Marcinelle, la memoria tradita dallo scontro politico

Fratelli d’Italia accusa ingiustamente la CGIL per la protesta durante la commemorazione. Un episodio che rivela la distanza tra governo e sindacati sui diritti del lavoro.

Francesco RizzaApprofondimenti
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ANSA

La tragedia di Marcinelle è uno dei più gravi disastri minerari della storia europea e rappresenta una delle pagine più dolorose dell’emigrazione italiana. L’evento avvenne l’8 agosto 1956 nella miniera di carbone del Bois du Cazier, a Marcinelle, un comune della periferia di Charleroi, in Belgio. I morti italiani furono 136 su un totale di 262 ed erano prevalentemente originari di quel Meridione che oggi s’indigna per l’arrivo dei migranti nei loro caicchi.

Al di là di ogni retorica e contrapposizione ideologica, a settant’anni di distanza l’Italia aveva bisogno di tutto tranne che dello sterile scontro messo in campo tra le destre e la Confederazione Generale Italiana del Lavoro, guidata dal segretario nazionale Maurizio Landini: il principale sindacato italiano per numero di iscritti, non per grazia ricevuta.

Durante la commemorazione di Marcinelle, alla presenza della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, alcuni rappresentanti sindacali belgi hanno scelto di voltare le spalle durante l’intervento del presidente del Senato Ignazio La Russa, che, fra l’altro, ha letto il messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Un episodio che Fratelli d’Italia ha attribuito alla CGIL e definito come «una contestazione politica trasformata in un gesto di disprezzo verso le istituzioni dello Stato». A precedere l’intervento di Meloni era stato il capo delegazione di FdI al Parlamento europeo, Carlo Fidanza, che per primo aveva puntato il dito contro il maggiore sindacato italiano.

Evidentemente, in democrazia esiste il diritto al dissenso, così come quello di criticarlo, ma nel rispetto della verità. A voltare le spalle alle autorità, infatti, non erano stati i membri della CGIL, ma i rappresentanti della Fédération générale du travail de Belgique.

«Se a un certo punto — ha reagito Maurizio Landini — il signor Fidanza, per far sapere che esiste, deve parlare male della CGIL, credo che abbia preso un colpo di sole. Perché la CGIL, se non lo sa glielo dico, non si gira mai dall’altra parte in nessun momento, tantomeno nel rispetto del nostro presidente della Repubblica».

Fin qui la cronaca, che tuttavia non basta a spiegare il pesante clima tra il governo, le minoranze in Parlamento e buona parte dei sindacati italiani.

Era il 20 maggio 1970 quando il Parlamento italiano approvava lo Statuto dei lavoratori, che, fra le altre cose, ha garantito la libertà di opinione e il diritto di costituire associazioni sindacali, aderirvi e svolgere attività sindacale in azienda. Diritti che, negli ambienti reazionari, sono accolti come fumo negli occhi.

La contrapposizione fra la maggioranza di governo e le forze sindacali, particolarmente aspra con la CGIL e l’Unione Italiana del Lavoro, mentre la Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori appare sempre più collocata su posizioni differenti, riflette visioni opposte del mercato del lavoro.

Da un lato, la maggioranza punta su sgravi, incentivi alle imprese e una parziale deregolamentazione per stimolare le assunzioni. Dall’altro, i corpi intermedi denunciano un progressivo indebolimento dello Statuto dei lavoratori e una protezione inadeguata contro la precarietà diffusa.

Relativamente alla flessibilità e ai contratti a termine, le recenti modifiche introdotte in materia di contratti di somministrazione e a tempo determinato vengono interpretate dai sindacati come un ulteriore passo verso la precarizzazione, perché riducono gli argini all’utilizzo ripetuto di contratti atipici a scapito della stabilità di lungo periodo.

La strategia basata su generosi sgravi fiscali e contributivi per i datori di lavoro viene invece criticata dai sindacati perché rischia di produrre effetti di breve periodo legati ai bonus, senza strutturare un piano industriale permanente per la qualità del lavoro e la crescita salariale.

Dopo lo svuotamento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori da parte del governo di Matteo Renzi, allora segretario del Partito Democratico, anche gli incresciosi fatti di Marcinelle confermano che il programma del campo largo dovrà prevedere, nelle politiche del lavoro, interventi chiari a difesa dei lavoratori e dei loro diritti.

Nella consapevolezza che, come ha scritto don Lorenzo Milani in Lettera a una professoressa, «il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia».

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