L'ombrello della Costituzione e le nostre nuove sfide: intervista ad Andrea Orlando

ANSA
D. Sei stato tra i protagonisti più attivi della campagna per il NO, e la soddisfazione che hai espresso ieri è pienamente giustificata. Come valuti la portata di questa vittoria? Qual è, a tuo avviso, il segnale politico più rilevante che arriva dalle urne?
R. Un segnale è venuto anche nel modo in cui è cresciuto il No. Dal basso. Ho fatto 62 iniziative circa. E ho dovuto dire molti no perché c’è stato un moltiplicarsi spontaneo di occasioni, inizialmente persino più forte della mobilitazione organizzata dei partiti e delle altre associazioni. È un’indicazione che può valere anche per il futuro. C’è una rete civica e popolare che bisogna saper coinvolgere anche nelle sfide che ci attendono. A un certo punto si è avvertito un cambio di passo e l’ho avvertito quando è scattata la consapevolezza della posta in gioco, quando le persone che partecipavano, sempre più numerose, capivano che il vero oggetto non era il processo e la legittima critica alle sue disfunzioni ma la Costituzione e i suoi equilibri. Il vero obiettivo di una destra che è sempre stata ed è allergica alla Costituzione come patto fondativo della Repubblica. È stata una rimonta incredibile. Perché di là c’era un’armata. Sulla carta il 60% delle forze politiche, i giornali di destra e una parte consistente di quelli moderati, le trasmissioni di intrattenimento. E anche sui giornali formalmente schierati per il no ci sarebbe da dire. Su questo ho una divertente aneddotica che prima o poi racconterò. Il fronte del no era inizialmente segnato da non poche differenze e diffidenze e da livelli diversi di mobilitazione organizzata. Ebbene, tutto questo è stato cambiato da una ventata improvvisa ma non imprevedibile, anche perché ricorrente. Un rapporto quasi istintivo con la Costituzione avvertita, tanto più in questa fase storica, come un riparo.
D. Giochiamo con la storia controfattuale: cosa sarebbe accaduto, secondo te, se avesse vinto il SÌ?
R. Con questi livelli di partecipazione, al di là delle intenzioni iniziali, la vittoria sarebbe stata interpretata come un mandato politico. E, per come è stata impostata l’ultima fase della campagna elettorale, come un mandato a ridurre il ruolo della magistratura rispetto a quanto previsto dalla Carta.
D. E credi che Delmastro e Bartolozzi si sarebbero dimessi o che Giorgia Meloni avrebbe chiesto, come ha fatto in quella forma così clamorosa, le dimissioni di Santanché? Siamo davvero all’inizio della fine dell’esperienza del governo Meloni?
Sicuramente no. In fondo nel franco appello della capo di Gabinetto a “sbarazzarsi della magistratura” c’era la speranza di risolvere i suoi problemi processuali sul terreno politico. E una vittoria del Sì sarebbe stata un indubbio incoraggiamento a questo approccio. D’altro canto Meloni, nello specifico, può usare questo risultato per liberarsi delle mine vaganti che incombevano sul ministero della Giustizia e di cui, per ragioni che non conosciamo, non era in grado di sbarazzarsi diversamente. Si tratta dell’unica conseguenza per lei positiva. Non credo che nemmeno la posizione di Nordio sia del tutto al riparo dai contraccolpi. Ma quanto all’“inizio della fine”, sarei più cauto. Certo per la premier da ora in poi le cose si fanno più complicate. Questa sconfitta, unita al quadro internazionale reso imprevedibile e terremotato da Trump, le renderà la navigazione più difficile, soprattutto con la sua maggioranza. Ma trovo sbagliato tradurre automaticamente il risultato referendario sul terreno politico. La destra è ancora forte nel Paese, ha occupato in poco tempo settori dello Stato e dell’economia e penso che ci sarà una reazione. L’unità e la lucidità dell'opposizione sarà essenziale.
D. Quali sono le conseguenze che il referendum produce sul mondo della giustizia?
R. C’è stata una dissennata campagna che, iniziata come critica ad alcuni reali eccessi della pubblica accusa, si è trasformata in un’aggressione senza precedenti alla magistratura. Mi ha colpito come settori non marginali dell’avvocatura si siano prestati. Lo dico perché da ministro ho sempre avvertito il fatto che, al di là delle rappresentazioni di maniera, il funzionamento della giurisdizione fosse il frutto di un rapporto di collaborazione tra avvocatura e magistratura che rischia di essere compromesso. È molto importante che si eviti una chiusura corporativa della magistratura. Ci sono molte cose da cambiare nel funzionamento della giustizia e il dialogo tra tutte le componenti sarà essenziale. Qui c’è un grande spazio per la politica che può favorire una ricomposizione. E siccome dubito che Nordio possa dire qualcosa di credibile in proposito vedo un possibile ruolo dell’opposizione ma anche dei settori della maggioranza che si sono sottratti alla polarizzazione.
D. Tornando al voto, colpisce in particolare la forte partecipazione dei giovani. Siamo di fronte a una nuova stagione di mobilitazione e partecipazione politica? Si è espressa, a tuo avviso, una domanda anche generazionale di politica?
R. Lo spero. C’erano già stati segnali nella mobilitazione per la Palestina. Mi hanno colpito negli incontri che ho avuto nelle Università il grado di consapevolezza dei giovani. Del resto questo rischia di essere un mondo che chiede loro di diventare adulti assai più rapidamente di quanto non avvenisse in passato. Chissà che tra le distopie che si profilano non ci sia anche quella di adolescenti adulti contrapposti a boomer egotici ed eternamente adolescenti.
D. La storia degli ultimi anni ci dice però che energie come questa, comunque le si giudichi, rischiano sempre di disperdersi. Non credi che serva una struttura politica organizzata capace di intercettarla e darle continuità, trasformandola in progetto?
R. Certo, penso che molto dipenda da come le forze politiche e sociali sapranno dare protagonismo a questi impulsi. Molto dipende a mio avviso dalla capacità di offrire forme di organizzazione. E su questo c’è molto da fare. Vedo il rischio che questa domanda non trovi sbocchi politici. Soprattutto se si continuerà, in primis a livello locale, a considerare l’iniziativa politica esclusivamente nella dimensione istituzionale. Molto dipende da quanto sapremo guardare lungo. Una politica schiacciata sul presente e sui personalismi non può dare risposte a questi ragazzi.
D. Quanto ha inciso — e quanto continua a incidere — il contesto internazionale, e la percezione che il referendum fosse anche un modo per esprimere un rifiuto di una destra sovranista che, a livello globale — da Donald Trump in poi — sta picconando il diritto internazionale e gli equilibri multilaterali? Su questo terreno, non ti pare che il centrosinistra fatichi ancora a definirsi? È sufficiente il richiamo all’Europa?
R. Ha inciso. La Costituzione è stata avvertita anche come protezione rispetto al contesto internazionale. Uno spot involontario lo ha fatto la Meloni quando ha spiegato a Trump che avrebbe voluto partecipare allo psicosummit di Washington, il cosiddetto board of peace, ma la costituzione glielo impediva. E poi c’è l’incazzatura trasversale degli italiani alle pompe di benzina. L’opposizione potrà cogliere tutte le opportunità di questo clima se saprà far risuonare in modo più nitido la parola pace. Questo significa avere una strategia definita per ricostruire il multilateralismo a partire dall’Europa, ma da un’Europa molto diversa da questa.
D. La domanda non è se servono le primarie o non servono le primarie. La domanda è: come si evita l’arroccamento politicista dopo un bagno di partecipazione come questo ma al contempo senza sfuggire al bisogno di dare infrastruttura e solidità al nostro campo?
Facciamo discutere le persone e teniamo conto di ciò che pensano. Non chiediamo loro soltanto di schierarsi per questo o quel leader. Chiediamo loro di impegnarsi nelle prossime sfide e offriamo loro la possibilità di contare. A partire dalla definizione del programma. E questo processo di inclusione mi auguro sia messo a punto al più presto negli organi dirigenti delle forze politiche.
D. A proposito di programma, quali sono oggi, secondo te, le vere priorità non più rinviabili?
La pace, la difesa dell’industria che è qualità del lavoro, la lotta al caro vita, la difesa dello Stato sociale.