Marine Le Pen, il ritorno che divide la destra francese
Condannata ma di nuovo in corsa per l’Eliseo, la leader del Rassemblement National sfida i giudici, spiazza Bardella e rilancia il modello berlusconiano.

ANSA
Se, come sostiene da tempo lo storico e politologo francese Marc Lazar, l’Italia anticipa fenomeni e movimenti politici che poi si affermano anche in Francia, la scelta di Marine Le Pen di candidarsi alle prossime elezioni presidenziali del 2027, nonostante la conferma in appello della condanna per appropriazione indebita di fondi pubblici, non può non richiamare alla memoria Silvio Berlusconi quando pretendeva l’immunità perché “eletto dal popolo”.
La cinquantottenne Marine, figlia di Jean-Marie Le Pen, il fondatore del partito di estrema destra Front National, oggi ribattezzato Rassemblement National, poche ore dopo l’annuncio della sentenza, ha annunciato la sua quarta candidatura, come «atto di responsabilità nei confronti del popolo francese che deve avere la libertà di scegliere».
In effetti, la sentenza della corte d’appello di Parigi, che da un lato conferma i tre anni di prigione, di cui due con la condizionale e uno con braccialetto elettronico, ma dall’altro riduce l’ineligibilità a 15 mesi, di cui 12 già scontati, permette a Marine Le Pen di candidarsi alle prossime elezioni presidenziali dell’aprile 2027, ma a condizione che indossi un braccialetto elettronico durante la campagna elettorale. Il che la leader del RN ha sempre rifiutato di voler fare. E allora è uscito fuori l’escamotage, ovvero il ricorso in Cassazione che sospende la sentenza della corte d’appello, consentendo alla quattro volte candidata di fare campagna senza braccialetto per almeno sei mesi, da ora a fine anno, quando l’Alta Corte si pronuncerà.
Al di là delle questioni tecniche/giuridiche, il ritorno di Marine Le Pen sulla scena politica francese è stato un vero terremoto. Sia nel suo campo, dove il trentenne Jordan Bardella, oggi presidente del partito, spinto dai sondaggi già sognava l’ingresso trionfale all’Eliseo, sia in tutti gli altri schieramenti, dalla destra moderata, al centro, fino all’estrema sinistra. Perché sarebbe la prima volta nella storia della Repubblica francese, nata nel 1792 (234 anni fa) che un leader politico, condannato per un reato grave, quindi con la fedina penale macchiata, vada a coprire il ruolo di Capo dello Stato. Il paragone con le elezioni del 2002 non fa testo, perché quando Le Pen padre si candidò dopo una condanna aveva già scontato la pena e anche se riuscì a raggiungere il secondo turno fu schiacciato dal fronte repubblicano guidato da Jacques Chirac. Ora invece le chances di Marine Le Pen di arrivare all’Eliseo sono altissime, se guardiamo alle intenzioni di voto.
Il disegno della figlia di Jean-Marie appare chiaro: arrivare a fine anno godendo della piena libertà di movimento senza braccialetto elettronico, aspettare la sentenza della Cassazione prevista a inizio 2027 e tirare la volata fino all’elezione di aprile. Perché una volta eletta, Marine Le Pen potrà usufruire dell’immunità di cinque anni riservata al Presidente della Repubblica.
Ora la domanda che sorge spontanea è: può la Francia, il paese dei principi di uguaglianza, fraternità e libertà della Rivoluzione, la patria della difesa dei diritti fondamentali dell’uomo e dei valori di laicità dello stato repubblicano, essere guidata da una persona condannata in due gradi di giudizio (con prove inconfutabili), nonostante ella si dichiari “innocente” e vittima di “persecuzione giudiziaria”?
Il mondo politico francese è in subbuglio, diviso come lo era l’Italia ai tempi di Berlusconi. «Possiamo immaginare il generale de Gaulle, non solo sotto inchiesta ma anche condannato per appropriazione indebita e per aver utilizzato un lavoro fittizio, fare campagna elettorale di fronte al popolo francese per le elezioni presidenziali?» si domanda incredulo François Ruffin, parlamentate ed esponente di spicco della sinistra.
“È evidente che c'è una dimensione morale in questa situazione”, commenta Gabriel Attal, il giovane ex primo ministro centrista “soprattutto considerando la condanna e i precedenti penali con pene detentive. Personalmente, appartengo a una nuova generazione politica per la quale la condotta esemplare e l'integrità sono dei valori irrinunciabili”.
A difesa della scelta della Le Pen si sono espressi alcuni esponenti del suo partito, com’era prevedibile. Ciò che sorprende è invece il sostegno di politici di destra che non appartengono al Rassemblement national come Eric Ciotti, che ha scritto su X: “Le prove la rafforzano e fanno di lei una statista, l'unica capace di proteggere il popolo francese e di riformare finalmente la Francia ripristinando l'ordine e la libertà” o come la dichiarazione di Eric Zemour, il presidente di Reconquête: «È positivo che a decidere sia il popolo francese, e non i giudici». Perché il progetto di unire tutte le destre non appartiene a Marine Le Pen, ma a Jordan Bardella, il quale si è ritrovato totalmente spiazzato dalla candidatura della sua madrina politica, che vedeva già fuori dai giochi, così come la davano per morta politicamente una parte rilevante dell’oligarchia economica, in particolare di Vincent Bolloré, che da mesi stava preparando il terreno, grazie ai suoi giornali e tv, all’ascesa del giovane trentenne.
Il ritorno di Marine Le Pen ha rimescolato le carte. A Bardella la Le Pen ha offerto, in caso di vittoria, il posto di Primo Ministro, un ruolo da comprimario, privo d’indipendenza politica. Il presidente del partito ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco, affrettandosi a dichiarare “Sono felice che possiamo fare campagna elettorale insieme lavorando fianco a fianco”. Ma molti osservatori hanno messo in evidenza il volto tirato e un certo disagio di Bardella a mostrarsi insieme a la Le Pen in occasione delle prime uscite di campagna elettorale. Sono questi i primi segnali di una resa dei conti dentro il partito, manovrati dai grandi potentati economici?
Resta il fatto che, secondo l’ultimo sondaggio, il consenso per Marine Le Pen non è diminuito dopo la sua condanna in appello per appropriazione indebita di fondi pubblici. La sua decisione di candidarsi comunque, attraverso un ricorso alla Corte di Cassazione che ha sospeso l'esecuzione della pena, sembra aver dato i suoi frutti. Alla leader di estrema destra viene attribuito oltre il 34% dei voti, indipendentemente dall'esito del primo turno. Ed è data per grande favorita al secondo turno, con un ampio margine sugli sfidanti. In pratica due francesi su tre appoggerebbero il programma politico di Marine Le Pen, che prevede zero immigrazione, fine della cittadinanza automatica per chi nasce sul suolo francese al compimento dei 18 anni, ripristino della priorità nazionale per l'occupazione, le prestazioni sociali e l'edilizia popolare, revoca della cittadinanza ai cittadini con doppia nazionalità che commettono reati e deportazioni sistematiche di criminali stranieri, anche dopo che hanno scontato la pena, uscita da Schengen e dalla libera circolazione delle persone, trasformazione della UE in “Europa delle Nazioni”. La maggioranza dei francesi sarebbe pronta, di fatto, a rinnegare sé stessa, la sua storia, i suoi valori, su cui ha costruito, dalla Rivoluzione in poi, l’identità della Francia.
Non basta chiedersi il perché il popolo francese sia arrivato a questo punto (il rigetto di Macron, la perdita del potere d’acquisto, il declassamento della grandeur della Francia), ma occorre altresì interrogarsi banalmente sul motivo di questo grande consenso intorno alla figura di Marine Le Pen, che nel suo programma non punta per nulla alla giustizia sociale, a ridurre le profonde diseguaglianze che attraversano la società in cui il 10% della popolazione detiene la metà del patrimonio nazionale, ma anzi va a difesa dei più ricchi, di coloro che pagano delle tasse irrisorie rispetto ai profitti. Quindi come si fa a conciliare la rabbia dei ceti popolari con la difesa dei grandi patrimoni?
Potrebbe essere di nuovo utile guardare alla storia d’Italia degli ultimi decenni, riprendendo la tesi di Marc Lazar, dove l’estrema personificazione di un leader, prima Berlusconi, poi Giorgia Meloni, ha risolto tutte le contraddizioni.
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