Machiavelli e Asor Rosa: un’analisi dell’Italia per l’oggi
Nel saggio di Asor Rosa, Machiavelli diventa la chiave per leggere la disfatta italiana e il nostro presente politico.

ANSA
La figura di Nicolò Machiavelli evoca molteplici suggestioni e idee, ma anche un tumultuoso insieme di passioni, interpretazioni e spesso condanne che hanno segnato i secoli dopo la sua ricezione. Che siano interpretazioni politiche o squisitamente letterarie, figlie anche di semplici reminiscenze, quella del segretario fiorentino rimane un’effigie molto chiara nell’immaginario italiano e non. D’altronde ne hanno scritto in molti, analizzandone i diversi aspetti del pensiero e dell’opera. Passato alla storia, tra le altre cose, come il fondatore della scienza politica moderna, nel lavoro di Machiavelli troviamo riversate, a volte con crudezza, le speranze di salvare l’Italia del suo tempo. Tema su cui decise di ragionare.
Alberto Asor Rosa si è occupato di tutto questo in uno dei suoi ultimi lavori dal titolo Machiavelli e l’Italia – Resoconto di una disfatta (Einaudi, 2019), prima della sua scomparsa. Nel saggio, Asor Rosa dà vita a un’indagine profonda e stratificata che cerca di districare l’intricato nodo tra la figura del pensatore e politico fiorentino e il destino storico, politico e culturale della nazione italiana. L’autore si pone l’obiettivo ambizioso di esplorare quanto la predicazione e l’azione di Machiavelli abbiano effettivamente influenzato la storia d’Italia, non solo quella a lui contemporanea, ma anche quella successiva, interrogandosi su un paradosso fondamentale: come sia stato possibile che il fondatore della teoria politica moderna sia nato e abbia operato proprio nel contesto politicamente più fragile, contrastato e contraddittorio dell’Europa del tempo.
Asor Rosa non si limita a una semplice ricostruzione della cornice storica, ma cerca di tenere insieme l’analisi dei condizionamenti esterni e il titanico sforzo intellettuale di Machiavelli nel tentativo di comprenderli e dominarli, focalizzandosi in particolare su quel periodo cruciale che va dal 1492 al 1530. Questi decenni di forte singolarità, sono visti come il momento della disfatta che ha determinato i destini italiani per lungo tempo. Un’epoca che sancì l’asservimento politico e civile della penisola per i secoli a venire. La ricerca di Asor Rosa muove da una domanda centrale: perché Machiavelli scelse proprio l’Italia come campo di ricerca per la sua scienza politica, pur possedendo una vasta conoscenza delle dinamiche europee grazie al suo incessante lavoro diplomatico? Le risposte delineate dall’autore seguono due binari principali: il primo è di ordine culturale, poiché Machiavelli è visto come il prodotto della grande cultura italiana dei decenni precedenti. Un Umanesimo inteso come laboratorio attivo che gli permise di attingere a una conoscenza illimitata non solo del politico, ma dell’umano, ponendo la Roma antica come specchio e metro di paragone costante per l’Italia e l’Europa del suo tempo. In questo senso, Asor Rosa rintraccia una linea di continuità che parte da Dante, il quale già due secoli prima aveva affrontato il problema della frammentazione italiana con un afflato civile simile a quello di Machiavelli.
La seconda linea interpretativa suggerisce che la scienza politica machiavelliana non sia mai puro sapere contemplativo, ma un disegno volto alla creazione di un homo novus capace di uno sguardo inedito sul mondo, necessario per rispondere allo stato d’eccezione di un’Italia che non poteva più essere salvata con gli strumenti della tradizione.
Il libro analizza dettagliatamente gli eventi scaturiti dalla discesa di Carlo VIII in Italia, intrecciandoli con la biografia intellettuale di Machiavelli e soffermandosi in particolare sulla sua ricca produzione epistolare dal 1513 in poi, momento in cui nasce Il Principe, ed evidenziando il rapporto con le figure di Francesco Guicciardini e Francesco Vettori.
Un tema ricorrente nell’opera è l’idea di una decadenza italiana che permea la nostra cultura, dove l’Italia è costantemente declinata al passato e il futuro viene visto come la riconquista di una memoria perduta per superare un presente umiliante. Una lettura che Asor Rosa vede sopravvivere attraverso i secoli da Petrarca fino a Gioberti. Tutte questioni ben individuate da Giulio Pennacchioni in una bella analisi scritta per Pandora Rivista.
Al cuore della riflessione machiavelliana, secondo l’autore, vi è lo straordinario rapporto conflittuale tra necessità e libertà, che fa del fiorentino il vero precursore del moderno: l’uso del concetto di “libero arbitrio” nel Principe non è un omaggio religioso o un atto di cortesia verso la famiglia Medici, ma un valore-concetto essenziale per dimostrare che, nonostante la potenza della Fortuna che può travolgere tutto, l’uomo ha il dovere di costruire argini e canali preventivi attraverso la Virtù.
Il saggio affronta poi la complessa questione del “machiavellismo”, termine spesso usato con connotazione negativa ma che De Sanctis utilizzava in «senso positivo come insieme organico della dottrina del pensatore fiorentino». L’opera di Machiavelli «viene sistematicamente sottoposta a questa classica contrapposizione» che prevede la doppia anima del “fine giustifica i mezzi”: positiva, intesa come descrizione pura del raggiungimento di un risultato positivo in politica dove «non c’è vincolo morale che tenga»; negativa, da cui ne discende «soltanto una politica degenerata e malvagia». Ci si vede in filigrana l’eterno scontro fra realismo e idealismo. Un punto di svolta decisivo nella ricezione del pensiero machiavelliano è individuato da Asor Rosa nella critica di Francesco De Sanctis, che riconobbe nel fiorentino la devozione all’Italia indipendente, distinguendo l’utopia nazionale di Machiavelli da quella imperiale di Dante. Ma Asor Rosa cita anche Rosseau, per il quale il segretario fiorentino “fingendo di dar lezioni ai re”, ne ha date “ai popoli”. “Il Principe di Machiavelli è il libro dei repubblicani”, come scritto ne Il contratto sociale. Rousseau aveva inteso già nella sua epoca, come Machiavelli, anch’egli repubblicano convinto, volesse mettere in guardia i cittadini e renderli consapevoli delle astuzie dei governanti. Una visione ripresa anche da Foscolo nei Sepolcri.
Nelle ultime pagine, l’autore del saggio sostiene che nel Novecento il pensiero machiavelliano abbia penetrato «oltre la superficie dell’agire politico nazionale» nell’eccezione rappresentata da Antonio Gramsci. Gramsci, riflettendo nella sua prigionia, teorizzò il «partito politico come moderno principe», cogliendo un nesso tra teoria e prassi. Citando direttamente: “principe” potrebbe tradursi in lingua moderna “partito politico”.
Asor Rosa si inserisce in questo dibattito evidenziando come, dopo la fine dei grandi partiti di massa nati dalla Resistenza, che avevano incarnato il ruolo di principi nuovi donando forza e coesione all'Italia, la situazione nazionale sia tornata in seguito a sfaldarsi. Il libro si conclude con l’epigrafe “21 dicembre 2017”. Subito precedentemente l’autore scrive che «il frutto più alto e più prestigioso» rimane estraneo in ogni categoria del tessuto sociale italiano in due aspetti. Punto dove si consuma un’altra “disfatta”, riprendendo il sottotitolo del saggio. Il primo punto riguarda l’incapacità italiana di resistere alle influenze esterne. Un qualcosa che per Asor Rosa comporterebbe “un’apertura europea del pensiero machiavelliano”, aprendo alla necessità di una collocazione europea dell’Italia, non provinciale. La strutturale e dunque permanente subalternità italiana ai problemi dell’Europa risiederebbe nel “non aver mai […] praticato questa strada”.
Il secondo punto è rappresentato invece dalla mai superata, da parte nostra, “dicotomia-contrapposizione” fra la visione del Machiavelli cattivo e amorale e quella del Machiavelli buono, senza comprendere che «Machiavelli è uno solo, tutto inteso dal principio alla fine a realizzare lo scopo migliore, con i mezzi più adeguati allo scopo». Quindi l’Italia e gli italiani, chiosa Asor Rosa, seppur potrebbe essere “troppo tardi” aspettano ancora “il principe nuovo e le armi proprie”, nel senso machiavelliano e positivo del termine. Ma è davvero troppo tardi?
Asor Rosa non ha potuto vedere questi ultimi anni e gli sviluppi, interni e internazionali, che hanno comportato cui siamo tuttora profondamente immersi. Ma la risposta dovrebbe essere di no e dovremmo pensare che cosa dovrebbe essere il “moderno principe” di oggi: quale moralità etica condivida, quale passione civile lo muova, quali idee propone. Di sicuro non dovrebbe essere un singolo. Nonostante alcune tendenze e alcuni cinici pensatori contemporanei cerchino di farcelo credere.
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