L’opera di Anton Čechov: un parallelo letterario per indagare la crisi del nostro tempo

Renato MarianoBattaglia delle Idee
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ANSA

Sprofondata e intorpidita in un’apparente bonaccia, la nostra società, con i suoi confini sempre più frastagliati e disgregati, si presenta simile a come la descrisse mirabilmente in molti dei suoi tratti Anton Čechov nelle sue opere letterarie e nei drammi teatrali.

La desolazione e l’alienazione dei grandi agglomerati urbani, delle vie trafficate dove la vita scorre in un moto perpetuo, la moltitudine di uomini e donne afflitti, annoiati e persi in sterili sogni che appaiono fugaci per poi perire nella realtà dei fatti. Essi si, ostinati e sempre duri a morire. Già tutto questo costituirebbe un mondo perfetto da rappresentare per Čechov.

Anzi, forse, nella contemporaneità, il problema dell’esistenza e del come esistere, è ancor più presente e in misura notevolmente maggiore rispetto al passato, perché siamo una società più istruita, più cosciente e con più mezzi al cospetto della Russia Zarista, che aveva si immense ricchezze ma anche grandi masse affamate e povere.

La noia, l’assenza di grandi ideali, l’indifferenza verso tutto, alimenta la crisi dell’uomo contemporaneo. Provare a discutere di questo dramma sociale può essere un tentativo di uscire in un modo migliore da questa epoca, in cui tutti sembriamo talvolta spettatori passivi di una realtà sempre più complessa e perniciosa.

Il destino dell’umanità e la massa anonima che ne fa parte, appaiono simili a molti dei personaggi Čechoviani a cui la vita non ha consentito di essere sé stessi, di fare ciò che sognavano. Essi sono come paralizzati, non agiscono e aspettano sognanti che gli eventi li travolgano.

Cito come esempi il caso di Andrej nelle Tre sorelle. Egli aspirava a divenire professore e si ritrova segretario in una giunta rurale sotto il giogo del terribile Protopotov. Oppure Ivanov, protagonista del dramma omonimo, che un tempo impavido fa ora i conti con i propri fallimenti a metà della sua vita. Tutti per sopravvivere annaspano lasciandosi andare a stranezze e pensieri contorti, sognando una vita che non verrà. Sempre nelle Tre sorelle, il tragico Cebutykin afferma: “forse non sono nemmeno un uomo, fingo di avere braccia, gambe e testa”.

Sarebbe tuttavia sbagliato guardare solo all’aspetto deprimente e afflitto di questi personaggi. In fondo il messaggio più profondo e nascosto di Čechov non era intriso di sterile pessimismo, ma rivolgendosi al lettore e allo spettatore sembrava volesse suscitare una scossa nell’animo, per cambiare quel destino apparentemente ineluttabile. Come afferma Zio Vanja con una esortazione dal duplice significato che innesca una flebile speranza: “volete rimanere in questa condizione? Vivere di miraggi in assenza di una vita vera?”.

Passando dall’individuo, fino a quel punto al centro della sua opera, ad una disamina più sociale e politica, di Čechov è fondamentale analizzare l’importante lascito del Giardino dei Ciliegi, che rappresenta il suo testamento teatrale. L’anno dopo infatti, nel 1904, egli si spegnerà a soli 44 anni.

Il bellissimo testo teatrale narra di un fratello, Gaev, e sua sorella Elena, di famiglia aristocratica, incapaci di mantenere una tenuta con uno splendido giardino di amareni, del loro rifiuto di abbattere gli alberi che avevano incarnato la bellezza della loro infanzia, per fare spazio ad una lottizzazione finalizzata a saldare i debiti contratti. Il giardino e la casa saranno rilevati all’asta dal figlio del contadino della tenuta, prima povero servitore, e ora espressione del nuovo ceto mercantile emergente. Il dramma si chiude con i due fratelli che vanno via tra il rumore degli alberi abbattuti, dimenticando dentro la casa il vecchio servitore Firs, il quale, nel finale si alza da una panca stralunato e confuso e conclude in modo grottesco la scena, sussurrando “dove siete finiti tutti?”. Si chiude così, metaforicamente, il sipario su un’intera epoca che aveva segnato la storia della Russia per tanti secoli.

Pur rilevando la consueta simpatia di Čechov per gli sconfitti, per gli ultimi, per gli idealisti sconclusionati, guardando nelle pieghe del dramma si scorge una nuova vitalità che si manifesta nel declino e nella nascita di nuove ricchezze e nuovi poteri. Nulla rimane nella sua forma antica, tutto muta e si trasforma. Così gli accadimenti del Giardino dei Ciliegi appaiono profetici ed anticipatori rispetto ai grandi sconvolgimenti che solo poco più di un decennio dopo si manifesteranno con la Rivoluzione d’Ottobre. La fine di un mondo russo antico, consumato e decrepito era quanto mai vicina e avrebbe lasciato spazio però non ad un nuovo ceto sociale di arricchiti, bensì al principale sconvolgimento politico e sociale del Novecento, il Comunismo, con le sue glorie e le sue tragedie.

Tanti a mio parere i messaggi e gli insegnamenti di Čechov per l’oggi, ma uno di questi prevale su tutti: immersi in questo presente estraniante, pieno di pericoli e incertezze, abbiamo bisogno ancora di sognare. Tutto può essere sottratto ma non l’idea di immaginare una vita diversa, migliore. E, in fondo, questa ambizione muove da sempre il mondo in avanti.