uomini!”, in nomen numen…
Puro automatismo, infinita operatività, diurna analisi, calcolabilità infinitesimale, connessione totale, spazialità assoluta (nel senso di sciolta, aliena, lontana, ma anche ubiqua), conoscenza illimitata e tempistica miracolosa… se non sono queste le categorie di Dio… per questo l’etica — la misteriosa misura dell’abitare dell’uomo — si dovrà conformare ai nuovi vaticini, e le Chiese, che l’hanno capito, stanno tutte intorno al grande mistero, al grande potere, con il cappello in mano, per non scomparire, perfino i fanatismi, altroché l’ennesima buona novella dell’ennesima enciclica…
Se proviamo a usare categorie più aderenti a questo nuovo mistero della fede, dovremmo renderci conto, provando ad allargare il nostro stato di coscienza, che, dopo l’epoca per così dire “del Padre” (e anche qui si aprirebbe un argomento enorme…), proprio l’incarnazione rappresenta un evento unico che squarcia il tempo (per inciso, il diritto medievale cristiano ha riflettuto lungamente proprio sulla costruzione del rapporto fra il corporeo e l’incorporeo, tra le articolate finzioni del diritto romano e i limiti da porre a questo, anche secondo la massima natura, id est Deus, come messo bene in luce da Yan Thomas). Proprio l’incarnazione del Cristo già fu un mistero intorno a cui il Cristianesimo si scontrò al suo interno, al suo sorgere, per poter definire se stesso (e non solo, se San Paolo ricorda che anche la natura sofferente attende la sua liberazione, proprio in virtù di quest’uomo fattosi carne, venuto nel nostro mondo).
La sua sorprendente pretesa di salvare l’uomo, tutti gli uomini, dal peccato e da se stessi — evento manifestatosi anche contro l’inesausta macchina da guerra del grande impero romano, con la sua morale, la sua economia, il suo diritto, ancor oggi modello o “tipo” a cui gli stati-nazioni-imperi si confanno (ma ancora per poco) — ha di fatto alterato e poi modellato le strutture morali, giuridiche, economiche e politiche per due millenni, contaminando tutto il mondo, la mobilitazione totale o, oggi diremmo, globale… Ma ora sembra che il suo tempo sia passato… e una nuova epoca si annuncia, più impalpabile, più vaga, astratta, virtuale… strana parola… e allora giochiamo un poco con le parole, anche se ho paura siano loro a giocare alla fine con noi… Diciamo di trovarci agli albori di una ipotetica epoca dello Spirito, terza persona della santissima trinità, in cui alcuni segni sembrano proprio annunciarla, e Gioacchino da Fiore riappare all’orizzonte…
Ma quali saranno, potranno mai essere, le caratteristiche di questa nuova epoca, questa supposta epoca dello Spirito, così immateriale, così carica di promesse, così intangibile? Tentiamo di analizzarne, con tutti i limiti del caso, solo una. E qui si apre un baratro… Lo Spirito sarà interpretato attraverso l’antico, ma tuttora imperante logos? O, com’è da supporre, e forse un brivido dovrebbe scuoterci, ridefinirà il logos stesso? Caratteristiche dello Spirito, con tutta l’umiltà di cui possiamo essere capaci, potrebbero essere… per esempio, cominciamo con la superficialità: certo strano per noi che immaginiamo lo Spirito come il più profondo… Eppure già la Bibbia, «lo Spirito di Dio aleggiò sulla superficie delle acque…», e poi anche il Vangelo di Giovanni, «Lo spirito soffia dove vuole…», descrivono entrambi, anche il vangelo giovanneo, un cominciare…
La superficie, l’epoca della superficialità, e questo non è un giudizio di valore. La superficie è… Euclide, prospettiva rinascimentale, soggettività che misura la distanza dall’oggetto e ne prende possesso (Com-prendere…), e quindi continuità, isotropismo, omogeneità, e come dice bene Giulio Azzolini nel suo bel libro Dopo le classi dirigenti, queste tre categorie geometriche hanno un doppio fondo… territorializzazione, accentramento, nazionalizzazione, ma anche, per bisogno dialettico, de-territorializzazione, decentramento, de-nazionalizzazione… Non c’è niente di biologico in tutto questo, potrebbe proprio essere opera dello Spirito! Possiamo anche sorridere a queste idee ma vocatus atque non vocatus deus aderit…
Ora la superficialità come il cavallo di Troia nasconde dentro tante cose… per esempio il fatto che tutte le immagini che volteggiano apparentemente libere sono esse stesse condannate alla bidimensionalità su tutti i nostri supporti, cellulari, computer, televisioni, e possiamo solo scorrerle, e se le approfondiamo, sempre ad altre immagini di superficie veniamo rimandati. Mistero della superficie, che tutto connette! Superficie è anche schermo, che protegge, e specchio, che ci guarda e che guardiamo dai nostri tanti supporti mediatici. Mi viene da pensare alla favola di quegli incredibili personaggi che furono i fratelli Grimm, Biancaneve. La favola nella realtà è ben più truce di quella zuccherosa di Disney, ma comunque… «Specchio, specchio fatato, in questo castello hai mai visto aspetto più bello? E lo specchio rispose: il tuo aspetto qui di tutte è il più bello, ma Biancaneve…», e la macchina-desiderante di Deleuze è partita con la sua logica binaria, flusso e interruzione, con la sua bulimia, con la sua mancanza strutturale di tutto alla fine, perché sarà il tutto a mancarci, non singole situazioni, o singoli oggetti, oggetti libidici o anche solo parziali, come in un gioco infinito di specchi (ma questo può valere, essere il tragico rischio anche del cercatore di verità, di chi aspira al Sapere e si trova fra le mani sempre e solo fatti…) ma proprio il tutto, l’immisurabile, l’incalcolabile, l’integro, a cui per assurdo sembriamo chiamati… ed ecco qui, come per miracolo, appare uno strumento che integra (nella rete relazionale) e connette, un sostituto, in realtà un parassita…
Lo specchio, facile immaginare, apre mille prospettive, metafore in soprannumero, analogie a non finire mai: esempio, il fatto che quel popolo eternamente giovane da cui ancora siamo sfidati, i Greci, si rifiutavano, gli uomini, di guardarsi nello specchio, e fosse in uso solo alle donne. Nella bella interpretazione di Vernant finisce per rappresentare il bisogno, la ricerca di integrità, di identità a cui solo gli uomini sembravano aver diritto (o forse solo gli uomini sentivano il bisogno… forse perché quel logos, da loro stessi evocato, aveva dentro di sé come una struttura monocratica e legale, parziale… e ho il sospetto che il monos sia poi diventato l’autos…); ma le donne diventano un “mezzo, un media” necessario in questo processo. E tanti sono gli esempi per cui solo nelle nozze l’eroe greco assurge all’integrale dignità (da Edipo, a Teseo, Giasone…), tutto ciò graficamente evidente nello specchio di Venere.
Non dimentichiamo che anche il neoplatonismo, penso a Dionigi l’Areopagita e a Proclo, ma anche l’ebraismo con le sue acrobatiche interpretazioni delle Sephiroth, e l’islam sciitico (penso a Henry Corbin), ma quanti altri… hanno messo in mostra l’esigenza di un, o più di uno, di un “medium” per giungere alla conoscenza più alta, all’integro. Stessa funzione di integrità svolge uno dei tre simboli imperiali giapponesi, lo specchio di bronzo. Non possiamo dimenticare Narciso, e la narcosi si fa delirio! Quindi la superficie connettiva dello specchio che non lascia spazio ma che anzi lo deforma, porta con sé *il rischio della dispersione e la possibilità dell’integro.
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