Mario Sechi, l’atlantista senza maschera

Memoria, giornalismo e geopolitica in Occidente o niente. Una difesa dell’atlantismo che merita un confronto anche da chi ne contesta le idee.

Umberto De GiovannangeliBattaglia delle Idee
Mockup editoriale del libro Occidente.png

AI

Si può essere in disaccordo con le idee che prospetta, e io lo sono, ma una cosa va detta a suo merito: Mario Sechi non si maschera. Non annacqua le sue convinzioni, non si prostra al politically correct. Argomenta le proprie convinzioni, dialoga anche con i suoi avversari, almeno quelli che ritiene colti e capaci anche facendo interessanti scorribande nella storia della filosofia e in altre discipline che arricchiscono il suo ragionare attorno a un tema che di più stretta attualità non potrebbe essere.

Occidente o niente. Elogio dell’atlantismo (edito da Piemme, pag. 391, euro 19,90) è il titolo dell’ultimo libro del direttore della Dire. Un titolo che è tutto un programma. Un programma ben riuscito, se si legge con attenzione il saggio di Sechi. Destinato a sollevare discussioni, a suscitare polemiche e, cosa che forse conta di più, a provare ad alzare il livello, ahinoi alquanto terra-terra, del dibattito politico e culturale sull’epoca in cui viviamo e su un disordine mondiale che ha messo in discussione la categoria stessa di Occidente e di atlantismo. Una prova la si è avuta già oggi, alla presentazione del libro, nell’appassionato confronto con l’autore avvenuto al Centro Studi Americani (CSA), nel cuore di Roma, in un dibattito aperto dai saluti di Roberto Sgalla, direttore del CSA, e che ha visto interloquire con l’autore Costanza Cavalli, giornalista di Libero e Mario De Pizzo del Tg1 Rai e Nonresident Senior fellow dell’Atlantic Council.

Quello di Sechi non è un saggio. Nel senso che non è riducibile ad un pur ricco argomentare politico e geopolitico. È questo, certamente, ma è anche altro. E il dibattito sviluppatosi a Roma ne è preziosa conferma. È stato lo stesso autore ad anticiparlo: «Di cosa parleremo? Di molte cose interessanti che riguardano il giornalismo, la storia, l’attualità, la geopolitica e il mestiere del raccontare. Di viaggi, andare e venire, del racconto sul posto, di luoghi straordinari, simboli che si alternano, incontri eccezionali, miti che compaiono, note e taccuini, luoghi d’infanzia».

I ricordi di una vita professionale, che si aggiungono a quelli non meno pregnanti dell’infanzia, danno sentimento, oltre che contenuto, al libro di Sechi. Come in un album fotografico, arricchito di aneddoti stuzzicanti, nel libro compaiono protagonisti della politica interna e internazionale, che Sechi ha raccontato e con alcuni ha anche intessuto rapporti personali che l’hanno formato come uomo oltreché come professionista: il racconto del primo viaggio di Giorgia Meloni a Washington e il suo incontro alla Casa Bianca con l’allora presidente Usa Joe Biden, il 27 luglio 2023, poi l’irruzione sulla scena planetaria di Donald Trump, della cui «pazzia» Sechi si mostra alquanto dubbioso. L’esperienza di capo della comunicazione di Palazzo Chigi con Giorgia Meloni gli ha permesso di capire meglio i complessi meccanismi del potere.

Della sua Sardegna, Sechi porta con sé gli umori, gli odori, un tratto caratteriale gentilmente spigoloso, e il ricordo di amicizie che sono durate una vita: come quella con Francesco Cossiga. E un’amicizia, oltre che una condivisione politica, è anche quella da lui instaurata con Silvio Berlusconi. Il suo cursus honorum è tutto dentro il mondo del giornalismo: direttore di Libero, Agi, Il Tempo, e ora della Dire. Da giornalista, in vari momenti della storia, ha conosciuto la politica e i politici di ogni statura e orientamento. Di alcuni ne parla nel libro.

In tempi di facili quanto insidiosi populismi, versione moderna dell’antipolitica, Sechi va controcorrente. Non solo contro i cultori dell’antipolitica, ma anche con chi ha affidato i destini dell’Europa, e in alcuni frangenti dell’Italia, a tecnocrati, economisti e banchieri. Ed è questo affido, sostiene con forza Sechi, che ha condannato l’Europa alla marginalità. «Gli economisti hanno costruito una burocrazia senza politica, una tecnocrazia senza democrazia, un’economia senza cultura. Alla prima vera difficoltà, il soufflé si è ammosciato», metaforizza con efficacia Sechi.

Se la politica abdica alla sua funzione di guida, non c’è futuro. E il futuro dell’Occidente non può finire nelle mani del Gigante cinese. Altro tema di scottante attualità. E anche su questo, l’autore ha idee molto chiare e nette: «Mentre l’Occidente discuteva del prossimo trimestre, Pechino pianificava il prossimo secolo». Francamente è difficile dargli torto.

Sechi ha scelto l’Occidente come il suo «campo largo». Un luogo dello spirito, prim’ancora che uno spazio geopolitico. Una dimensione valoriale, prim’ancora che dimensione di libertà e di sicurezza. E ha scelto, testardamente, convintamente, l’atlantismo come baluardo contro vecchie e nuove satrapie e minacciosi disegni neo-imperiali, come quelli coltivati e praticati, in Ucraina e non solo, dallo zar del Cremlino, al secolo Vladimir Vladimirovic Putin, presidente-autarca della Federazione Russa. In questo caos globale, rimarca l’autore, l’atlantismo non si riduce a un calcolo di convenienza o a una formula di governo passeggera, ma rappresenta un’identità culturale profonda che unisce le sponde dell’Atlantico e affonda le sue radici nella trilogia ideale formata da Roma, Atene e Gerusalemme, prima ancora di approdare a Washington. Ma che oggi – avverte – rischia di scomparire.

Sechi nega con forza e passione che scegliere oggi l’Occidente e professarsi atlantista siano scelte di comodo. Tutt’altro: «Chi sceglie l’Occidente – afferma – paga un prezzo, e lo paga di persona. Non in astratto. Ogni leader italiano che ha tenuto ferma la scelta atlantica, quando intorno conveniva fare il contrario, lo ha pagato». E con fierezza tutta sarda dice: «Certo, questo è un libro sull’atlantismo, un suo elogio, ma è anche sopra ogni cosa, un necrologio dei suoi nemici».

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