L’umanità verso il progresso o la catastrofe? Riflessioni da R.U.R. di Karel Čapek

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ANSA

A metà anni 60, una sera, mio padre Giuseppe Mariano si incontrò con il suo amico slavista Angelo Maria Ripellino e con Italo Calvino, che all’epoca collaborava con la casa editrice Einaudi per promuovere libri e traduzioni. Oggetto del loro incontro fu la traduzione, da affidare a G. Mariano, di 2 opere teatrali di Karel Čapek: R.U.R e l’Affare Makropulos. La traduzione ebbe una gestazione piuttosto lunga e accidentata, ma alla fine fu pubblicato un volumetto con nota introduttiva di Ripellino.

R.U.R. è un dramma teatrale complesso e pieno di significati, figlio dell’immaginazione di un autentico genio della cultura praghese ed europea di inizio secolo, Karel Čapek, il quale, scrisse spesso con i consigli di suo fratello Josef. Entrambi eredi della cultura kafkiana, ma assolutamente innovatori, i fratelli Čapek furono tra i protagonisti più importanti della nuova cultura europea, ancora oggi rileggendo la loro opera, in particolare quella di Karel, si può cogliere la profondità e l’attualità dei suoi scritti e dei drammi teatrali. Abbreviativo di Rossum’s Universal Robot, R.U.R. narra in tre atti la storia dell'ideazione e costruzione in una fabbrica di robot umanoidi, automatizzati e del tutto simili all’uomo. Importante ricordare che proprio da R.U.R. ebbe origine il termine “robot”, che divenne presto una parola universale, dalla parola “rabota” che in ceco e in russo vuol dire lavoro.

L’obiettivo della produzione in serie di robot doveva essere la sostituzione totale dell’uomo nel lavoro. Tale ambizione, figlia di un pensiero di possibile progresso dell’umanità, spinse gli scienziati fino al punto di produrre un numero smisurato di umanoidi. In realtà, l’idea in sé, già conteneva un principio di disumanizzazione della società.

Rimane impressa, come un oscuro presagio, la scena degli scienziati al tramonto, i quali vedono centomila robot che rivolgono uno sguardo minaccioso e di sfida verso di loro: “sono tutti uguali!” esclamano. Sembra un esercito di senza anima, e si chiedono se non sia mostruoso ciò che hanno prodotto.

Con il passare degli anni, l’umanità presto volge verso una totale inedia, nessuno più lavora, nessuno procrea più figli, i robot dominatori hanno sostituito l’uomo sulla terra. Si manifesta una perdita di senso collettiva, tutto comincia ad apparire inutile, senza uno scopo, l’essere umano sprofonda nella sua inerzia, schiavo di un progresso che ha annullato la vita stessa.

Mentre l’uomo affonda nell’illusoria liberazione dalla fatica, i Robot acquisiscono una coscienza di classe e cominciano a ribellarsi, organizzano molteplici rivolte e infine sterminano l’intera popolazione umana del pianeta ad eccezione di un solo uomo, Alquist, uno scienziato della fabbrica. Egli è ora l’unico possessore di una parte delle formule utili a riprodurre i robot, i quali, invecchiando anch'essi rapidamente, come gli umani cominciano a perire.

Il dramma si chiude con una coppia di robot che implora lo scienziato di garantire la loro specie, ed egli decide di sezionare la donna, Helena, per ricostruire la formula di produzione. Il robot maschio Primus chiede allo scienziato di non uccidere l'amata Helena, offrendosi egli stesso al suo posto. In questa disperata richiesta si individua il germoglio di una nuova umanità, attraverso l’amore, unico potente antidoto ad una razionalità cieca, foriera solo di drammi collettivi.

Per chi avrà avuto la pazienza e l’interesse di leggere fino a questo punto, non rimane che svolgere alcune considerazioni e analogie con i nostri tempi contemporanei.

Questo dramma fu sicuramente pensato come riflessione per le società europee a cavallo tra le due guerre mondiali. Si intravedono infatti i germi oscuri del totalitarismo nelle masse dei robot, violente e orientate verso lo sterminio umano.

Gli accadimenti oscuri e dal tono apocalittico che si succedono sono la sostituzione del lavoro umano nelle produzioni di massa, la nascita di un capitalismo selvaggio che aliena e rende inerme lo spirito umano, privandolo dell’ingegno, dell’opera, fino a giungere all’azzeramento dell’amore per la propria specie.

Il quesito che intendo sottoporre è se si possono intravedere, dopo quasi 100 anni da R.U.R., delle analogie con l’intelligenza artificiale che tante incognite ha aperto nel dibattito dei nostri giorni. Tale riflessione si insinua prorompente proprio nel crinale del rapporto uomo – macchina, progresso e regresso, che dalla notte dei tempi accompagna la civiltà umana, su questo si misura l’immenso lascito culturale e sociale e filosofico di Čapek.

Si sta forse passando dalla sostituzione dell’uomo con la macchina ad una progressiva ed inedita sostituzione totale dell’intelligenza umana? Avverrà questa ultima tragedia oppure ne faremo un utilizzo non finalizzato alla distruzione del sapere e della civiltà così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi? Servirà ancora sapere chi è stato Dante Alighieri senza che sia un’intelligenza a ricordarcelo nei secoli a venire?

Il significato profondo, la grandezza del progresso culturale dell’umanità già da tempo si sta affievolendo e smarrendo in molti campi, letteratura, arte, spiritualità segnano il passo, avanza un conformismo e un conseguente consumismo sempre più motore di tutta la nostra società.

È indispensabile quindi ritrovare una morale nel progresso, rispettando le diversità culturali, sentire la radice antica del sapere, essere in poche parole consapevoli della sofferenza che il genere umano ha sopportato per raggiunge la sua condizione, questo dovrebbe guidare ogni forma di progresso civile. Un progresso che non sia foriero di scontri sociali e guerre distruttive.

Tutte le volte che nella storia dell’umanità ha trionfato un progresso cieco, privo di radice umana, il disastro e l’autodistruzione hanno preso il largo. La speranza è che si apra una riflessione profonda, che tutti, e i giovani in particolare, riflettano su questi contenuti, riprendendo un filo della storia che altrimenti rischia di indirizzarsi verso sentieri sbagliati.