L’Odissea di Nolan, il poema del caos e dell’uomo senza certezze

Più che adattare Omero, Nolan reinventa Ulisse come un eroe inquieto e tormentato, immerso nel caos di un mondo che ha perduto ogni riferimento.

Nicola OddatiBattaglia delle IdeeCINEMA
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L’opera di Cristopher Nolan dedicata al più grande poema epico mai concepito, è realmente monumentale, maestosa. Raramente un’opera cinematografica ha lasciato un’impressione così forte, vivida, diretta. Un’esperienza, non una visione. Un’esperienza che quasi lascia l’idea di una partecipazione attiva e coinvolgente.

Parlo per me, naturalmente. Però nelle quasi tre ore ho sentito la salsedine impadronirsi dei miei sensi, l’umidità del mare in tempesta penetrare dentro di me e le onde frustare il mio corpo, il terrore travolgermi di fronte alla cruda antropofagia di Polifemo e alle orrende metamorfosi di Circe.

Nolan non ha narrato l’Odissea. Ha riscritto un’Odissea. Come Joyce. Si tratta di un’altra opera, di un nuovo affascinante poema visivo, che prende spunto dalla narrazione omerica per parlare all’umanità attuale.

L’Odisseo di Nolan è un nuovo Ulrich. Il riferimento del regista, più che Omero, sembra il Musil de L’uomo senza qualità. Come Ulrich, Odisseo è un uomo colto, affascinante, brillante, atletico, dotato di una mente analitica. Il suo “multiforme ingegno” ha messo fine ad una guerra cruenta, estenuante, infinita. Ha decretato la vittoria degli invasori e causato la scomparsa non di una città, ma di un’intera civiltà. La fine della guerra di Troia è la fine di un’epoca, di un’epopea, dell’età del bronzo.

Odisseo apre la crisi. Per dirla con Gramsci, una civiltà è finita, ma un’altra stenta ad emergere. In questa crisi Odisseo con lucidità disarmante percepisce i mostri che sono all’orizzonte, gli interrogativi di una nuova era.

Si tratta di un uomo tormentato dal rimorso, stanco e colpito, a volte cupo e silenzioso. Eppure resiliente. Non si ferma, non indugia, combatte per tornare e per tenere in vita i suoi uomini, non si arrende al fato e scruta l’orizzonte cercando risposte. Come Ulrich si lascia aperta ogni possibilità.

Nolan affida il recupero della memoria e della coscienza di Ulisse non all’amore giovanile di Nausicaa e alla quieta ospitalità dei Feaci, ma all’amore maturo e sensuale di Calypso, nella splendida interpretazione di un’intensa Charlize Theron, che decide di liberare il suo amante dall’influenza oppiacea dei fiori di Loto e restituirgli mortalità e sofferenza, e cioè il dolore della memoria del passato e il timore della preoccupazione del futuro. L’uomo, fuori dal perenne presente, è dolore e sofferenza, paura e ansia. In questo punto c’è una differenza grande. Nel poema omerico, Odisseo resta sette anni con Calypso, ma consapevolmente. Non dimentica Itaca e nemmeno Penelope. È un uomo che vive un altro amore, accarezza il sogno di una vita nuova, immortale, senza dolore e vi si immerge. Eppure ricorda e alla fine sceglie il ritorno, la mortalità, la vita che è propria degli uomini e non delle divinità. Nel film, invece, più che lo stordimento amoroso è la droga dei fiori di loto a trattenere Odisseo. E questo è un cambiamento non di poco conto. Un affievolimento del pathos drammatico di Ulisse.

Anche la narrazione della storia finisce per risentirne. L’odisseo che racconta ai Feaci è un eroe lucido che ricostruisce la propria storia in modo ordinato. L’Odisseo che emerge, invece, dallo stordimento oppiaceo, ricorda frammenti disordinati che vengono inevitabilmente con disordine narrati dal film. Ne guadagna il thriller, ne perde l’opera drammatica e a volte tragica. Odisseo ricorda e rivive i suoi incubi.

Torna alla spettacolare scena di apertura ,al gigantesco cavallo arenato sulla spiaggia di Ilio, al giovane soldato che sacrifica in nome della vittoria, alla paura e all’angoscia che attanaglia i guerrieri rinchiusi nella pancia che dovranno aprire le porte Scee per l’invasione e la distruzione finale.

Torna a Polifemo e alla grotta.AI compagni brutalmente mangiati, al suo stupido orgoglio e al peccato di vanità che comporta la ferale ostilità di Poseidone.

E qui abbiamo un’altra profonda rottura tra Omero, o meglio la tradizione che rimanda a Omero, e Nolan. Nella grotta Polifemo non parla, e solo alla fine Odisseo e i suoi uomini capiscono che conosce l’uso della parola. Il gigante mostruoso è un vorace cannibale, informe e ributtante, e le sequenze sono vere e proprie scene horror. Ulisse non usa l’astuzia, addirittura è un suo soldato a pensare al palo appuntito per accecarlo. L’unico guizzo di Ulisse è quello di fuggire nascosti tra le capre. Non usa l’uva pestata in mosto per inebriarlo e stordirlo, non dice di chiamarsi Nessuno e non rivela, infine, il proprio nome con la vanità che è il suo vero e forse unico peccato. La stessa maledizione di Poseidone, di cui Polifemo è figlio, finisce per essere poco comprensibile.

In questo punto Odisseo appare inerme e alla fine anche l’urlo che rivolge a Polifemo e che scatena l’ira di Poseidone poco aderisce al personaggio delineato da Nolan. Rimane la forza delle scene, degli uomini divorati, del terrore pure che pervade la platea, della fuga precipitosa e del mare in tempesta.

Altro punto cruciale è il frammento di racconto che riguarda Circe, che nella visione di Nolan non è una strega affascinante, ma una donna che si difende dalla brutalità e dalla violenza di maschi stupratori con i suoi orrendi artifici, con le sue terribili metamorfosi. È una Circe brutta, vendicatrice, in cui non c’è seduzione. Una donna vecchia, grassa, unta, disordinata, incattivita. La scena della metamorfosi è un’altra sequenza horror magistrale, che allo stesso modo incatena e disgusta lo spettatore.

La parte migliore del film, a mio avviso, è la discesa di Odisseo nell’Ade e l’incontro con i morti. La scena è occupata da Sinone, figura inesistente nel poema omerico e che invece per Nolan diventa l’emblema della doppiezza di Odisseo. Sinone è un giovane soldato sacrificato due volte: la prima quando viene portato in guerra al posto del giovane nobile Antinoo, che poi diventerà il principale aspirante al trono di Itaca e primo pretendente di Penelope; la seconda quando viene lasciato da Odisseo a guardia del cavallo, e dunque ucciso dai troiani. Sinone è impietoso e mette Ulisse davanti alle sue tremende responsabilità, che sono quelle di un uomo che, pur di raggiungere i suoi scopi, è pronto a travolgere ogni principio morale. La seconda figura straordinaria è quella di Agamennone, il re dei re. Agamennone mette in guardia Odisseo. Non è il tempo che impiegherai a raggiungere Itaca a salvarti, ma come la raggiungerai. Non ti aspettare gloria, gratitudine, trionfo. Aspettati l’inganno, il tradimento, l’invidia. Però nel racconto di Agamennone c’è qualcosa che non torna. Nel poema omerico Agamennone non viene semplicemente ucciso perché Clitennestra ha un amante. Viene ucciso dalla moglie, con l’aiuto di Egisto, perché pur di vincere la guerra ha sacrificato sua figlia Ifigenia. E Clitennestra ha un altro uomo perché non può accogliere nel suo letto un uomo talmente privo di scrupoli da uccidere una figlia. Infine Elena. Interessa poco il colore della pelle, che non rappresenta in ogni caso una novità. Vi sono film o serie in cui lo stesso Achille viene rappresentato come un uomo di pelle scura e di origini africane. Interessa quello che Elena dice, il suo viso sfregiato, il disvelamento delle vere ragioni della guerra, che sono come sempre politiche, economiche, commerciali.

In questa nuova imponente lettura della vicenda di Odisseo, l’uomo appare solo, a volte confuso, colpito dalle traversie della vita. Il suo ingegno appare secondario, mentre angoscia e rimorso lo rappresentano come un eroe suo malgrado, disilluso e tormentato. Rimane forte e a volte diventa spietato, combatte e resiste. Itaca rappresenta non una meta, ma un’altra tappa quasi obbligata di un cammino che riprenderà. Penelope è il suo riferimento, e perché non è solo la donna che lo aspetta per rivivere l’emozione del talamo, che peraltro nella rivisitazione di Nolan scompare. È la regina che governa, che tiene a bada i pretendenti, che protegge Telemaco. È una quieta e solida certezza nel Kaos che governa il nuovo mondo che si apre dopo la guerra e la scomparsa cruenta di una civiltà. Ecco il mondo di questo Odisseo. Come Ulrich eroe inquieto, angosciato dubbioso. È un mondo governato dal Kaos, di cui ci parla nel suo ultimo libro il filosofo Roberto Esposito. Ci siamo dentro, immersi, non un disordine che presuppone sempre l’ordine, ma qualcosa di più intenso, forse definitivo, che ci priva simultaneamente di tutti i riferimenti tradizionali. Non so se Nolan abbia letto e conosca l’opera di Esposito, ma il suo imponente poema visivo sembra giungere alla sua stessa conclusione.

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