L’Unità: una voce necessaria per la sinistra italiana oggi

Tra memoria, autonomia editoriale e nuove sfide, il rilancio del giornale fondato da Gramsci può ridare voce alla comunità politica e culturale ancora dispersa.

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ANSA

Una notizia insperata. Inattesa e a lungo desiderata. Avevamo ormai tutti perso le speranze l'Unità, giornale fondato da Gramsci nel 1924 e rilanciato nel dopoguerra da Togliatti, può ritornare. Dopo l'ennesima chiusura seguita al tentativo dell'editore Romeo e di Piero Sansonetti di rilanciarla due anni fa. Avendola egli rilevata dall'imprenditore Pessina, che l'aveva acquistata con il fallimento del 2014 e tenuta in edicola dal 2015 fino al 2017. Ultimo direttore Staino, vignettista popolare. Le trattative sono in corso e restano difficili. Poiché l'editore Romeo proprietario anche de il Riformista di Velardi, vuole mantenere una quota anche simbolica del glorioso giornale che ha formato generazioni di militanti e di giornalisti, poi migrati in diaspora ovunque nei media nazionali.

Una grande vicenda di massa e di opinione diffusa, dispersa tra svolte politiche, fine del pci, passaggi di proprietà e mutazioni italiane e internazionali. E che nondimeno almeno fino al primo decennio del secolo, ha continuato a mantenere un insediamento e un rapporto tra le generazioni. Nel tentativo generoso di salvaguardare una identità, e di contrastare l'avvento della destra populista di Berlusconi, apripista di quella attuale.

Poi con l'avvento del renzismo, quella radice fu troncata, vuoi per la crisi della carta stampata politica, vuoi ancor più per l'irrompere di una cultura politica liberal progressista rottamatoria, che non aveva nulla a che fare con la tradizione del movimento operaio e democratico, a sua volta messa all'angolo da enormi processi di mutazione molecolare dei ceti subalterni, e loro ruolo organizzato, nel quadro della politica spettacolo e del mediatismo capillare.

Oggi viceversa uno spiraglio si riapre, perché il Pd ha finalmente capito, nel fuoco dello scontro sulla democrazia repubblicana, che urge avere una voce propria, un alfabeto e una lingua. Senza affidare la propria immagine ai media altrui, a loro volta travolti da crisi e cambi di assetti proprietari. Con la Repubblica che ha già rotto gli ormeggi scalfariani e liberali di sinistra, in direzione di un magnate greco che occhieggia a destra. Il Corriere in mano a Cairo, oscillante tra centro terzista e ampi riconoscimenti alla destra, legittimata e sdoganata. E tenendo il centro sinistra sotto la lente del sospetto, sempre oggetto di esami e retroscena semiseri.

A loro volta i giornali del gruppo Raiffeisen all'ombra del giovane Del Vecchio, sono in luna di miele con Meloni. E ancora. Una pletora di giornali reazionari e populisti in mano ad Angelucci, contro il quale noi di Quando c'era l'Unità di Strisciarossa, vincemmo una dura battaglia, per non finire alle sue dipendenze. Per non parlare del pulviscolo avversario de Il Foglio, Linkiesta e il Riformista, ormai con Velardi e prima con Sansonetti, oggi schierato con Calenda e Picierno. Sullo sfondo le corazzate Rai e Mediaset, tele Meloni con pochi spicchi liberi, e infine la 7, para progressista ma tenace nel giochino contro Pd e Campo alternativo "confusi e moribondi" al cui capezzale vengono convocati boriosi luminari premurosi e iper critici.

Ovvio che in questo panorama non si possa appaltare la comunicazione politica all'avversario o ai falsi amici , specie su questioni divisive e delicate come la politica internazionale o la riforma elettorale. Che diventano oggetto di spicce e presuntuose analisi, non certo rettificabili con interviste da talk show, sempre in ritardo e affannate rispetto al fuoco di fila quotidiano, e incapaci di fidelizzare l'elettorato di centro sinistra smarrito.

Dunque in questo quadro un agile giornale corsaro e coraggioso ci vorrebbe, ben agganciato alla dimensione online, a fare da bandiera e da bussola dentro un campo ben più vasto del Pd o dell'area in cui sta. Le difficoltà pratiche le abbiam viste. Intanto c'è il ruolo di Romeo che prese la testata per un soffio rispetto alla cordata guidata nel 2024 dall'Istituto Gramsci, segno che l'intenzione c'era. Poco meno di 1 milione di Euro fu il prezzo, che è la cifra che il Pd vuole versare a Romeo, refrattario però a fare un passo indietro. Vuole un piede dentro e anche un riconoscimento simbolico per un tentativo approdato a fallimento. Difficile da concedergli. Per via di imbarazzante contiguità editoriale con il gemello Il Riformista. E venendo a l'Unità ultima, per causa di una linea "libertaria" e polemicamente anti magistratura, e al contempo pacifista, ma ostile in linea di principio ai 5 stelle. Un giornale quello di Sansonetti, che pur ospitando una varietà di articoli, si schierò il sì come quello di Velardi a sua volta per molti aspetti affine a il Foglio. E una Unità che fece proprie di fatto le battaglie giudiziarie dell'editore.

Giusto perciò l'intento dei negoziatori del Pd di introdurre una chiara discontinuità con una gestione, che se ebbe il merito di risvegliare la testata, infuse ad essa caratteri impropri e irriconoscibili agli occhi del vasto mondo che oggi ancora ripiange la sua Unità e ne invoca una riscossa.

Le ipotesi reputo siano due a questo punto, visto che il rischio in caso di rottura negoziale, è quello di una testata congelata sine die, che non dichiara fallimento se paga poi tutti gli oneri connessi. Ovvero, o l'accordo si sblocca in bonis con una qualche formula giuridica. Ad esempio un contratto di affitto con l'editore fuori dalla nuova società. Oppure sarà necessario inventare un nuovo logo: l'Unità democratica, senza il Gramsci fondatore sotto. Sarebbe un espediente dignitoso e nobile, che unito all'acquisto dell'archivio storico de l'Unità, che non è nella disponibilità di Romeo- e che è già digitalizzato grazie ai lavoratori tramite un giudice a Milano- potrebbe restituire dignità ai colleghi defraudati da stipendi arretrati e mancato preavviso. Oltre a rappresentare un ritorno a casa di un immenso patrimonio di articoli, immagini e reperti che sono un pezzo della storia d'Italia.

Già, perché l'Unità è storia d'Italia moderna attraverso un giornalismo unico nel suo genere: alto e basso, popolo e colti. Costume e cinema, cultura e cronaca, mescolati tutti insieme con le firme ubique e intercambiabili di artisti, pittori, musicisti, critici, filosofi, scienziati e letterati, per non dire dei massimi fotografi italiani. Tra cui Dondero, Mercadini, Letizia Battaglia. E il leggendario e compianto Wladimiro Settimelli cronista di lotta, storico e letterato, con il più grande archivio personale dopo Alinari.

Era questa l'Unità voluta da Togliatti. Corriere della Sera del proletariato. Un format rafforzato da Pietro Ingrao cineasta e poeta nell'anima, e dunque cinegiornale di carta modello Paisà di Rossellini o La terra trema di Visconti. Una bandiera di massa e un tramite tra società e partito, tra alta cultura e senso comune popolare. Con una redazione come corpo intellettuale e politico per scelta, che la sentiva propria, reduce anche dalla resistenza e dalla cospirazione antifascista. Uomini e donne straordinari e coraggiosi che trasmisero la loro eredità a noi ragazzi. Altro che "asfaltare" e "rottamazione", lessico barbarico che mai trovò posto al giornale. Persino negli anni Renziani.

Certo tutto è cambiato da allora, ma oltre alle mutazioni molecolari e di linguaggi della società mediatica, grande fu il peso degli errori del PDS Ds Pd nel gestire il fenomeno l'Unità. Uno più recente in particolare. Eccolo. Saltare a un certo punto a piè pari il tema della "autonomia" del giornale. Penalizzando, specie al tempo di Furio Colombo, una redazione forte e responsabile che assieme a Furio e Padellaro aveva dato vita ad un vero e proprio caso editoriale, che giunse con la battaglia contro Berlusconi a vendere stabilmente 70 mila copie e in piena egemonia del centro destra. Allora il partito rifiutò di accogliere e accettare una anomalia "organica-disorganica". Leale e contro vento, giornale movimento e di area, che a partire dal G7 a Genova, dette non pochi grattacapi alla destra e a Repubblica, che aveva da decenni risucchiato l'eredità de l'Unità. Combattemmo nel 2004 per salvare quella esperienza mantenendo Padellaro, come tratto di unione residuo con la ripresa. Ma ben presto il precipitare del giornale nel nuovismo giovanilista e nella adesione al gruppo dirigente, ne segnò via via il declino irreversibile. Non si capì che nemmeno al tempo di Togliatti l'Unità era solo un giochino per dirigenti o un "brand" da rinfrescare. Era molto di più: una comunità di azione, di studio e di ricerca. A incarnare una storia nazionale di avanzate e di alleanze. Di sconfitte anche, e di riesame. Di costruzione ragionata quotidiana. Con una redazione mediatrice tra moti civili e politica di professione. Come nel 1968.

Era essa stessa l'Unità moderna, il laboratorio della formazione dei gruppi dirigenti, in connessione sentimentale con le spinte profonde del paese. Una università della opinione comunista e poi di tutta la sinistra. Non più giornale di partito dal 1991. Storia anche buia come nell'indimenticabile 1956, che vide sconfitto Pietro Ingrao, ma anche di formidabili battaglie contro scandali, censura, sacco di Agrigento, e vessillo antifascista di insurrezione del 1945 e di rivolta contro legge truffa e Tambroni. E dentro, la passione di Sibilla Aleramo, Natalia Ginzburg, Dacia Maraini, Moravia, Calvino, Guttuso, Turcato, Avanguardie e realismo, Lizzani e Visconti, Ken Loach e Bellocchio. Della Volpe e Luporini. E le poesie di Pasolini sulle "bandiere delle povere sezioni". Insomma l'Unità fu il top dello spirito civico e della cultura politica italiana. Con dietro giornalisti enciclopedici e puntuti. Abili a mettere menti più umili ed eccellenti a lavorare assieme.

Lo abbiam detto. I tempi sono cambiati nel frullatore globale della fruizione e dell'AI. Ma a maggior ragione ci vorrebbe una bandiera di prestigio. E una redazione pensante a far da stimolo e filtro. Che spieghi, incalzi e spinga avanti i grandi temi della pace, del lavoro e del welfare, senza i quali non vi sono né libertà, né diritti civili come pensa invece la diffusa opinione liberale vincente. E che spinga avanti anche la costruzione di forme di vita: partito, partiti e movimenti.

Se l'Unità, smentendo il comprensibile scetticismo che ha accompagnato la notizia del ritorno, riuscisse a fare e immaginare solo un po' di queste cose, sarebbe certo un fantastico ritorno di speranza. Se invece fosse solo una mera operazione "instant paper", tesa a una illusoria promozione di immagine elitaria al vertice, sarebbe l'ennesimo deludente fuoco fatuo. Urge allora coinvolgere lettori e militanti. Cultura e politica diffuse. Per metter capo ad una vera operazione condivisa. Con una fondazione e un comitato di garanti di prestigio. Una campagna abbonamenti che riattivi la vita dei circoli sparsi del Pd. Ed una redazione di giovani strutturati e capaci, con qualche men giovane titolato che sappia cosa vuol dire fare e impastare un giornale quotidiano. Ma forse corriamo troppo con la fantasia, immaginando questa splendida avventura. Impervia eppur necessaria.

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