L’onda democratica travolge Trump

Dal carovita alla guerra in Iran, il malcontento premia i dem anche nelle storiche roccaforti repubblicane. Ora il presidente dovrà fare i conti con un Congresso ostile e con le divisioni nel suo partito.

Marco ColomboApprofondimentiPOLITICAUSA
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ANSA

Uno tsunami democratico si abbatte sull’America di Donald Trump. A due anni dal ritorno alla Casa Bianca, il Partito repubblicano ha perso il controllo di entrambe le camere del Parlamento in una notte che ha segnato la riscossa democratica. Nelle ultime rilevazioni, mentre ancora si aspettano i risultati definitivi per diversi collegi, il fronte democratico è avanti con una maggioranza netta: 53 a 41 al Senato, con sei seggi ancora da attribuire; alla Camera lo scrutinio prosegue ma i dem hanno già superato i 218 seggi necessari a controllare anche questo ramo. Una vittoria costruita anche attraverso il successo in storiche roccaforti repubblicane, come il Texas, passato clamorosamente sotto il controllo dei democratici, che non eleggevano qui un senatore dal 1988.

Il presidente Trump ne esce così travolto e, dal prossimo gennaio, dovrà fare i conti con un Congresso ostile, pronto a mettere sotto pressione la Casa Bianca e a ostacolare la sua agenda. Una sconfitta destinata a pesare sugli equilibri interni al Partito repubblicano e sulle scelte di Washington, dalla politica economica alle guerre in Ucraina e in Medio Oriente.

La notte

I primi segnali che per i democratici sarebbe potuta essere una vittoria larga sono arrivati dal quinto distretto dell’Indiana, tra i primi a fornire i risultati poco dopo la mezzanotte italiana. Vinto con ampio margine da Trump nel 2024, in “Indiana 5” si sono imposti i democratici con un discreto vantaggio. Una vittoria che contava poco per i numeri ma che ha indicato subito che un cambio di rotta era possibile anche su scala più ampia.

L’onda attraversa il Midwest e il Sud, e persino il Texas, dove James Talarico batte il repubblicano Ken Paxton e riporta i democratici al Senato in un seggio che per oltre tre decenni è stato repubblicano. Ex insegnante e studente di teologia, Talarico ha costruito la sua campagna tenendo insieme fede, lotta alle disuguaglianze e difesa delle famiglie alle prese con il costo della vita. La sua vittoria mostra come un messaggio progressista sui bisogni materiali possa trovare ascolto anche fuori dai tradizionali bacini democratici.

Alla fine, per i democratici il successo è totale, con la maggioranza sia alla Camera che al Senato. Ma il voto racconta anche un cambiamento dentro il partito. In Colorado arriva alla Camera Melat Kiros, 29 anni, socialista democratica che aveva sconfitto alle primarie una deputata in carica da quasi trent’anni. Anche il Michigan potrebbe portare al Senato un volto della sinistra democratica: Abdul El-Sayed è in vantaggio sul repubblicano Mike Rogers in una gara che Associated Press non ha ancora attribuito. Figlio di immigrati egiziani ed ex responsabile della sanità pubblica, ha messo al centro della sua campagna la sanità universale e il contrasto al potere dei miliardari, opponendosi inoltre agli aiuti militari a Israele. Se eletto, sarebbe il primo senatore musulmano degli Stati Uniti: un risultato dal forte valore simbolico dopo gli attacchi di Trump, che lo ha definito «jihadista».

Ma se si mettono insieme i pezzi del complesso puzzle elettorale americano quella che emerge è una tendenza netta: vincono condidati giovani e con idee forti e concrete. Talarico si è imposto in Texas a 37 anni, Ossoff a 39 si è preso la Georgia, e poi Turek, Flanagan, il già menzionato El-Sayed. Un dato non di poco conto in un paese che nelle ultime tre occasioni ha eletto alla presidenza persone con oltre 70 anni. Un cambio di rotta che non è solo anagrafico e che si accompagna ad una proposta più radicale nei programmi di governo proposti da questi candidati che, sulla scia del lavoro di Mamdani a New York, stanno provando a costruire un asse socialista in salsa americana. Sembra, insomma, essersi aperta per gli Stati Uniti una stagione politica per certi versi inedita. Sanità universale, sostegno alle famiglie e critica al potere delle grandi ricchezze sono al centro delle proposte di una nuova generazione che chiede ai democratici una linea più coraggiosa. L’obiettivo è trasformare il malcontento contro Trump in un progetto politico capace di parlare alle fasce popolari e di restituire forza alla promessa di un futuro più giusto.

Il futuro degli Usa

Dal 3 gennaio, data in cui si insedieranno i nuovi eletti, Donald Trump dovrà dunque convivere con un Congresso ostile. La doppia vittoria dei democratici permetterà infatti un controllo maggiore sull’operato del presidente, con una politica di segno opposto a quella del tycoon, rendendo meno facile per Trump l’imposizione di nomine e decisioni. Si riapre così la partita sui limiti di un potere presidenziale che negli ultimi due anni ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione fino a scavalcare qualsiasi altro potere.

A urne ancora aperte è stato lo stesso Trump a ribadire più volte che non renderà la vita facile al nuovo Congresso, evocando il diritto di veto, arrivando a definirsi «Mr. Veto» di fronte alla prospettiva di un Congresso a maggioranza democratica. Una possibilità, quella di porre il veto riconosciuta al presidente statunitense, che permetterebbe a Trump di bloccare le leggi democratiche e continuare a ricorrere ai poteri dell’esecutivo per provare ad aggirare i limiti che gli americani hanno tentato di porre al suo mandato.

La politica interna sarà il primo banco di prova. I democratici vogliono intervenire sul costo della sanità e sui tagli a Medicaid, ma la maggioranza parlamentare non basta a imporre la loro agenda: per superare un veto servirebbe anche il sostegno di una parte consistente dei repubblicani (i due terzi del congresso). Le trattative sul bilancio diventeranno decisive, perché è lì che la domanda di alleggerire il costo della vita incontrerà le scelte sulla spesa pubblica. Senza un’intesa, lo scontro potrebbe arrivare a un blocco parziale delle attività federali.

Ma è soprattutto in politica estera che Trump potrà cercare di riaffermare il proprio potere dopo la sconfitta. Resterà lui a guidare la diplomazia e le forze armate, con ampi margini per trattare con gli altri governi e condurre operazioni militari. Un presidente indebolito in casa potrebbe allora scegliere di alzare i toni e mostrare i muscoli, soprattutto in Medio Oriente, per dimostrare agli americani e al mondo di essere ancora lui a dettare la linea. Trump ha detto di non avere piani immediati per nuovi attacchi all’Iran, senza escluderli in futuro.

Anche su questo terreno il Congresso cercherà però di ostacolarlo. I democratici proveranno a utilizzare gli strumenti in proprio possesso, come il voto sui finanziamenti militari, per rallentare la strategia politica e militare di trump e costringere l'amministrazione Usa a un cambio di rotta negli scenari in cui è più esposta, specialmente in Iran.. Sull’Ucraina proveranno a riportare al centro gli aiuti a Kyiv e le sanzioni contro Mosca, cercando sponde tra i repubblicani delusi dalle ultime giravolte del Tycoon.

Si prospetta così un lungo braccio di ferro, con un Congresso deciso a frenare Trump e un presidente intenzionato a usare tutti gli spazi che gli restano. Uno stallo che rischia di indebolire ulteriormente le istituzioni e la fiducia degli americani nella loro capacità di dare risposte.

Un altro fronte sarà quello che si aprirà con la sempre più probabile apertura di nuove indagini parlamentari. Con una maggioranza così forte in entrambe le camere del Congresso, i democratici potranno chiedere documenti e convocare testimoni sugli affari della famiglia Trump, sulle deportazioni di migranti e sull’operato del Pentagono. La Casa Bianca potrebbe però opporsi, spostando lo scontro nei tribunali. Una parte della sinistra democratica chiede un nuovo impeachment, mentre i vertici del partito sono più prudenti, consapevoli che un terremoto politico ora potrebbe in parte attenuare la portata di questo successo su cui dovranno costruire la corsa presidenziale i democratici. Nel frattempo non mancano spiragli di dialogo: nei mesi scorsi Hakeem Jeffries ha incontrato Jared Kushner, genero del presidente, per discutere possibili intese, anche sul costo delle abitazioni. Per i democratici la sfida sarà tenere insieme il controllo sull’amministrazione e la ricerca di compromessi, evitando che lo scontro finisca per ricompattare i repubblicani attorno a Trump.

La sfida per i democratici sarà esercitare il controllo che molti elettori chiedono e, insieme, offrire risposte ai loro bisogni. Il rischio è che il conflitto tra Casa Bianca e Congresso si traduca in una paralisi proprio mentre il Paese ha bisogno di un cambio di rotta repentino.

Le ragioni

La sconfitta di Donald Trump affonda le radici nella distanza tra le promesse e la realtà vissuta dagli americani. Il presidente aveva assicurato che avrebbe abbassato i prezzi e tenuto il Paese lontano da nuove guerre. La guerra contro l’Iran e la crisi nello stretto di Hormuz hanno invece contribuito a far salire il costo dei carburanti, aggravando le difficoltà delle famiglie. Al malessere economico si è aggiunta la percezione di un potere sempre più vicino agli interessi del presidente e della sua cerchia.

È dentro questa frattura che si è indebolita la coalizione costruita da Trump nel 2024. Secondo l’AP Voter Poll, i repubblicani hanno perso terreno tra i giovani e gli elettori ispanici, mentre la stretta sull’immigrazione e i blitz delle milizie dell’ICE hanno alimentato tensioni nelle comunità latinoamericane.

Ma nel voto hanno pesato anche le proteste contro i nuovi data center e contro il potere crescente delle big tech. Non è un caso che la battuta d’arresto più clamorosa sia arrivata in Texas, dove si è ormai stabilito Elon Musk, che ha investito 224 milioni di dollari nella campagna repubblicana nello Stato. Uno scenario che racconta una preoccupazione diffusa: che i costi dell’intelligenza artificiale ricadano sulle comunità, mentre i benefici si concentrano nelle mani dei grandi gruppi tecnologici.

Un’altra frattura riguarda il Medio Oriente. La guerra a Gaza e il sostegno a Netanyahu hanno alimentato il dissenso di una parte dell’elettorato. Nel giorno del voto Trump ha annunciato che intende interrompere circa quattro miliardi di dollari di aiuti annui a Israele, senza fermare la vendita di armi: una promessa i cui tempi e modalità restano da chiarire e che potrebbe essere l’ennesimo annuncio a cui non seguono fatti concreti. Dalle bollette alle guerre, emerge però la domanda di una politica più attenta alla vita delle persone e meno al potere dei più ricchi.

La frattura repubblicana

Il malcontento che ha attraversato il Paese rischia ora di diventare una resa dei conti dentro il Partito repubblicano. «Non c’era il mio nome sulla scheda», si è difeso Trump dopo i primi risultati, che pure aveva chiesto agli americani di votare come se ci fosse. Il presidente ha ammesso che la guerra in Iran ha contribuito alla sconfitta, senza però mettere in discussione la decisione di combatterla.

Per i repubblicani la domanda è quanto a lungo il destino del partito possa coincidere con quello del presidente. Già prima del voto una parte dei conservatori tradizionali contestava la scelta di premiare la fedeltà personale a Trump con candidature in ampia parte dettate dal tycoon. In Texas il senatore uscente John Cornyn, sconfitto alle primarie dal trumpiano Ken Paxton, aveva avvertito che il rivale sarebbe stato un candidato debole. La vittoria del democratico James Talarico in Texas rafforza chi ritiene che l’appoggio della Casa Bianca non sia più in grado di lanciare la corsa elettorale ma che anzi rischi sempre più di danneggiare i candidati repubblicani.

Ma mentre i conservatori tradizionali scaricano Trump e sperano nel ritorno a un Partito repubblicano meno schiacciato dalla personalità del tycoon, le crepe attraversano anche il mondo Maga. Molti sostenitori di Trump, infatti, iniziano ad allontanarsi dal presidente, delusi dalle promesse disattese dell’ultima campagna elettorale.

Marjorie Taylor Greene, un tempo tra le voci più vicine al presidente, prima delle elezioni aveva denunciato la distanza tra le promesse di pace e la guerra, tra le difficoltà delle famiglie e le cene di Trump con i grandi finanziatori. Dopo il voto persino il conduttore conservatore Sean Hannity ha riconosciuto il peso del conflitto sulla sconfitta, pur continuando a difendere l’intervento. È il segnale di un disagio che Trump non può ignorare, anche se il suo movimento continua in larga parte a sostenerlo.

La prima prova arriverà al Congresso, dove i repubblicani dovranno decidere se continuare a difendere il presidente su ogni scelta o prendere le distanze dalle politiche che hanno allontanato una parte degli elettori. Trump potrebbe reagire chiedendo una fedeltà ancora più rigorosa, aggravando però le divisioni. D’altra parte, anche chi vorrebbe ridimensionarne l’influenza dovrà fare i conti con una base che continua a riconoscersi in lui. È uno scontro che lo stesso Steve Bannon, già stratega del presidente e figura di riferimento del Maga, aveva evocato prima del voto, parlando di una possibile «guerra civile» nel partito.

Una via d’uscita potrebbe arrivare dalla corsa alla Casa Bianca del 2028. Tra i possibili successori ci sono il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, entrambi legati a Trump e alla sua amministrazione, pur con sensibilità diverse soprattutto in politica estera. Il presidente, intanto, ha lasciato aperta la possibilità di primarie competitive, senza indicare un erede.

Il compromesso potrebbe passare da una figura capace di conservare il sostegno del Maga e, allo stesso tempo, prendere le distanze dalle scelte che hanno contribuito alla sconfitta, dal costo della vita alla guerra. Resta da capire se i repubblicani riusciranno a trovare questo equilibrio o se la battaglia per il dopo Trump finirà per allargare la frattura, mentre il presidente è ancora alla Casa Bianca.

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