L'unità incompiuta: l'80° della Repubblica e il riscatto del Mezzogiorno

Dalla proposta di utilizzare i fondi di coesione contro il caro energia alla fuga dei giovani talenti: il divario tra Nord e Sud continua a mettere alla prova le promesse della Costituzione e l'idea stessa di unità nazionale.

Dario GinefraIl Punto
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ANSA

A ottant'anni dalla nascita della Repubblica Italiana, l'anniversario che dovrebbe celebrare l'unità e la coesione nazionale si trasforma inevitabilmente in un momento di profonda riflessione sulle promesse non ancora mantenute della nostra Carta Costituzionale, a partire da quella parità sostanziale tra i territori che la proposta di riprogrammare i fondi di coesione per coprire i rincari energetici rischia di compromettere definitivamente. L'intenzione di attingere a quel "tesoretto" di circa 5 miliardi di euro derivanti dai progetti strutturali fermi o a rilento per finanziare misure di spesa corrente – come i buoni energia, la sostituzione delle caldaie e le tariffe sociali contro la povertà energetica – appare come l'ennesima riprova di una disattenzione strutturale verso le politiche di lungo termine del Mezzogiorno. Questa scelta, pur rispondendo a un'emergenza reale in un momento in cui l'Europa nega ulteriore flessibilità sui conti pubblici, ha sollevato la dura e immediata reazione delle istituzioni locali e dello stesso Comitato europeo delle Regioni, che ha denunciato il tentativo di trasformare i fondi strutturali in un "bancomat" per le emergenze, dirottando risorse nate per infrastrutture e sviluppo verso interventi che non lasceranno traccia nel tessuto produttivo. È il segnale emblematico di come l'obiettivo storico del riallineamento tra il Sud e il Nord sia stato progressivamente derubricato dall'agenda politica e, nonostante gli sforzi e il buon governo dimostrato da alcune amministrazioni regionali meridionali, il divario negli ultimi anni ha continuato ad approfondirsi, svelando l'incapacità del dibattito nazionale di restituire una reale centralità ai temi economici, sociali, culturali e politici che considerino l'Italia come un'unica entità e non come la somma di due realtà distinte e asimmetriche.

Già un secolo fa, Antonio Gramsci denunciava lucidamente nel suo saggio sulla questione meridionale quell'«accentramento bestiale» che confondeva i bisogni reali e provocava l'emigrazione di ogni denaro liquido dal Mezzogiorno nel Settentrione per trovare maggiori e più immediati utili nell'industria, e l'emigrazione degli uomini all'estero per trovare quel lavoro che veniva a mancare nel proprio paese; un meccanismo perverso per cui il risparmio sudato e racimolato con gli stenti non si fida, e va ad investirsi dove trova subito un utile tangibile. A questa analisi economica faceva eco Gaetano Salvemini, intellettuale e politico di un socialismo riformista e intransigente, il quale definiva l'emigrazione al tempo stesso come un «principio di salvezza» e una forma estrema di reazione delle plebi meridionali che, per via dell'ingiustizia strutturale dei dazi e del protezionismo del Nord, erano costrette a sveltirsi e istruirsi altrove, portando le loro intelligenze al contatto con civiltà considerate superiori perché dotate di infrastrutture. Salvemini metteva in guardia sul fatto che il Sud non mancasse affatto di ottimi elementi, ma che l'assenza di mezzi legali ed economici locali per conquistare le proprie riforme spingesse le migliori energie a disperdersi o a consumarsi in sterili proteste. Oggi quel drenaggio di risorse non è più solo finanziario o contadino, ma è soprattutto generazionale e intellettuale.

Di fronte a questo scenario, l'ottantesimo compleanno dello Stato repubblicano deve diventare l'innesco per una grande mobilitazione ideale e civile che, muovendo proprio dal Mezzogiorno in nome dei valori costituzionali, sappia proporre un'alternativa di governo autorevole e complessiva per tutto il Paese, memori anche della lezione di Pier Paolo Pasolini, che ricordava come la centralizzazione e l'omologazione economica distruggessero le culture particolari e la dignità stessa dei popoli senza mai concedere loro una vera uguaglianza, lasciando il Sud in una condizione di perenne subalternità. Questa spinta al cambiamento deve configurarsi come una straordinaria chiamata a raccolta, una rete diffusa che colleghi l'Italia al resto del pianeta, mobilitando quel patrimonio inestimabile di intellettuali, scienziati, professionisti e giovani talenti partiti dal Sud, superando la storica frammentazione sollevata da meridionalisti storici come Rocco Scotellaro o dalle riflessioni della sinistra critica, che vedevano nell'esilio forzato l'unica via di fuga per le forze vive del Paese. Risorse umane straordinarie che oggi contribuiscono a rendere ricche, dinamiche e sviluppate altre aree geografiche, dal Nord Italia all'estero, non per una scelta di disamore o disinteresse, ma perché costrette a migrare per poter esprimere, proteggere e valorizzare le proprie capacità in contesti capaci di offrire reali opportunità strutturali. Connettere queste intelligenze della diaspora globale con le energie che resistono e progettano sul territorio significa riprendere in mano l'idea del riscatto comune e trasformare la memoria storica dell'emigrazione in una forza propulsiva contemporanea, dimostrando che il riscatto del Mezzogiorno non è una rivendicazione locale, ma l'unico orizzonte possibile per garantire il futuro democratico, la tenuta sociale e lo sviluppo di una Repubblica finalmente unita.

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