L’Odissea di Nolan: elegia tragica sul suicidio dell’Occidente

Matteo GiordanoBattaglia delle Idee
RIVRINASCITA_20260824133333429_ded2fed7523f84c831c19312a0e5fa03.jpg

ANSA

Un classico, per sua natura, è eterno: un’opera capace di sopravvivere al qui e ora e la cui forza polemica consiste precisamente nel rompere la gabbia del presente, illuminandolo da una maggiore profondità prospettica e disvelandone alcuni caratteri fondamentali. Un classico parla a ogni generazione in modo diverso proprio perché non appartiene interamente a nessuna di esse: viene continuamente reinterpretato secondo le inquietudini dell’ora. È quanto accade nell’Odissea di Christopher Nolan, che trasforma il poema epico in un’elegia tragica sulla morte e, più precisamente, sul suicidio dell’Occidente cristiano.

Due temi dominano il film. Il primo è il senso di colpa di Ulisse, che dismette qui i panni dell’eroe polýtropos per assumere quelli di una figura propriamente tragica, perseguitata dal rimorso quasi come Oreste o Lady Macbeth. Il secondo, ancora più profondo, è il collasso di una civiltà giunta al proprio limite: una civiltà che si autodistrugge proprio perché ha voluto sfondare ogni confine, violando l’ordine umano e quello divino. Occidente cristiano, fabula de te narratur.

L’architrave simbolica del film è infatti la presa di Troia. La distruzione della città non rappresenta soltanto la conclusione vittoriosa di una guerra: costituisce la violazione irreversibile dell’ordine sacrale sul quale poggia il mondo greco. Troia segna il punto oltre il quale la vittoria si trasforma in hybris. Cadono insieme le distinzioni che rendevano il mondo intelligibile: fra lecito e illecito, umano e divino, guerra e sacrilegio, astuzia e inganno. Una volta infranto il limite, non rimane la libertà, ma solo il caos e la violenza. La tradizione, in questa prospettiva, non è un residuo del passato: è ciò che assegna un ordine al mondo. Distruggerne i confini significa liberare forze che l’uomo non è più capace di governare.

Questa sovversione opera almeno su due piani. Il primo riguarda il dominio della tecnica e, inevitabilmente per lo spettatore contemporaneo, l’intelligenza artificiale. Il Cavallo è la grande μηχανή del film: congegno e stratagemma insieme, prodotto dell’intelligenza umana che permette all’uomo di ottenere ciò che con le proprie forze non avrebbe potuto conseguire. Ma proprio qui risiede la sua ambivalenza. La tecnica consente di oltrepassare il limite senza abolirne le conseguenze. Il Cavallo rende possibile l’impossibile, la caduta di Troia, ma inaugura così la catastrofe di chi lo ha costruito. L’artificio creato per estendere la potenza dell’uomo finisce per rivolgersi contro il suo stesso artefice. È difficile non riconoscere, in questa μηχανή che amplifica l’intelligenza umana fino a renderla strumento della propria rovina, una delle grandi paure suscitate oggi dall’intelligenza artificiale. Il secondo piano è più vasto. Il film assume allora la forma di una meditazione tragica sul tramonto di un Occidente cristiano che, nel tentativo di emanciparsi da ogni limite ed espungendo progressivamente Dio dal proprio orizzonte, finisce per perdere le condizioni stesse della propria esistenza. Non è casuale il costante refrain sull’imminente arrivo dei «popoli del mare», i misteriosi invasori associati alle grandi distruzioni che accompagnarono il collasso dell’età del Bronzo e la fine del mondo miceneo. Per gran parte del film essi sembrano rappresentare la minaccia esterna, il barbaro che attende alle porte della civiltà. Poi arriva la frase che rovescia retrospettivamente l’intera narrazione: «I popoli del mare siamo noi». Il nemico non viene da fuori. La civiltà porta dentro di sé il principio della propria distruzione.

La grande assenza del film è infatti il divino. Nel poema omerico gli dèi costituiscono una presenza costante e attiva: mondo umano e mondo divino sono strutturalmente intrecciati e il destino degli eroi è continuamente attraversato dal loro intervento. Nell’Odissea di Nolan, invece, il cielo sembra essersi svuotato. Persino Atena, l’unica divinità a manifestarsi realmente, appare quasi interiorizzata, ridotta a voce della coscienza dell’eroe. L’uomo rimane solo davanti alle conseguenze delle proprie azioni. Ha abbattuto il limite che lo separava dal divino, credendo così di emanciparsi; scopre invece di avere eliminato anche ciò che conferiva un ordine al proprio mondo.

È per questo che la scena finale acquista il significato di un epilogo propriamente tragico. Il ritorno di Ulisse non può più essere un semplice nostos, perché non esiste più veramente un mondo al quale tornare. L’eroe che aveva lasciato Itaca per conquistare Troia ritorna dopo aver scoperto che la vittoria conteneva già la sconfitta: il Cavallo che aveva aperto le mura della città nemica aveva aperto, nello stesso momento, una breccia nell’ordine del suo stesso mondo. Quando l’ultima immagine torna sul mare, esso non è più soltanto lo spazio dell’avventura o del ritorno, ma l’orizzonte dal quale emerge una civiltà divenuta straniera a sé stessa. Non sono i barbari a distruggere la civiltà; è la civiltà che, avendo reciso il proprio rapporto con il limite, la tradizione e il divino, diventa barbara a sé stessa. **La tragedia dell’Occidente non è dunque quella di essere sconfitto, ma piuttosto l’idea che la “liberazione” da ogni limite e confine ha coinciso con lo strumento della propria distruzione.

**

Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa

Abbonati