Massimo Boffa, il mestiere della libertà
Il ricordo di un amico e maestro di giornalismo: gli anni a Rinascita, le battaglie culturali, la pittura e un’amicizia rimasta intatta.

ARCHIVIO RINASCITA
Una pugnalata improvvisa. Al risveglio, questa mattina. Massimo Boffa, amico di una vita, se n’è andato a Milano, a 75 anni. La malattia l’aveva tenuta nascosta. Me ne dà notizia il comune amico Duccio Trombadori. Era malato da tempo ma non ne aveva fatto parola. Con stile. Non rispondeva al telefono e mi ero allarmato. Non leggeva nemmeno ciò che scrivevo, cosa che prima faceva puntualmente. Eppure avevo rimosso quell’allarme. Mai avrei immaginato la silenziosa tragedia che lo stava consumando, perché era sempre vitale e spiritoso e al più mi diceva: «Ce ne andremo, stai tranquillo, ormai siamo passati già».
Il solito mix di humour e disincanto: la sua cifra esistenziale, ironica e sfrontata da sempre. Quella per cui lo abbiamo amato da subito come un fratello. Era nato a Parigi da Beppe Boffa, grande storico dell’URSS, e da Laura, slavista. Le radici erano a Cervia, che adorava e che ispirò molti suoi quadri, frutto della sorprendente vocazione emersa nell’ultima parte della sua vita. Era divenuto un pittore novecentista, magico e delicato. Nella pittura aveva recuperato tutta la nostalgia di un’infanzia moscovita, dopo gli anni tempestosi di antisovietismo che ci avevano accomunati a Rinascita, insieme a Duccio Trombadori, Umberto De Giovannangeli, Giorgio Fabre, Bruno Schacherl.
Senza Massimo non sarei quel che sono. Mi ha insegnato tutto. Ma proprio tutto del mestiere. Un mestiere che, quando mi ci affacciai, ritenevo un ripiego. Giugno 1982. Mi concepivo come uno studioso, ma era complicato andare avanti con contratti precari. E lui mi fa: «Vuoi venire a metà tempo a Rinascita?». Collaboravo a Repubblica, Paese Sera, Rinascita stessa. Con Massimo, che era responsabile del Contemporaneo e di Libri e Cultura, avevamo già progettato insieme qualche numero. Mi convince. Entro, e la mia vita cambia. Avevo tutte le credenziali per starci a Rinascita, grazie alla mia precedente militanza nel Pci, abbandonata anni prima per dedicarmi agli studi. Ma non era facile trovarsi alle prese con i bozzoni, la tipografia e i tagli massicci ai pezzi: ai miei, noiosissimi, in primo luogo!
E nemmeno era facile duellare con Barca, Schacherl, Chiarante, Marcella Ferrara, a suo tempo severissima segretaria di Togliatti. Ero nel sancta sanctorum. «Massimo», gli dissi, «mi sta stretta questa divisa». E mi fece: «Dai, puoi sbottonarla, no?». C’era tutto in quella battuta. La libertà. L’abitudine al conflitto, il coraggio. La gioia di scrivere e vivere le proprie idee. Ed era il cuore del Pci! Mi trasmise quel modo di essere, a cominciare dall’irriverenza educata con cui imparai a chiedere pezzi, a scrivere, a chiamare i chierici e i mostri sacri della politica e della cultura. Divenni il suo successore. Ma ai miei occhi lui restava un mago: nell’immaginare titoli e iniziative, duelli e interviste, nello scegliere le foto per illustrare le pagine. Era il suo amore artigiano per la rivista.
Tante le discussioni e le serate. Era stato inviato in Iran e, prima ancora, segretario di sezione a Monteverde. Piuttosto trotzkista ai miei occhi, diciamo sinistro libertario, ma leale al Pci. Poi, via via, cominciò ad allontanarsene. Al centro di quel passaggio, essenziale per la sua vita, c’era il corto circuito tra l’esperienza rivoluzionaria in Iran e la revisione della rivoluzione francese. Aveva infatti conosciuto il grande storico Furet, quello di Critica della rivoluzione francese degli anni 80. Era giunto alla conclusione che la dinamica rivoluzionaria di massa trasformasse l’esplosione vitale in totalitarismo. Il passaggio dal movimento al regime seguiva, nel suo ragionamento, la logica ferrea e giacobina della democrazia diretta del partito unico.
Di qui il rifiuto della tradizione leninista e la critica a tutta la tradizione comunista. Era diventato un liberale scettico. Questo mi rattristava, anche se continuavamo a parlare la stessa lingua e la nostra amicizia fraterna rimaneva intatta. Poi cominciò a coltivare autori più metafisici, De Maistre in primo luogo. A interrogarlo erano la crisi dell’autorità e dei fondamenti etici dell’esistenza, lo scontro perenne tra libertà nichilista e tirannia. Come in un eterno ritorno del tragico nella storia umana. Non che la passione politica lo avesse abbandonato, ma ragionava ormai su un’altra lunghezza d’onda: esistenziale e amara, scettica ma pur sempre libertaria. Facemmo in tempo a concepire un Contemporaneo sul bicentenario della rivoluzione francese. Poi ci perdemmo di vista e lui, in rotta col neocomunismo di Asor Rosa, emigrò in altri giornali.
Concluse la carriera come caposervizio culturale a Panorama, a Segrate, dove conobbe la moglie Patty, scomparsa da qualche anno in modo tragico e improvviso. Negli ultimi tempi ci siamo reincontrati più volte, con intatto affetto. Nel frattempo, però, in lui era avvenuta una nuova mutazione, che teneva insieme la pittura delicata e nostalgica e il ritorno alle radici familiari. Era divenuto un vero artista: novecentista magico dell’anima di un secolo. Paesaggi industriali, solitudini svuotate di illusioni ideologiche. Scenari urbani di un’infanzia moscovita perduta. E poi l’ultima battaglia di Massimo.
Eccola. L’ostinato recupero della coesistenza pacifica. La difesa della Russia come paese europeo segnato da immani catastrofi, che l’Occidente, a suo avviso, aveva tentato di umiliare e isolare. Massimo voleva la pace. Non riusciva ad accettare la geopolitica euro-americana che aveva precipitato l’Ucraina in una guerra per procura, mirata al cuore della Russia per spezzarla. Mi diceva sempre: «Putin non è Dugin ma è il più moderato. È lui a tenere a freno i demoni del panslavismo di un grande paese, che si è sentito umiliato e tradito malgrado il tentativo di Gorbaciov».
Aveva ragione. Aveva ormai recuperato una saggezza e un sapere politico che lo riconciliavano pienamente con le sue radici, la sua famiglia e la sua storia personale. Con la nostra storia, alfine. La nostra lotta. E insomma con la nostra indistruttibile amicizia, malgrado la morte. Vivrai, Massimo, vivrai in me e in chi ti ha amato. Con l’eleganza dei tuoi pensieri e della tua onestà morale. Grazie di esserci stato, amico mio fraterno. E di avermi illuminato la strada.
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